"Le radici profonde non gelano"


sabato, 24 luglio 2004
 

Partenza...

Cari bloggers di terra, del cielo e del mare, l'ora delle decisioni irrevocabili è giunta: parto per le ferie! Ci ritroveremo fra un mesetto circa (eh sì, mi tratto bene..). Fate i bravi, non imbrattatemi il blog, perchè l'avviso ai naviganti del 4 giugno scorso è sempre valido!

Vi saluto tutti, vi ringrazio per essere passati a trovarmi. In particolare saluto molto calorosamente una bella fanciulla, che turba i miei pensieri...

Io vado qui...

posted by Masterofpuppets | 18:14 | commenti (3)
 

Ringraziamento pubblico.

La spett.le Direzione (cioè: IO!, come sicuramente avrebbe voluto fosse scritto lo zio Achille) ringrazia il caro amico Hubert per la sottostante citazione nell'articolo "La 'blogsfera' parla anche friulano" sull'ultimo numero de "Il Friuli", che potrete consultare da lunedì 26 sul web. I blog di altri amici anc'essi citati sono raggiungibili anche attraverso i link posti in alto a destra.

"Il battagliero Masterofpuppets, simpatico metallaro schierato dichiaratamente a destra e sempre pronto ad incrociare la spada con gli avversari"

posted by Masterofpuppets | 17:03 | commenti (1)
 

Sinistra riformista...

Sms ricevuto giovedì sera da un amico:

"Entrata della festa Ds a Ruda (provincia di Udine, ndr): manifesto con Togliatti Stalin Lenin Gramsci e Mao...w il riformismo!"

posted by Masterofpuppets | 16:54 | commenti (1)
 

Consigli per l'ascolto.

Prima di salutarvi e di partire per le ferie, voglio lasciarvi un suggerimento sulla musica. Vi consiglio di ascoltare quanto ha realizzato uno dei più grandi chitarristi della nuova generazione hard rock americana: Zakk Wylde. Scoperto dal mitico Ozzy Osbourne sul finire degli anni '80, da allora alterna il lavoro con il grande ex-Sabbath con la carriera solistica. Nei suoi lavori si possono trovare le tracce del black metal dei Sabbath, ma anche il Southern rock che ha reso famosi gli Allmann Brothers Band e i Lynyrd Skynyrd. Nel sito creato dai fans della Black Label Society, l'attuale band di Zakk al di fuori dell'attività con Ozzy, potrete ascoltare alcune cose tratte dai suoi album più recenti. Buon divertimento, Society Dwellers Mother Fu*@%rs!

posted by Masterofpuppets | 13:26 | commenti (1)
 

Libero non è più libero...

Da questa settimana, anche l'edizione web di 'Libero' è diventata consultabile interamente solo a pagamento, come accade per la maggior parte dei quotidiani italiani. Pertanto mi trovo costretto a ridurre drasticamente la pubblicazione integrale di articoli ripresi dall'ottimo giornale diretto da Vittorio Feltri, non avendo questo blog alcuna finalità economica. Non temete: continuerò lo stesso a segnalarvi e a riassumere per voi i pezzi che ritengo più interessanti. E, se vorrete, vi potrete collegare on line oppure fare un salto in edicola: è una cara abitudine da non perdere...

posted by Masterofpuppets | 10:28 | commenti


mercoledì, 21 luglio 2004
 

La lunga estate calda.

Ieri sera, non contento dell'afa che mi attanagliava, sono andato a fare la consueta corsa al campo di atletica della GIL. Grazie ad un indistruttibile walkman, mi tenevano compagnia i Metallica (ovviamente..), con Garage Inc., album interamente di cover del 1998. In particolare, la calda e sensualissima "Lover Man", di Nick Cave, grande interpretazione vocale di James Hetfield. La dedico volentieri a una donna che sa suscitare caldi e sensualissimi pensieri nella mia mente...

Loverman
There's a devil waiting outside your door
(How much longer?)
There's a devil waiting outside your door
It is bucking and braying and pawing at the floor
And he's howling with pain and crawling up the walls
There's a devil waiting outside your door
He's weak with evil and broken by the world
He's shouting your name and he's asking for more
There's a devil waiting outside your door

Loverman! Since the world began
Forever, Amen Till end of time Take off that
dress I'm coming down I'm your loverman
Cause I am what I am what I am what I am

L is for LOVE, baby
O is for ONLY you that I do
V is for loving VIRTUALLY all that you are
E is for loving almost EVERYTHING that you do
R is for RAPE me
M is for MURDER me
A is for ANSWERING all of my prayers
N is for KNOWING your loverman's going to
be the answer to all of yours

Loverman! Till the bitter end
While empires burn down Forever and ever
and ever and ever Amen I'm your loverman
So help me, baby So help me
Cause I am what I am what I am what I am
I'll be your loverman!

There's a devil crawling along your floor
There's a devil crawling along your floor
With a trembling heart, he's coming through your door
With his straining sex in his jumping paw
There's a devil crawling along your floor
And he's old and he's stupid and
he's hungry and he's sore
And he's lame and he's blind
and he's dirty and he's poor
give him more
There's a devil crawling along your floor

Loverman! Here I stand Forever, Amen
Cause I am what I am what I am what I am
Forgive me, baby My hands are tied
And I got no choice No, I got no choice at all

I'll say it again
L is for LOVE, baby
O is for O yes I do
V is for VIRTUE, so I ain't gonna hurt you
E is for EVEN if you want me to
R is for RENDER unto me, baby
M is for that which is MINE
A is for ANY old how, darling
N is for ANY old time

I'll be your loverman! I got a masterplan
To take off your dress And be your man
Seize the throne Seize the mantle
Seize the crown Cause I am what I am
What I am what I am I'm your loverman!

There's a devil lying by your side
You might think he's asleep
but look at his eyes
He wants you, baby, to be his bride
There's a devil lying by your side

Loverman! Loverman!
posted by Masterofpuppets | 18:20 | commenti (1)


martedì, 20 luglio 2004
 

Un mito...

Giusto l'altra sera stavo chiacchierando con una certa persona riguardo a questa Europa (che, tra l'altro, non piace a nessuno dei due...). Il discorso ci ha portati lontano, e abbiamo scoperto che per entrambi Alessandro Magno è, probabilmente, il personaggio storico preferito. Coincidenze... Ho deciso che in ferie mi leggerò "Vite parallele" di Plutarco, in cui si mettono a confronto la vita del Macedone con quella di un altro grande condottiero dell'antichità, Cesare. Da troppo tempo infatti quel libro occhieggiava dalla mia biblioteca personale. Inoltre, in questo clima di rivisitazione cinematografica del passato, anche su Alessandro Magno è stato girato un film che vedremo prossimamente nelle sale. Intanto mi gusto "Alexander the Great", dei mitici Iron Maiden. Brano tratto da "Somwhere in Time" del 1986, offre uno splendido esempio compositivo (quasi quasi stasera la suono...) che fa da sfondo ad un ottimo testo. Tutto, ovviamente, a firma dell'ottimo Steve Harris. Procuratevi l'album dei Maiden, il libro di Plutarco e forse potrete apprezzare meglio il film...

Alexander The Great (Harris)

"My son, ask for thyself another kingdom,
For that which I leave is to small for thee."

Near to the East, in a part of ancient Greece,
In an ancient land called Macedonia,
Was born a son to Philip of Macedon,
The legend his name was Alexander.

At the age of nineteen, he became the Macedon king,
And swore to free all of Asia Minor,
By the Aegian Sea in 334 BC,
He utterly beat the armies of Persia.

Chorus:
Alexander the Great,
His name struck fear into hearts of men,
Alexander the Great,
Became a legend 'mongst mortal men.

King Darius the third, Defeated fled Persia,
The Scythians fell by the river Jaxartes,
Then Egypt fell to the Macedon king as well,
And he founded the city called Alexandria.

By the Tigris river, he met King Darius again,
And crushed him again in the battle of Arbela,
Entering Babylon and Susa, treasures he found,
Took Persepolis, the capital of Persia.

Chorus:
Alexander the Great,
His name struck fear into hearts of men,
Alexander the Great,
Became a god amongst mortal men.

A Phrygian King had bound a chariot yoke,
And Alexander cut the "Gordion knot",
And legend said that who untied the knot,
He would become the master of Asia.

Helonism he spread far and wide,
The Macedonian learned mind,
Their culture was a western way of life,
He paved the way for Christianity.

Marching on, Marching on.

The battle weary marching side by side,
Alexander's army line by line,
They wouldn't follow him to India,
Tired of the combat, pain and the glory.

Chorus:
Alexander the Great,
His name struck fear into hearts of men,
Alexander the Great,
He died of fever in Babylon.



































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lunedì, 19 luglio 2004
 

Cronaca spicciola...

A prima vista sembra proprio una notizia di cronaca spicciola, di quelle che, purtroppo, si trovano troppo spesso sulle pagine dei quotidiani. Poi, leggendo con attenzione si scopre che l'anziana vittima di un tentativo di scippo avvenuto a Genova nei giorni scorsi era nientemeno che il Comandante Luigi Ferraro, Medaglia d'Oro al Valor Militare nella Seconda Guerra Mondiale, valoroso marò della X Flottiglia Mas. Il Comandante aveva accettato di comprare dei fiori da un ragazzino extracomunitario di 17 anni che, appena visto il portamonete di Ferraro, lo ha strappato dalle mani dell'anziano reduce. Ma gli è andata male: ha assaggiato il bastone da passeggio dell'arzillo novantenne e ha dovuto precipitosamente mollare la preda. Il Comandante non è riuscito a bloccare il furfantello, nonostante il pronto tentativo di inseguimento, perchè è scivolato riportando alcune escoriazioni. Raggiunto in ospedale dal presidente della Regione Liguria, non ha nascosto il proprio disappunto per non essere stato autorizzato sabato scorso ad immergersi nelle acque della baia di San Fruttuoso di Camogli per seguire da vicino il ricollocamento della statua del Cristo degli Abissi. Del resto, se sono scesi sott'acqua il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini e il ministro delle Politiche Agricole Gianni Alemanno, perchè non lo poteva fare anche lui? Per sapere di più su questo grande personaggio che ha fatto la Storia della Marina Italiana potete leggere "Luigi Ferraro. Un Italiano" di Gaetano Ninì Cafiero.

1951 - Isola di Ponza - Foto realizzata in occasione della crociera subacquea organizzata da Egidio Cressi nell'arcipelago Pontino.
Luigi Ferraro controlla la custodia autocostruita per cinepresa 16 mm.



posted by Masterofpuppets | 17:08 | commenti (4)
 

Ultima settimana di lavoro!!!

Veduta del porto di Forio (20)

Finalmente ci siamo! Cinque lunghissimi giorni di lavoro e poi le agognate ferie! Per ben quattro settimane sarete costretti a fare a meno della mia illuminante presenza. Consolatevi: tornerò più agguerrito e in forma che mai!

posted by Masterofpuppets | 10:38 | commenti (2)


mercoledì, 14 luglio 2004
 

Only for you...

THE UNFORGIVEN II

(From Metallica album 'Reload', 1997. Words and Music by James Hetfield, Lars Ulrich and Kirk Hammett)


Lay beside me, tell me what they've done
Speak the words I want to hear, to make my demons run
The door is locked now but it's opened if you're true
If you can understand the me, then I can understand the you

Lay beside me, under wicked skies
Through black of day, dark of night, we share this paralyze
The door cracks open but there's no sun shining through
Black heart scarring darker still, but there's no sun shining through

No, there's no sun shining through
No, there's no sun shining

What I've felt, what I've known
Turn the pages, turn the stone
Behind the door, should I open it for you?

What I've felt, what I've known
Sick and tired, I stand alone
Could you be there, 'cause I'm the one who waits for you
Or are you unforgiven, too?

Come beside me, this won't hurt, I swear
She loves me not, she loves me still, but she'll never love again
She lay beside me but she'll be there when I'm gone
Black heart scarring darker still, yes, she'll be there when I'm gone
Yes, she'll be there when I'm gone
Dead sure she'll be there

What I've felt, what I've known
Turn the pages, turn to stone
Behind the door, should I open it for you?

What I've felt, what I've known
Sick and tired, I stand alone
Could you be there, 'cause I'm the one who waits for you
Or are you unforgiven, too?

Lay beside me, tell me what I've done
The door is closed, so are your eyes
But now I see the sun, now I see the sun
Yes, now I see it

What I've felt, what I've known
Turn the pages, turn the stone
Behind the door, should I open it for you?

What I've felt, what I've known
Sick and tired, I stand alone
Could you be there? 'Cause I'm the one who waits
The one who waits for you

I take this key
And I bury it in you
Because you're unforgiven, too

Never free
Never me
'Cause you're unforgiven, too





























































posted by Masterofpuppets | 17:28 | commenti (8)
 

Che piacere ritrovarti...

Da alcune settimane Marcello Veneziani ha cominciato a collaborare anche con 'Libero'. Intellettuale di punta della Destra culturale italiana ed europea, i suoi corsivi sono sempre taglienti e brillanti. Ecco quello di oggi:

Corano e chador ma non coi soldi dello Stato. Il caso Islam.

Ma che razza di democrazia e di civiltà state costruendo? Dico a voi, spiriti umanitari e tolleranti, presidi e provveditori, assessori e intellettuali, che proponete lo spezzatino religioso nelle scuole, nei luoghi pubblici e nella vita delle città italiane. E che vi indignate se le autorità fanno osservare le leggi e condannano il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Nel giro di pochi giorni, tra la Regione Campania, il liceo Agnesi di Milano e la bagarre intorno alla nave Cap Anamur, abbiamo misurato il pericoloso tasso di demagogia buonista che si annida nella società, nelle istituzioni e nella cultura del nostro Paese. È un caso curioso di schizofrenia: vedi fior di laici e ammazzapreti che dopo aver deprecato per anni la pervasività religiosa con le sue festività, chiedono ora di duplicarle per far posto alle festività islamiche. Loro, che vedevano la religione come oscurantismo e superstizione, diventano ora sostenitori non solo della religione ma di una religione come l'Islam che, con rispetto parlando, è più religione delle altre quanto a osservanza e oscurantismo, integralismo e intolleranza. Vedi fior di democratici sinistresi che detestavano a scuola le classi differenziali, quelle per diversi, poveri e handicappati; e ora viceversa reclamano scuole differenziali per i nuovi diversi, i figli d'immigrati islamici. Dopo aver chiesto di abolire i ghetti nel nome della parità dei diritti umani, adesso chiedono di riaprirli nel nome stesso della parità dei diritti umani. Per dirlo in rima baciata, le figlie di Maria destavano ironia, le figlie di Maometto invece destano rispetto. Non so se un virus di demenza culturale stia davvero percorrendo il nostro Paese a partire da sinistra. Ma vedo a cosa portano le antiche religioni e le vecchie ideologie andate a male: i comunisti inaciditi, come i cristiani inaciditi, rivendono i loro prodotti scaduti e ormai alterati sul bancone dei valori umanitari. Ma nonostante la nuova etichetta e la nuova confezione, quei prodotti fanno male alla salute dell'Italia, delle sue istituzioni e dei suoi abitanti. La loro demagogia è figlia della carità e dell'uguaglianza traviate. Se portassimo a compimento la loro utopia, noi avremmo scuole e uffici pubblici che sono chiusi il venerdì, sabato e domenica, per non scontentare nessuno, islamici, ebrei e cristiani. Tre monoteismi al prezzo di uno, con un lunghissimo week end come dio comanda. Con classi riservate ai figli di musulmani, altre ai figli di ebrei, e magari altre ancora per i figli di massoni. Nessuno scandalo se sono scuole private, ognuno decida di insegnare e imparare quel che vuole; al limite potrebbe esserci anche una scuola privata per figli di satanisti, se non insegnano il crimine. Ma qui parliamo di scuola pubblica, di uffici pubblici, e se volete, anche di tv pubblica. Dove il principio di fondo, la ragione sociale, è una comune educazione, una comune lingua, comuni basi culturali, storiche e civili, in vista di un'integrazione in una comunità, con un sistema di relazioni e di scambi. Qui si confonde il rispetto delle minoranze, la libertà personale di culto e di opinione con la fine di una civiltà, di una nazione, di uno stato, e se permettete di una tradizione. E si confonde la libertà di ciascuno nella sfera privata che deve restare un punto fermo, con l'adozione pubblica di tutti i codici d'esistenza privata, di gruppo e d'etnia. Ognuno è libero di indossare il chador e ogni gruppo di costruirsi una moschea, compatibilmente con i vincoli pubblici e paesaggistici; ma trovo assurdo che lo stato o gli enti locali debbano finanziare la costruzione di moschee, come sento proporre da più parti, a cominciare dalla Campania. Ho già forti perplessità quando il denaro pubblico sostiene opere che attengono alla religione cattolica, che per indole, tradizione e maggioranza coincide largamente con la storia e la vita degli italiani; figuriamoci se dobbiamo adottare pubblicamente le religioni altrui. Siate islamici fuori dagli spazi pubblici; negli spazi pubblici siete cittadini, milanesi, italiani, europei, osservando le regole di qui. È giusto che la stessa cosa valga anche per noi se andiamo a vivere nei Paesi islamici. Vi confesso di sentirmi a disagio in un Paese diviso tra due blocchi ottusi. Quelli che si vergognano di esporre crocifissi in aula e nei luoghi pubblici, che vogliono azzerare le religioni e le tradizioni e ridurle ad una specie di rito clandestino ai limiti della masturbazione. E quelli che invece vogliono esporre in aula croci cristiane e celtiche, mezzelune e stelle di David e ogni bendidìo, in una specie di carnevale delle religioni, di saldi di fine umanità in vista del giudizio universale. Dove ognuno si sceglie la commissione esaminatrice: Iavhè, Allah o Gesù Cristo. Una specie di festival etnico-religioso, dove ciascuno espone la propria merce in un ghetto ribattezzato più carinamente stand, come alla fiera del levante. Un'Italia a pezzi unita solo dal business. Una pena. Che razza di città, di regione, di Italia, di Europa hanno in testa lorsignori, dove ognuno si fa addosso la propria fede e la propria etnia, dove si interrompe ogni orizzonte comune, ogni spirito pubblico, ogni valore condiviso? Ognuno dev'essere libero di non farsi il segno della croce davanti al Crocifisso e di non cantare l'inno di Mameli, se non lo vuole; ma evitate di ridicolizzare intere civiltà e religioni in questo fritto mistico che dà allo stomaco oltreche alla testa.

posted by Masterofpuppets | 16:38 | commenti (5)


martedì, 13 luglio 2004
 

Gola e Lussuria, il peccato nella Belle Epoque.

Su 'Libero' di Venerdì scorso, scrive Anna Sartorio:

Quando - il 15 aprile 1912 - il Titanic litigò con la pancia sommersa di un iceberg e colò a picco, con lui si inabissò un'epoca. Una bella epoca: infatti, la chiamavano Belle Epoque. Era un'epoca di petali di rosa nello champagne, femmine fatali, peccaminosi tabarin e sfrenati can-can, di maliarde, dandy e sciantose: lustrini, frac blu notte, boa piumati. Ma lusso e raffinatezza non erano un'esclusiva di mode e costumi. In quell'epoca - bella per pochi (i ricchi della prima classe) e crudele per molti (gli emigranti chiusi a chiave nella stiva, ad annegare come topi) - ogni angolo dell'esistenza doveva avere il sapore di un'opera d'arte. Fu così che nacque il Liberty, con le sue declinazioni nazionali di Art nouveau, Stile floreale, Modern art, Jugendstil: per realizzare una sintesi di ogni espressione artistica e creativa, dalla poesia alla pittura, senza disdegnare - anzi, esaltando - gioielli, vetri, cartelloni pubblicitari, stoviglie e pure il menù. Così, con un poco di azzardo ma uguale serietà, si può raccontare il Liberty curiosando tra i granelli del caviale o guardandolo attraverso la lente di una coppa in cristallo, magari inscrivendolo nella cornice di un transatlantico esclusivo e di un locale di lusso. Lo fa, brevemente ma con cura, Maria Salemi in "La cucina liberty" (Libriliberi), ripercorrendo la storia di un'epoca attraverso i luoghi e le ricette che l'hanno resa mitica. D'altronde, la cucina non era un optional. La Belle Epoque è una storia voluttuosa che si può scrivere anche dall'ottica di un filetto Strogonoff o di un salmone Pojarski: gusti tipici di quei tempi effimeri e dorati, poiché sintesi perfette di gola e lussuria. Antipasti afrodisiaci per erotici dessert. Né altro avrebbero potuto essere, dato che - per il viveur spregiudicato - l'incontro a tavola con una bella donna non contemplava altro dopocena che un amplesso digestivo in camera da letto. Non che il binomio sessocucina fosse una novità. Già gli antichi romani - che mangiavano sdraiati sul triclinio, sebbene più per indolenza che per intenzione erotica - si scatenavano nei baccanali. Importati dalla Magna Grecia, i banchetti erano gli aperitivi di orgie sfrenate, poi soppresse nel 186 a.C. con senatoconsulto per «immoralità e pericolosità sociale». Nel Medioevo, i cavalieri - ancora eccitati dalla battaglia - la sera sedevano in lunghe e chiassose tavolate, afferrando con la mano destra una coscia di pollo e con la sinistra quella di una pollastra. E più tardia Versailles, come in altri corti gaudenti - rimestare di intrighi amorosi le minestre di un festino divenne un'attività non solo tollerata, ma incoraggiata dallo stesso sovrano: più i suoi nobili avessero insidiato le dame di corte, meno avrebbero insidiato il suo trono. Negli anni che si affacciano sul Novecento, il binomio gola-lussuria ottenne l'avallo autorevole della letteratura. Nel "Piacere", Gabriele "D'Annunzio scandisce gli incontri amorosi tra Elena Muti e Andrea Sperelli con la cerimonia del tè. Equando il nuovo amante della Muti confida a Sperelli la sua relazione con Elenasceglie di farlo a tavola, mescolando particolari intimi con l'assaggio di «un pezzo di carne succulenta e sanguinante». Il binomio era ancor più esplicito in "A rebours" di Joris-Karl Huysmans, dove il duca Des Esseints - per il cordoglio di aver fatto cilecca nel letto di un'amante - organizza per la sua crisi di virillità una cena in nero, listata a lutto: neri i vini, nere le salse, nere le vivande, servite da «negre ignude» al suono di marce funebri, mentre il giardino viene cosparso di carbone (nero) e la fontana riempita d'inchiosto (nero pure quello). D'altronde, in piena Belle Epoque - tra eccentricità e occhi bistrati - anche la tavola doveva essere eccessiva, possibilmente corrotta. Il menù descritto da Theophile Gautier in "Una notte di Cleopatra" è espressione perfetta della donna-icona di quei tempi: fatale, peccaminosa e sommamente crudele. La donna aveva abbandonato la sua funzione femminile di madre-nutrice, e infatti la regina d'Egitto fa servire al povero corteggiatore improponibili «murene ingrassate con carne umana, lingue di fenicottero e cinghiali ripieni di uccelli vivi». Fortunatamente, nella realtà le pietanze erano meno orripilanti. Era la raffinatezza a dettar legge. Il ristorante dell'Orient Express - inaugurato nel 1883 per collegare Parigi a Costantinopoli - era un tragitto di vini d'annata, lampadari in cristallo e piatti preparati dai migliori chef d'Europa. I turisti internazionali e d'élite - granduchi russi, lord inglesi, diplomatici, principesse e fascinose maliarde pretendevano di sentirsi a casa ovunque, forse perché si spostavano di continuo da un continente all'altro. All'hotel Pera Palas di Costantinopoli come al Savoy di Londra, sui mari dei Titanic come sui binari dell'Orient Express, volevano trovare uguali arredi e identica cucina. Così, nel 1888 - dall'incontro tra il grande chef Auguste Escoffier e il celebre imprenditore alberghiero César Ritz - nacque la formula che rivoluzionò la grande ristorazione: la cucina internazionale, lussuoso compendio dei migliori piatti di ciascun Paese. Una cucina che rivelava la totale mancanza di fantasia dei suoi committenti. Una noia intercontinentale che li costringeva a mangiare - da Calcutta a Tokyo, da Roma a New York - sempre le stesse entrées, con la stessa aragosta all'americana e lo stesso fagiano al tartufo. Piace pensare che un artista della tavola come Escoffier avrebbe potuto escogitare ricette più originali, ma che si sia piegato alle esigenze di mercato solo per una radicata consuetudine all'obbedienza. Cuoco militare e prigioniero durante il conflitto franco-prussiano, per tenere buoni gli alti ufficiali inventava infatti pietanze gustose con qualunque cosa gli capitasse a tiro: dal cavallo morto in battaglia alle erbe di campo. Finito il conflitto, quegli stessi ufficiali che aveva nutrito andarono a trovarlo nel suo ristorante parigino - portandosi dietro amici illustri, come la scrittrice George Sand, e potenti, come il principe di Galles o il politico Gambetta - e ne decretarono il successo mondiale. Ma la Belle Epoque non era fatta solo di locali esclusivi come Chez Maxim. Aveva anche il sapore dei tabarin, dei balli popolari, di circhi e caffè, e talvolta il retrogusto dei bassifondi. Non a caso il termine Belle Epoque nacque in luoghi come lo Chat Noit, il Rat Mort, il Divan Japonais. Posti frequentati da Manet, Pissarro, Gauguin, Van Gogh, dalla "banda Picasso" e da Toulouse-Lautrec, che di quell'epoca fu lo straordinario interprete e immortalò nella pittura le sue icone: dalla cantante Yvette Guilbert alla danzatrice Luise Weber, celebre come "La Goulue", poiché ingorda di vini e di cibo. In locali del genere non si beveva champagne. Si beveva assenzio. E lo si beveva mollemente tra le cinque e le sette di sera, in quella che venne chiamata l'"ora verde", quando i giovani amanticomplice lo stordimento alcolico - avevano via libera nelle alcove delle signore. Da Parigi, la moda dei caffè dilagò velocemente in Europa. A Londra li animavano Oscar Wilde, Conan Doyle, George Bernard Shaw e la Mansfield. A Barcellona - dove il menù di Els Quatre Gats era disegnato da Picasso - l'idea venne raccolta da Miguel Utrillo, mentre a Vienna le Kaffeehaus diventarono i luoghi dove incontrare Freud, Trotzskij, Klimt, Musil, in un minestrone culturale che ribolliva di psicanalisi, politica, arte e letteratura. L'Italia, più provinciale, aveva comunque i suoi Cova di Milano e Fiorio di Torino, e naturalmente il Gambrinus di Napoli, frequentato da D'Annunzio, Scarfoglio, Zola e Maupassant. Vista la goduria che contraddistingueva l'epoca, dal caffè al cafè-chantant il passo fu breve. Nel 1890 il Salone Margherita di Napoli ospitò i fianchi sinuosi della Bella Otero, mentre a Milano - al San Martino - la vedette nostrana Maria Campi inventò la celebre "mossa", che diventerà poi il tormentone volgarotto dell'avanspettacolo. Ma il fenomeno, proprio quando cominciava a dilagare in ogni angolo d'Europa, imboccò il viale del tramonto. Negli anni Dieci, il can-can del Moulin Rouge era già un pallido ricordo. Resistevano gli alberghi di lusso, i ristoranti raffinati. Ma la Belle Epoque più popolare quella ruspante del tabarin - era ormai un piatto scotto. Nei locali italiani, il viveur era diventato un patetito vecchietto dal frac sdrucito, che offriva caviale di quart'ordine a una sciantosa col trucco sfatto e brindava alla lussuria con uno spumante acidulo. Tirava già aria di guer ra. La solida borghesia aveva vinto la sua battaglia contro quei luoghi di artisti svergognati. Nel 1920, il questore di Milano fissò alle undici di sera la chiusura dei locali notturni. Sei anni dopo, il "Regime fascista" invocò in un articolo la fine «di questi poveri tabarin, da dove escono donne bruciate e giovani arsi nell'anima». Mussolini accolse. E con un decreto di chiusura - acclamato festosamente dalla Chiesa - suggellò, in carta da bollo, l'inabissarsi di un'epoca. Maria Salemi "La cucina liberty" Libr iliber i Pagg. 96, euro 18

Vademecum di un viveur della Belle Epoque

Benché ingrigito e ufficialmente fuorilegge, il viveur della Belle Epoque dà nel 1926 un ultimo colpo di coda. Complice della riscossa è Omero Rampini - pseudonimo mai decriptato di qualche scrittore satirico - che compila «per il bel vecchietto arzillo e robusto» la "Cucina dell'amore": manuale semiserio su come trascinare la femme fatale dalla tavola all'alcova . Il protocollo è rigidamente codificato, e qualche playboy del Duemila farebbe bene a studiarselo. Non è professionale invitare a cena una bionda e propinarle lo stesso ristorante dove si è già portata a mangiare una mora. Per la bruna ci vuole una saletta «parata di stoffa antica nei toni d'oro vecchio», dove servano uova affogate alla Cleopatra. Per la bionda - assicura l'arzillo gaudente - si preferisca un locale con tappezzeria blu-turchese, l'unica intonata alla sua chioma dorata. Nemmeno le decorazioni saranno casuali: «Sulla mensa abbondino tuberose e mughetti, fra cui si sceglieranno i fiori per adornare il seno palpitante». Vietato allungare le mani prima della terza portata (che - suggerisce lo chef - deve consistere in perniciotti alla sultana), ma per approcci più spinti è d'obbligo attendere il dessert. Solo allora «si proceda spavaldamente ad attacchi più seri», ma non senza aver prima tastato la qualità del tappeto sotto la tavola: la sua morbidezza «sia tale da attutire la caduta delle virtù più feroci».

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lunedì, 12 luglio 2004
 

Sul Fascismo. Confronto a più mani - vol. II

Continua il dibattito sul Fascismo. Ringrazio nuovamente 'Nihilest' per i suoi interventi sempre arguti... Vorrei ringraziare anche altri, se scendessero in questo virtuale agone... Siamo arrivati qui:

Nihilest alle 16:19 del 04 luglio, 2004: Ciò che dici a proposito del Fascismo è parzialmente giusto; lo stesso Mussolini parlava di "eclettismo" del movimento fascista: un movimento in perenne mutamento. La riforma corporativa si risolse più in una dichiarazione d'intenti che altro... vero anche questo. Non sono d'accordo invece su quelli che tu consideri valori fondanti del Fascismo (Dio, Patria, Famiglia). Durante il cosiddetto periodo del "consenso" - quando l'Italia intera era "fascistizzata" - si puntò molto su questa triade di valori. Ma era un motto tranquillizzante, studiato per conquistare i favori delle masse. Mussolini al contrario riteneva che la Rivoluzione fascista dovesse essere condotta da un'elite (concetto tipicamente Soreliano). Una fetta importante del movimento (sindacalisti, futuristi, in parte gli arditi) era fortemente anticlericale (lo stesso Mussolini - di base - lo era; i Patti Lateranensi furono una semplice operazione di real-politik) se non atea. "Dio" non poteva dunque essere un punto comune. A mio avviso alla base del fascismo c'è il concetto di "Azione". I cosiddetti benpensanti hanno sempre avuto gioco facile dando un'immagine del Fascismo assolutamente sbagliata: un movimento conservatore, chiuso, reazionario. Il Fascismo fu tutt'altro: avanguardistico ed originale. E' per questo che conquistò le elite intellettuali.

Masterofpuppets alle 09:49 del 05 luglio, 2004: Ci stiamo avvicinando al nocciolo: effettivamente, negli anni del consenso il Regime seguì più una politica di destra (da qui anche il riferimento a Dio), anche se in altri momenti prevalse più quella di sinistra (primi anni e RSI, quando il Fascismo era rivoluzione). Se nel Fascismo vi furono anche diversi atei accanto ad anticlericali (porre Dio nella triade non è a mio avviso in antitesi con l'anticlericalismo, anzi...) e cattolici tout cour, ciò è dovuto all'eclettismo del Movimento, come si diceva innanzi. Un eclettismo che era testimoniato dal fatto che uno dei massimi cervelli del Regime fosse un tale Gentile...

Nihilest alle 08:02 del 06 luglio, 2004: Piuttosto che di politica di "destra" e "sinistra", in questo caso parlerei di politica "conservatrice e populista" - in un caso - e "avanguardista" nell'altro (inutile dirti quale sia - a mio avviso - la più intrigante). Non nego che nel fascismo ci fossero elementi cattolici (purtroppo per il fascismo) dico solo che Dio e la religione non erano elementi fondanti, o comunque imprescindibili, dell'Idea fascista. Quanto a Gentile... beh... ti risulterò antipatico per questo... ma secondo me è stato una sorta di freno a mano tirato per la rivoluzione fascista. Voleva giustificare eticamente ciò che non chiedeva di essere giustificato. Il fascismo più genuino non chiedeva di essere buono o giusto; pretendeva di essere e basta. Mussolini riteneva la violenza il motore della storia. Aveva ragione.

Masterofpuppets alle 10:08 del 06 luglio, 2004: Sicuramente da quanto scrivi traspare apertamente qual'è l'aspetto del Fascismo che maggiormente ti affascina...
C'è comunque da dire che è Mussolini stesso che si accorge che la rivoluzione deve diventare regime, che l'avanguardismo deve diventare sistema di potere. Mussolini congeda gli squadristi e forma la MVSN, trasforma il movimento in regime. Mussolini vuole per nove anni Starace capo del PNF, di cui ho parlato nel messaggio di ieri. Mussolini, quando perde il controllo dei massimalisti che (forse anche con il suo consenso indiretto) commettono l'omicidio Matteotti, sterza la barra di comando, portando ad una politica marcatamente di destra.
Quanto a Gentile, mi pare che il tuo parere sia alquanto ingeneroso. Gentile era una delle menti più lucide del Fascismo, sicuramente non l'unica. Il suo "compito" non era quello di giustificare ciò che non chiedeva di essere giustificato, ma dare uno spessore di pensiero all'azione. Anche se mi par di capire che non era il tuo pensatore preferito...

Nihilest alle 17:38 del 09 luglio, 2004: L'omicidio Matteotti è un episodio ancora troppo oscuro. Troppe le ipotesi. Francamente non me la sento di prendere una posizione su quest'episodio... In ogni caso Mussolini cercò sempre di trovare un equilibrio tra la spinta massimalista - quella della rivoluzione permanente, per intenderci - e la volontà di stabilizzazione di una parte della base. Una totale stabilizzazione - una democratizzazione del movimento - avrebbe portato alla morte del movimento stesso, di questo Mussolini era consapevole; così come era consapevole che la stragrande maggioranza degli italiani non avrebbe capito una politica interna di socialismo nazionale puro. L'entrata in guerra non fu assolutamente una mossa azzardata; fu un semplice calcolo politico: era l'unico modo per mantenere viva nel popolo la fiaccola della rivoluzione, per stringere gli italiani intorno all'idea fascista. Mussolini cercò di realizzare in politica estera ciò che non ebbe il coraggio di attuare in politica interna. E sbagliò.

Masterofpuppets alle 12:26 del 12 luglio, 2004: Più che altro invertì le due materie. E temette maggiormente le forze conservatrici interne rispetto alle Potenze estere.
Dall'analisi che hai fatto emerge però la stessa immagine che traspare dall'intervista di Emil Ludwig: un Mussolini "animale politico" che usa le leve del potere per giungere al suo fine. Non certo un rivoluzionario ciecamente votato alla causa. Mussolini è più Machiavelli che Robespierre... E questo per me è un bene, intendiiamoci!




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Buongiorno!

Stamani mi son svegliato con questa canzone in testa. O meglio, l'mmagine in testa era di una persona. Questa era semplicemente la colonna sonora...

Sabbra Cadabra (Black Sabbath)

Feel so good I feel so fine,
Love that little lady always on my mind
She gives me lovin' ev'ry night and day
Never gonna leave her, never goin' away

Someone to love me,
You know she makes me feel all right
Someone to need me,
Love me ev'ry single night

Feel so happy since I met that girl,
When we're making love
it's something out of this world
Feels so good to know that she's all mine
Going to love that woman 'till the end of time

Someone to live for,
Love me 'till the end of time
Makes me feel happy,
Good to know that she's all mine

Lovely lady, make love all night long
Ooh Lovely lady, never do me wrong
Ahh, I don't wanna leave you,
I never wanna leave you, anymore, no more

Lovely lady, mystifying eyes
Lovely lady, she don't tell me no lies
I know I'll never leave you
I'm never gonna leave you, anymore
I said no more, I said no more, ooh alright yeah
All right now yeah! No more yeah
I said ya don't want me no more,
I said you don't want me no more,
I said no more, ooh yeah
Come on now baby
Ha ha ha ha
ha ha haa
ha ho ho heh heh heh
ha ha ha ha
ah ha ha ha, ha heh ah ha ha ha ah ha ha ha ha
hea ah haa ha ha ahh
































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mercoledì, 07 luglio 2004
 

Ricordando Marzio...

“Credo nei valori del radicamento, della identità e della libertà, nei valori che nascono dalla tutela della libertà personale.
Sono convinto che la vita non può ridursi allo scambio, alla produzione, o al mercato, ma necessita di dimensioni più alte e diverse.
Penso che l’apertura al sacro e al bello non siano solo problemi individuali.Credo in una dimensione etica della vita che si riassume nel senso dell’onore, nel rispetto fondamentale verso se stessi, nel rifiuto del compromesso sistematico. Credo nella certezza che esistono beni superiori alla vita e alla libertà per i quali, a volte, è giusto sacrificare la vita e la libertà"
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Marzio Tremaglia

Attori, letterati, sportivi, imprenditori: ecco gli uomini che hanno sempre tenuto alto il nome del nostro Paese all'estero. Così ne parla Barbara Romano su 'Libero' oggi in edicola.

ROMA - «È con l'Italia in tasca che sono arrivato sino in cima al K2, il tricolore mi ha dato la forza, la grinta, l'energia di scalare la seconda vetta più alta del mondo dove con orgoglio ho piantato la nostra bandiera». Ci sono tutti quegli 8611 metri nello sguardo arso dai ricordi di Achille Compagnoni, uno dei primi uomini della storia ad aver scalato assieme a Lino Lacedelli la punta record del Karakorum, al confine tra Kashmir e Cina. Compagnoni e Lacedelli sono due delle 14 stelle d'Italia nel mondo, che stasera saranno premiate a Roma, alla Terrazza del Bollettino del Complesso del Vittoriano, dove avrà luogo la quarta edizione del "Premio per gli Italiani nel Mondo", istituito dalla Fondazione Marzio Tremaglia. L'evento, presentato ieri dal ministro Mirko Tremaglia e dall'attrice Bianca Guaccero, sarà ripreso sia da Rai Uno, con messa in onda sabato 24 luglio alle ore 22,40, sia in differita da Rai International. È la conduttrice Paola Saluzzi a fare gli onori di casa, mentre l'attrice Ornella Muti è stata eletta madrina della manifestazione promossa dal ministero per gli Italiani nel mondo, in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei ministri, la Regione Lazio e il ministero per i Beni e le attività culturali. Un ritorno, quello dei big che hanno reso grande l'Italia all'estero, pieno di memorie, lacrime e voci spezzate dalla commozione. In primis, del loro ministro, al quale ogni emozione riaccende il dolore per quel figlio, Marzio, scomparso prematuramente il 22 aprile 2002, cui lui ha dedicato tutte le sue missioni, compresa la nomina al Quirinale l'11 giugno 2001. E ora questo premio «offerto a un angelo che ogni giorno mi dà la forza non solo di combattere ma soprattutto di vincere,perché m'ispira idee, principi e valori». Ogni gioia, vittoria e conquista, per Tremaglia, non è che l'altra faccia di quel figlio che non c'è più. Compreso il volto del nipote Arrigo (il figlio minore di Marzio, che compirà 11 anni ad agosto, presente alla conferenza stampa), la cui sola vista basta a far inumidire lo sguardo di suo nonno. E di nonni e padri sono piene le parole un po' storpiate dei migliori italiani d'oltreconfine che vivono per lo più nel Nuovo Continente e che masticano con orgoglio quella vecchia lingua ereditata dai genitori. Come il «calabro-abruzzese» di Frank Jacobucci, presidente della Corte Suprema del Canada e l'abruzzese doc di Gaetano Bafile, direttore de "La Voce d'Italia", unico quotidiano in lingua italiana edito in Sud America. Tra le stelle d'oltreoceano spiccano quelle del cinema: Joe Pesci e Paul Sorvino, lanciati entrambi da Martin Scorzese, e Murray Abraham, fra gli interpreti dello "Scarface" di Brian De Palma e vincitore dell'Oscar come migliore attore in "Amadeus", dove interpretava il ruolo di Salieri. Ma non mancano poeti,top manager,giornalisti, giudici, avvocati e ballerini. Da John Borghetti,amministratore generale delle linee aeree della Quantas; a Roberto Busato, 49 anni, il più giovane presidente della storia del Consiglio federale degli avvocati brasiliani; a Elena Caprile, direttore del "Corriere canadese" (il solo quotidiano italiano edito in Canada); a Maximiliano Guerra, stella del balletto mondiale; a Joseph Tusiani,poeta di fama internazionale già insignito dal prestigioso Greenwood Prize, anche lui figlio di emigranti. «Un popolo che è stato costretto a lasciare la patria in cerca di fortuna e per lungo tempo ha subito ogni sorta di ingiustizia, di maltrattamenti e di soprusi», ricorda il ministro, «ma un grande popolo con una moralità fortissima che difendeva la tradizione della propria terra e che ha sempre sognato di ritornare a casa». Tra le celebrità, non mancano i premi alla memoria: a Primo Carnera, uno dei più grandi pugili italiani di sempre. «La chiamavano l'Italia senza scarpe», chiosa Tremaglia,«questo popolo poi ha civilizzato il mondo».



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Sironi, artista "dimenticato".

A Mario Sironi (Sassari 1885 - Milano 1961) e alla sua opera 'Libero' ha dedicato ieri la Terza Pagina. Come Masaccio nel '400, Sironi rinsanguò la pittura del Novecento trasformandola, con le Grandi Decorazioni, in autentica arte sociale durante il Ventennio. Divenne così uno dei massimi interpreti dell'arte fascista, scrivendo il "Manifesto della Pittura Murale". Per questo Sironi era già artisticamente morto alla fine dell'ultimo conflitto: infatti sia che l'artista operi per la costruzione di cattedrali gotiche, oppure per innalzare in una piazza di Milano - come Sironi l'emblema del <<Popolo italiano>>, cioè del lavoratore che è diventato guerriero della sua fede, non ha importanza che lo faccia in nome della tradizione o in nome degli ordinamenti civili, religiosi e politici del tempo, occorre invece che il suo linguaggio formale si all'altezza della tensione spirituale, che la forma attinge e rivela alla fede della comunicazione del suo tempo. Nei. Saranno questi artisti, insieme ad altri occasionali partecipanti, a dare consistenza alle mostre che il Novecento organizzerà con successo in Italia e in Europa, dal 1926 al 1929. Entra a far parte del corpo redazionale del Popolo d'Italia, del quale cura l'edizione mensile della Rivista illustrata. Nel 1930 e nel 1933 fa parte del direttivo della quarta e quinta Triennale: quest'ultima verrà definita <<l'edizione regina>>, in quanto, come si espresse il Corriere della Sera del 29 settembre 1975, <<fu la più grande mostra della pittura e scultura morale: un altro motivo di gratitudine per Mario Sironi che la realizzò>>. Nel 1927, Sironi si occupa dell'organizzazione professionale degli artisti, facendo parte del direttorio sindacale. Dopo del 1945, quando gli ideali vengono travolti nel baratro della sconfitta dell'Europa, Mario Sironi, riprende la pittura da cavalletto, che aveva abbandonato per gli affreschi murali. Gli anni trenta hanno rappresentato, infatti, non soltanto la convergenza dei tre fenomeni culturali e politici, rappresentati dalle idee del futurismo, dell'attualismo e del fascismo, ma soprattutto l'unificazione linguistica in arte tra avanguardia e tradizione, grazie al contributo di Mario Sironi, figlio del futurismo e della metafisica.

Vetrata "La Carta del Lavoro" per il Ministero dell'Industria di Roma

(ALESSANDRA COPPA) La grande decorazione è per Mario Sironi una utopia, una dura battaglia civile per l'arte. L'eternità del grande si confonde tuttavia con l'effimero del mondo moderno. Molte di queste opere erano infatti pensate per allestimenti temporanei come i molti cicli di affreschi per la V Triennale di Milano del 1933. Ed è proprio alla Triennale di Milano, dopo la tappa a Bologna, la mostra "Sironi. La Grande Decorazione" (fino al 30 luglio) dedicata alle opere monumentali, affreschi, mosaici, sculture, vetrate, allestimenti, realizzate dall'artista tra la fine degli anni Venti e i primi anni Quaranta. È esposta una grande quantità di materiale "preparatorio" solo in parte noto, studi, bozzetti, schizzi, appunti. L'allestimento è rispettoso, ma al contempo deciso è teso alla ricerca dell'atmosfera che si respirava alle prime Triennali. All'ingresso un cannocchiale ottico inquadra la splendida cariatide in marmo di Carrara della collezione Aimetti. Proseguendo si va dal piccolo al grande, fino al salone centrale, dove in uno spazio "teatrale" le opere più monumentali sono "slegate" dalle pareti. Oltre trenta furono le commissioni pubbliche di Sironi in quel periodo. Si possono citare, tra le realizzazioni più celebri, la vetrata "La Carta del Lavoro" (Ministero dell'Industria, Roma), la Mostra della Rivoluzione Fascista del 1932, al Palazzo delle Esposizioni dell'Urbe, i molti interventi per la già citata V Triennale di Milano tra cui il murale "Il lavoro" nel Salone d'Onore, i teleri del Palazzo delle Poste di Bergamo "L'Architettura o Il lavoro in città" e "L'Agricoltura o Il lavoro nei campi", l'affresco "L'Italia tra le Arti e le Scienze" nell'Aula Magna della Città Universitaria di Roma. Per le imprese monumentali Sironi dipinse un grande numero di grandi cartoni a tempera. Una selezione di trentotto opere di grandi dimensioni e di oltre centocinquanta disegni e tempere più piccoli costuisce il nucleo centrale della rassegna. Sironi era concentrato nello sforzo di appropriarsi delle leggi dello spazio che governano il "far grande" della pittura di dimensione monumentale, ben consapevole di quanto questa ricerca fosse diversa e anzi opposta rispetto alla pratica della pittura da cavalletto. «Quando si dice pittura murale non si intende soltanto il puro ingrandimento sopra grandi superfici di quadri che siamo abituati a vedere, con gli stessi effetti, gli stessi procedimenti tecnici, gli stessi obiettivi pittorici. Si prospettano invece nuovi problemi di spazialità, di forma, di espressione, di contenuto lirico o epico, o drammatico. Si pensa a un rinnovamento di ritmi, di equilibri, di uno spirito costruttivo», ha scritto Sironi. Questa produzione riveste un'importanza centrale nel percorso creativo di Sironi, che fu convinto assertore del primato dell'opera d'arte realizzata su commissione pubblica, rispetto alla pittura "da cavalletto", al quadro realizzato nello studio e destinato al mercato dell'arte. Nel suo operare artistico e nei suoi scritti sull'arte Sironi ribadì la necessità del ritorno alla decorazione di grandi superfici murarie, già gloria e vanto dell'arte italiana, non per tornare al passato ma per realizzarvi arte moderna. Decorazione, Grande Decorazione, affermava Sironi, furono gli affreschi di Masaccio e di Piero, le tombe tebane e la Cappella Sistina. Il suo concetto di decorazione è pertanto del tutto antitetico rispetto a quello, ottocentesco, della decorazione - ornamento. L'idea sironiana della Grande Decorazione è stata una delle risposte più attrezzate intellettualmente e più produttive a questa inquieta riflessione sulla destinazione dell'arte moderna. Ma fu anche uno dei principali veicoli di rappresentazione e propaganda del fascismo italiano, il che ha fatto cadere su di essa nel dopoguerra l'ombra di una inevitabile "damnatio memor iae". Mario Sironi è una delle figure protagoniste del Novecento Italiano per l'incontro della sua inclinazione verso un'arte monumentale con i programmi del Fascismo.Tale arte è il risultato di un percorso passato attraverso l'adesione, dapprima al Futurismo e in seguito (ma per un breve periodo) alla corrente metafisica. Nel primo dopoguerra è uno dei più convinti sostenitori del partito fascista e della tradizione italiana, attraverso un linguaggio arcaizzante caratterizzato dalla riduzione geometrica delle forme e dalla vigorosa costruzione plastica. Il ritorno all'antico propugnato in pittura viene proposto da Sironi anche tramite il recupero di tecniche classiche, come l'affresco, il mosaico, il bassorilievo monumentale e tra i suoi soggetti preferiti figurano il nudo, il paesaggio alpestre e il ritratto. Con la collaborazione di architetti dell'ala razionalista, l'artista diviene uno dei maggiori protagonisti del tentativo di formulare un'estetica del regime fascista, animato da un principio di volontà e ordine rispecchiante il suo orientamento psicologico e la sua ideologia politica. Sironi crede fermamente nel Fascismo ed è convinto che la pittura murale possa farsi strumento di educazione delle masse capace di comunicare loro valori attuali (quelli del Fascismo) come un tempo essa comunicava gli ideali religiosi. Per questo motivo Sironi considerava la pittura murale come il solo mezzo per riuscire ad esprimere i più alti valori del Fascismo: «dalla pittura murale sorgerà lo stile fascista», dirà Sironi in un suo scritto, e ancora nel "Manifesto della pittura murale" pubblicato nel dicembre del 1933 e firmato anche da Campigli, Carrà e Funi: «la pittura murale è pittura sociale per eccellenza. Essa opera sull'immaginazione popolare più direttamente di qualunque altra forma di pittura, e più direttamente ispira le arti minori». Tuttavia anche se Andrea Sironi, nipote dell'artista, scrive nella prefazione alla monografia che «questo progetto non vuole avere nulla a che spartire con certa storiografia "revisionista" del ventennio fascista, né tantomeno con tentativi, più o meno dichiarati, di "rivalutazione" del ventennio fascista», le opere di Sironi ne sono state indissolubilmente legate, e ne sono diventate uno dei principali veicoli di propaganda. Alle opere monumentali Sironi non affidava il compito di diffondere specifici contenuti politici d'attualità, ma quello di divenire uno strumento di educazione delle masse nell'Italia fascista. Purtroppo il movimento murale promosso da Sironi avrà tutt'altro destino rispetto a quello di divenire arte di Stato: La Grande Decorazione sironiana è stata subito oggetto di critiche e polemiche da parte dell'opinione più retriva, che non perdonava all'artista di non aver rinnegato l'avanguardia nella quale aveva avuto la sua formazione. Dopo la guerra poi, le opere monumentali di Sironi sono state per ovvi motivi politici sottovalutate.

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martedì, 06 luglio 2004
 

Il mattino ha l'oro... al collo!

Novello Fedro mi cimento in una favola. Quanto alla morale... trovatela voi!

Un'altra calda mattina di luglio. F. aveva indossto lo stesso l'abito grigio, ma aveva deciso di lasciare la cravatta nell'armadio: sapeva di non poterla tollerare quel giorno. Dalla camicia aperta sul collo sbucava la sua inseparabile collanina d'oro, con la Croce cristiana, ricordo del suo bisnonno Legionario di D'Annunzio, e la croce celtica, simbolo di un'Idea a cui non aveva mai voluto rinunciare. Mentre raggiungeva a piedi l'ufficio, F. incontrò un "imbrattatore di carta" (o giornalista, licenza poetica...), M. M. aveva idee politiche molto distanti dalle sue, ma aveva sempre accettato di confrontarsi (più o meno) sportivamente con lui. "Ora che state abbattendo il Berluska finalmente rispuntano le celtiche..." disse M. a F., con il sorriso compiaciuto di chi attende con ansia la caduta del Governo. "Strano - pensò F. - qualche giorno fa avrebbe semplicemente detto che la celtica al collo è un ottimo obiettivo a cui mirare per essere sicuri di centrarmi..."

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lunedì, 05 luglio 2004
 

Fottere, Obbedire, Combattere.

"Starace chi legge" si scriveva – di nascosto - sui muri d’Italia quando il gerarca pugliese Achille Starace era a capo del Partito Nazionale Fascista negli anni Trenta e si scatenava con fantasia sfrenata nell’organizzare nei più minuti dettagli la liturgia fascista, la liturgia dello Stato totalitario che Mussolini diceva – più a parole che nei fatti – di voler instaurare. 'L'Indipendente' di ieri ha dedicato un approfondimento alla figura di Achille Starace, da sempre ricordato come fanatico e ottuso esecutore dgli ordini del Duce. La storiografia - anche revisionista - sta rivedendo questo giudizio: Starce voleva trasformare la dittatura personale di Mussolini in un vero e proprio totalitarismo, aspirando alla sucessione. "Con l'ostentata rinuncia a qualsiasi pretesa di interferire col "cervello politico" del regime fascista, e, nello stesso tempo, con lo svolgimento meticoloso delle funzioni esecutive assegnate al Partito, fino a sfidare il ridicolo (...) faceva affluire quasi inavvertitamente nelle mani del Segretariodel Partito il massimo potere effettivo..." secondo Emilio Gentile, allievo di De Felice. Per Niccolò Zapponi, Starace "non chiedeva il conferimento ufficiale del potere politico al Pnf, ma ne attendeva di fatto la consegna, prima o poi, in una cerimonia ufficiale, da parte di uno Stato in catene". Per lo stesso G.B. Guerri "Starace aveva una precisa visione del totalitarismo da realizzarsi come completa risoluzione del privato nel pubblico, come subordinazione dei valori della vita privata nel valore politico per eccellenza, lo Stato, ovvero nel partito, eticamente superiore come milizia, ideologia e religione politica; e aveva capito che il Fascismo non poteva esssere identificato solo con il mussolinismo, perchè l'organizzazione di massa portava necessariamente al totalitarismo". Tant'è che oggi è addirittura messo in discussione il dogma dello Starace fedele sempre e comunque al suo Duce. Al contrario, quel rapporto, fu messo irrimediabilmente in crisi dalla scelta di Mussolini di entrare in guerra a fianco dei tedeschi.

"A me piacciono i givani che come me praticano uno sport bestiale.Rompersi una gamba o le costole,e guarire senza l'intervento del dottore. E' indispensabile pure che i giovani fottano. Fottano in continuazione. I giovani che no fottono non mi piacciono". Discorso a un gruppo di centauri.

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domenica, 04 luglio 2004
 

Sul Fascismo. Confronto a più mani - vol. I

Alcuni messaggi scambiati di recente con 'nihilest' mi hanno fatto venire la malsana idea di realizzare una serie di messaggi sull'argomento Fascismo. Ovviamente, essendo un confronto in fieri, ognuno è libero di scrivere le proprie idee sull'argomento, lasciando un messaggio sull'ultimo post della catena dedicato a questo tema. Periodicamente li pubblicherò all'interno di nuovi post. Ovviamente le sciocchezze non saranno prese in considerazione (capito Lo.., ehm, nostalgiacanaglia?) e ringrazio sin d'ora tutti coloro che vorranno dare il proprio contributo, a cominciare ovviamente proprio da 'nihilest', grazie al quale ho maturato quest'idea. Cominciamo da dove tutto ebbe inizio.

Nihilest, alle 17:51 del 02 luglio, 2004: Nella tua presentazione ti dichiari fascista e filoamericano... una sorta di ossimoro... Il fascismo fu un movimento interessante sotto mille aspetti, spesso contraddittorio... Ma su una cosa il vero fascista non poteva transigere: l'odio verso le demoplutocrazie di stampo anglosassone...
Non credi?
Sarò sempre grato al fascismo per aver inventato il motto più bello che abbia mai sentito: "Me ne frego!"

Masterofpuppets alle 18:03 del 02 luglio, 2004: Io veramente mi riconosco più nella seconda parte della descrizione. la prima di solito è quella usata dai miei detrattori... Comunque l'odio per le plutocrazie derivava dalle radici socialisticheggianti del fascismo. Muti e Balbo stesso sostenevano invece di privilegiare i rapporti internazionali col mondo anglosassone...

Nihilest alle 18:16 del 02 luglio, 2004: Ok Nessunaresa, no problem, non volevo polemizzare... Le chiami radici socialisticheggianti; per la precisione la base ideologica del fascismo era data da un mix di sindacalismo rivoluzionario Soreliano e nazionalismo... A mio avviso era questa la faccia più affascinante ed innovativa del fascismo... I principi del fascismo puro ritorneranno nell'esperienza della Repubblica Sociale. Un'esperienza assai interessante. Balbo era un fascista all'acqua di rose, un baroncino di provincia narcisista e privo di slancio, non lo trovo assolutamente affascinante... Di Corridoni che mi dici?
Ti saluto, lascia perdere l'america va! ;-)

Masterofpuppets alle 18:26 del 02 luglio, 2004: Sai, credo che vi sia un fraintendimento di base per quanto concerne il fascismo e il mussolinismo in particolare. Da "Intervista con Mussolini" di Ludwig traspare un'immagine molto più pragmatica del Duce. La politica estera e il rapporto con la Germania nazista soprattutto non appaiono fondate su granitiche e incrollabili certezze, ma determinate da scelte legate alle situazioni del periodo. Così non credo che il Fascismo fosse antiamericano o antianglosassone per vocazione. Così come credo che fosse filotedesco o filoarabo per scelta, come lo dimostra quanto ho scritto nel messaggio.
Di Balbo non ne esalto le virtù politiche o filosofiche - francamente non eccessivamente rilevanti - ma la complessità della figura. Come farò più avanti con Muti...

Nihilest alle 18:52 del 02 luglio, 2004: Mussolini ammirava anche Machiavelli... questo spiega tante cose in politica estera... Stalin era nazista? certamente no, eppure si alleò con la Germania per spartirsi la Polonia. E' solo un esempio. A livello ideologico il sistema democratico anglosassone è antitetico al fascismo... Uno si basa sul più totale liberismo, l'altro sul corporativismo... Uno privilegia il consenso, l'altro l'"azione" in quanto tale... Ammiri i miti del fascismo, ma hai le idee confuse sul resto - mi pare -.
Comunque ti preferisco alla mandria pseudobuonista, pseudopacifista, pseudosolidarista che imperversa nelle piazze.
Con quegli stracci arcobaleno farei un bel falò eheheheh

Masterofpuppets alle 12:38 del 04 luglio, 2004: Chiamami per il rogo, che porto la benzina! (eh-eh-eh!)
Credo che la grandezza del Fascismo risieda proprio nell'essere un coacervo di idee spesso addirittura antitetiche l'una rispetto alle altre. Il Fascismo lo interpreto come l'estrema sintesi di idee, correnti di pensiero, filosofie, che aveva come unico scopo la difesa e la diffusione dei valori fondanti: Dio, Patria e Famiglia. Quello era il fine dell'opera, i mezzi utilizzati nel corso del Ventennio sono stati i più vari, e lo stesso corporativismo (come tu ben sai) venne solo parzialmente applicato, così come la partecipazione. Per questo non ritengo che bisogna essere corporativisti per essere "fascisti", proprio perchè il Fascismo non è mai divenuto Ideologia (vedi Nazismo e Comunismo), e quando si cercò di codificarlo in dottrina (la Mistica Fascista, le "Staraciate"...) si ottennero i più gravi insuccessi. Proprio perchè il Fascismo se non è movimento non è. E per essere movimento non può essere imbrigliato in categorie di pensiero, ma deve essere libero di nutrirsi continuamente di nuove idee, tenendo ben ferma la propria triade di valori.








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venerdì, 02 luglio 2004
 

Ciao, Selvaggio...

WASHINGTON (ANSA) - Marlon Brando e' morto; lo ha detto il suo avvocato alla Ap. Il decesso e' avvenuto in un ospedale di Los Angeles. Brando aveva 80 anni. La notizia del decesso era stata data da una tv locale dell'Arizona, che aveva raccontato di due chiamate ai vigili del fuoco dall'abitazione dell'attore, la scorsa notte, entrambe annullate.

BRANDO: LA VITA AGRA DI UN GRANDE ATTORE
- ''Faccio il mestiere piu' inutile del mondo, ma resto a Hollywood perche' non ho il coraggio di rifiutare i soldi''. Selvaggio, scostante e intrattabile, diviso fra tragedie personali, colpi di testa esistenziali e totale immersione nel 'metodo' che ha reso celebre l' Actor's studio, Marlon Brando ha attraversato quarant' anni di cinema tra interpretazioni magistrali e partecipazioni bislacche ma miliardarie a film di valore piu' che dubbio, ''modificando comunque - come ha scritto il critico David Thomson - sia nei suoi lunghi ritiri che nei suoi migliori lavori il nostro modo di intendere la recitazione''. Fin dagli esordi indicato come l' erede di Lawrence Olivier, Brando mostro' immediatamente di essere assai piu' pigro, meno ambizioso, piu' tormentato ma anche piu' sensibile al denaro dell' illustre collega inglese.

Padre spirituale dei ribelli senza causa (come James Dean, che per tutta la sua breve vita lo ebbe come modello e cerco' di imitarlo), Brando ha incarnato la figura dell' attore con la A maiuscola e come molti di questa elite di interpreti ha vissuto, con il proprio mestiere, in un costante rapporto di amore-odio, di esaltazione e di disillusione. Macchina da cinema dalla fisicita' prima minacciosa e sensuale poi fin troppo debordante, Brando e' stato candidato all' Oscar otto volte vincendo due statuette ('54 e '72). Quando, nel 1951 ('Un tram che si chiama desiderio'), irrompe sullo schermo la canottiera immacolata di Kowalski-Brando, che diventera' un cult per ogni macho, l' attore ha in realta' gia' dato prova di straordinarie doti di immedesimazione in 'Uomini', un aspro melo' di Fred Zinneman dell' anno precedente. Qui Brando e' un reduce paraplegico, disperato e introverso, che recita praticamente solo con il volto.

Con 'Un tram che si chiama desiderio' pero', che aveva gia' interpretato a teatro, inizia la costruzione dell' icona-Brando, brutale e attraente, virile e violento, seduttivo e pericoloso. Quello che molti definirono 'Il Metodo al lavoro', era un attore gia' formato e, con la complicita' del regista Elia Kazan, trasformo' la piece di Tennessee Williams nella storia di Kowalski piu' che in quella di Blanche (Vivien Leigh). D' altra parte fu con un pugno di film tutti interpretati in questo decennio che il volto e il corpo di Brando vennero consegnati alla leggenda. Con Kazan (che poco prima di morire sostenne senza falsa modestia di essere stato il regista ad aver meglio impiegato Brando) l' attore recita poi in 'Viva zapata' (1952) e 'Fronte del porto' (1954), che gli frutta il primo Oscar.

E in un film che la critica ha sempre complessivamente giudicato mediocre ed ambiguo, nonostante gli otto Oscar, a rifulgere e' proprio l' interpretazione di Brando, perfezionistica e a tratti perfino compiaciuta, ma incancellabile soprattutto in alcune scene, come quella celebre del pestaggio. Tra l' uno e l' altro c' era stato 'Il selvaggio' di Lazslo Benedek (1953), altra pietra miliare nell' edificazione del mito Brando nell' immaginario collettivo maschile e femminile, oltre che spia sociologica in consistente anticipo sui tempi. All' incarnazione di una gioventu' insofferente e randagia Brando regalo' il meglio dell' arte introspettiva dell' Actor's studio e qualche anno dopo Andy Wahrol certifico', con alcune delle sue celebri serigrafie, l' ingresso nei must popolari del giubbotto nero indossato dall' attore nel film.

Prima della fine del suo decennio d' oro, gli anni '50, Brando da' anche prova di versatilita' con l' Antonio di un celebre 'Giulio Cesare' (1953), il Napoleone di 'Desiree'' (1954) lo Sky Masterson di 'Bulli e pupe' (1955) e il biondo tedesco di 'I giovani leoni' (1958). Gli anni Sessanta saranno invece quasi solo una sequenza di prove mediocri, con l' eccezione della sua unica regia ('I due volti della vendetta', 1961), di 'Riflessi in un occhio d' oro' (1967) di John Huston e di 'La fuga' (1966) di Arthur Penn. Gli anni Settanta, che si inaugurano col terzomondista 'Queimada' di Pontecorvo, ne segnano il clamoroso ritorno, grazie a due registi che lo impiegano con grande originalita' in ruoli diversisissimi. Francis Ford Coppola in 'Il padrino' (1971) che gli vale il secondo Oscar, (quello che non andra' a ritirare per solidarieta' con la causa dei pellerossa) e Bernardo Bertolucci nel controverso 'Ultimo tango a Parigi'.

Di quest' ultimo film, doloroso e romantico, il volto sfatto di Brando ('un Mito con la pancia', secondo Maria Schneider), il suo inimitabile modo neglige' di indossare qualunque cosa e, perche' no, la vertiginosa credibilita' nell' interpretare una sequenza di sodomia, sono gli elementi di un successo senza confini e di un caso sociologico. Il resto, tra anni '80 e '90, sono solo apparizioni miliardarie (un miliardo al minuto, per alcuni film) e a volte imbarazzanti, come in 'Superman' (1978) e 'La formula' (1980). Fa eccezione il Kurz di 'Apocalipse Now' di Coppola (1979): nell' oscurita' scolpita da Vittorio Storaro, con la testa rasata, Brando regala un saggio di recitazione da offrire alle scuole di cinema. Ma al mestiere amato-odiato l' attore offrira' ancora la misura e l' impegno di una maturita' malinconica in film come 'Un' arida stagione bianca' (1989), 'Don Juan De Marco' (1995), 'The score' (2001, che riunisce tre generazioni in cui ognuno e' l'erede dell'altro: Brando, De NIro, Edward Norton), tutti segnati dal suo volto e da un corpo eccessivo ormai inutilizzabile per la recitazione se non per piccoli gesti e movenze che sono da soli momenti di puro cinema.















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Pizzo-di-Ferro, l'Icaro del Ventennio.

Italo Balbo, "Pizzo di Ferro" - Foto Autore Sconosciuto

Domenica scorsa, "L'indipendente" di G.B. Guerri ha dedicato il suo numero monografico settimanale a Italo Balbo, una delle figure più affascinanti del Ventennio e, pertanto, molto poco conosciuta a causa della "censura" calata su quel periodo della nostra storia.

Originario del ferrarese, proveniente dalle fila repubblicane, aderì all'interventismo rivoluzionario e partì volontario per la Grande Guerra dove si distinse come valoroso. Di ritorno dalla guerra aderì, con i suoi compagni di trincea, ai Fasci degli ex-combattenti che confluirono in seguito nel movimento guidato da Mussolini. Costituì e diresse le squadre d'azione nel ferrarese, distinguendosi nelle battaglie di piazza non meno di quanto si fosse distinto in trincea. Attivissimo anche sul piano politico, portò e organizzò anche nelle campagne il sindacalismo fascista. Fu uno dei quadrumviri della Marcia su Roma e fondò, nel 1923, Il Corriere Padano. Pioniere dell'aviazione italiana e trasvolatore di fama mondiale - del Mediterraneo nel'26 e nel '29 e dell'Atlantico nel'28 e '29 - fu prima sottosegretario e poi Ministro dell'Aeronautica. Promosse e organizzò lui stesso l'aviazione militare italiana. Venne poi nominato governatore della Libia (1934) nella quale si impegnò per realizzare le infrastrutture necessarie all'impiantazione di vaste e moderne colonie agricole italiane. Allo scoppio della guerra riprese il comando dell'armata aerea in Africa, tornando a volare e combattere in prima persona. Fu abbattuto nel cielo di Tobruk. Proprio a questo avvenimento è dedicato l'ampio articolo dello storico Folco Quilici, figlio di Nello, scomparso al fianco di Balbo quando il suo aereo venne abbattuto.

Le capacità organizzative di Balbo ne fecero un mito dell'aviazione. Ancor oggi, fra gli aviatori statunitensi, "fare un Balbo" significa fare una cosa bella, affascinante, eclatante, esaltante. Nella tradizione americana ancora è indelebile il ricordo delle imprese aviatorie del nostro, che dopo quella di Lindberg del 1927, rappresentano una tappa fondamentale dei collegamenti tra le due sponde dell'Atlantico.

Ma la figura di Italo Balbo presenta altri elementi interessanti per l'indagine storica. Balbo, ad esempio, fu un feroce oppositore della politica filotedesca dell'Italia fascista. Era antitedesco: "Io i tedeschi non li discuto: li odio" dichiarò ad amici fidati. "Finirete a fare i lustrascarpe ai tedeschi!" gridò in faccia a Ciano, che riportò tutto al suocero. Il quale annotò il commento: "Balbo rimarrà quel porco democratico che fu oratore della Loggia Girolamo Savonarole di Ferrara".

"Con Italo Balbo nella giovane Arma si costituisce una specie di cavalierato carolingio. Ogni volatore diventa un paladino nella cui gara perenne, più che il proprio nome tocca onorare l'insegna che lo protegge". Così scrveva Curzio Malaparte in "Vita di Pizzo-di-Ferro, detto Italo Balbo" nel 1931. Giusto un'anno dopo Malaparte, cacciato dalla direzione della Stampa, dalla Francia iniziò a inviare lettere di fuoco contro il suo ex amico e protettore, reo a suo dire di non averlo difeso, fino a dileggiarlo acidamente: "L'amicizia di Balbo ha sempre una ragione di complotto. E io sono contrario in modo assoluto a qualunque successore. Al suo rivoluzionarismo io non credo. Non credo all'avvenire degli uomini grassi. E se fosse magro gli occorrerebbe un'altra testa e un'altro cuore...". "La penna migliore del fascismo", come lo definì Piero Gobetti, aveva così dimostrato tutto il suo carattere da "Arcitaliano"...

Era anche acrobata dell'amore, oltre che dei cieli. Fedora Sandelli, detta "Venere Tascabile", aveva un lussuoso e raffinato bordello sull'Appia. Fra i gerarchi che frequentavano le dieci splendide ragazze, eccellevano nell'ars amandi Pavolini, Balbo, Farinacci e De Bono. Ma il migliore era Ettore Muti, "Gim dagli occhi verdi". Aveva un debole per le ballerine bionde. Quando fu vilmente ucciso, una delle sue amanti lo rimpianse così: "Lui sapeva stare con le donne, anche 'dopo'".

Telegrammi fra il Duce e Balbo, appena subentrato a De Bono al governatorato della Libia:

"Caro Balbo, ho notizia che intendi monumentare De Bono sulle dune. Non lo fare. Si presterebbe al ridicolo"

Mussolini

"Caro Duce. Ormai il bozzetto è pronto, ma prima di collocare il monumento sulle dune verrò a parlarti. Tuttavia, quanto alla serietà della cosa, penso che possa passare. D'altra parte, qui a Tripoli abbiamo già la galleria De Bono, il lungomare De Bono, la via De Bono, il castel De Bono, la scuola De Bono, e perfino il nome di De Bono a caratteri cubitali, sulla volta dell'orribile teatro Miramare. Monumentando il camerata si potrebbero sostituire gli altri nomi"

Balbo

"Caro Balbo. Il monumentabile De Bono non vuol saperne di essere monumentato. Dice che, fra l'altro, porta jella"

Mussolini

"Caro Duce. Proprio ieri ho rescisso il contratto con lo scultore. Ci rimarrà il bozzetto per l'avvenire... Saluti fascisti"

Balbo

Il giorno dopo l'abbattimento dell'aereo di Balbo, un veivolo inglese disarmato, sorvolando il punto dello schianto, lanciò a terra questo messaggio:

"The British Royal Air Force expresses its sincere sympathy in the death of Marshall Balbo - a great leader and gallant aviator, personally known by me, when fate as placed on the other side"

Arthur Laymore, Air Officer Commanding-in-Chief British Royal Air Force, Middle East

Se - come spero - sono riuscito nell'intento di solleticare la vostra curiosità attorno alla figura di questo grande personaggio dalle mille sfacettature, vi consiglio la lettura di "Italo Balbo" di Giordano Bruno Guerri, completa e documentata biografia di Pizzo-di-Ferro, oltre al libro di Malaparte già citato (se avrete la fortuna di trovarlo...).

posted by Masterofpuppets | 17:40 | commenti (8)
 

Appoggi esterni.

Da "Libero" di oggi: "Il 45% degli iracheni vuole Saddam morto. Il 44% lo vuole libero. Anche in Iraq è già decisivo l'appoggio esterno di Mastella".

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Della Volontà di Potenza.

"Io sono un Principe libero, e ho lo stesso diritto di chi possiede 100 navi di muovere guerra al Mondo!"

Dichiarazione resa al tribunale che lo stava giudicando da un pirata. Venne condannato, ma riuscì a fuggire... ovviamente!

posted by Masterofpuppets | 12:32 | commenti (8)


giovedì, 01 luglio 2004
 

Waiting for the worms...

Dopo la "sbronza" Metallica, avrei voluto parlarvi di altri temi, ad esempio riprendere a trattare di politica. Vista la situazione di questi giorni, non ho trovato di meglio che rubare il titolo di questo messaggio ai Pink Floyd. Il motivo risiede nel fatto che sembra essere risorto dalla tomba il cadavere maleodorante prima repubblica. Un minuto dopo l'esito delle elezioni europee, tutti-dico-tutti si sono affannati a sosstenere l'insostenibile: tutti erano contenti perchè, se proprio non avevano vinto, almeno avevano "tenuto". Due minuti dopo sono cominciate le rese dei conti all'interno degli schieramenti: fra i partiti di governo è iniziato il valzer delle poltrone e il totoministri, all'interno dell'opposizione, giustiziato il vecchio leader (?) dal tribunale del popolo, è subito scattata la ricerca di nuove figure, tutte rigorosamente autocertifiactesi come tali. Poi le amministrative. "Sì, abbiamo perso, ma se correvamo tutti uniti...". Tutti uniti cosa? Vuol dire che i problemi all'interno esistono se non avete corso tutti uniti, pistola! E poi, in mezzo a 'sto casino, ecco che spunta la Grande Riforma: "torniamo al proporzionale!". Eccolo, Lui è di nuovo fra noi, questo cadavere mal sepolto, temo addirittura sepolto vivo... Pertanto ci sorbiremo grandi dibattiti, interviste, confronti in salotti televisivi, pareri di insigni (?) opinionisti... E alla fine, passata l'estate senza aver prodotto nulla, forse solo l'ennesima inutile Bicamerale, il cadavere, disgustato, tornerà nel suo sacello e chi s'è visto s'è visto... Che schifo!

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