"Le radici profonde non gelano"


martedì, 26 ottobre 2004
 

Fu un nuovo Risorgimento.

di Roberto Menia*

logo cinquantenarioL'abbiamo aspettato questo cinquantesimo, con la dolcezza che si deve alle cose belle, alle pagine importanti della vita di una città. E ora è arrivato. Ad impreziosirlo le medaglie d'oro che il Presidente della Repubblica Ciampi ha conferito alla memoria dei sei italiani caduti nel novembre 1953 sotto il piombo straniero per la causa del ritorno di Trieste alla Madrepatria.

Si tratta di un fatto di straordinario valore morale e nazionale, che giunge grazie alla sensibilità di un Capo dello stato che continua a seminare, con antico e sempre nuovo spirito, un patriottismo che l'Italia non conosceva più da decenni.

I Martiri del novembre 1953 rappresentano un patrimonio prezioso per Trieste e sono testimoni incontestabili della sua profonda identità italiana. Il loro sacrificio ha costituito la necessaria premessa perché Trieste ritornasse all'Italia e l'Italia ritornasse a Trieste. Furono uomini che fecero rivivere in pieno ventesimo secolo stati d'animo, lotte, sacrifici di un rinnovato Risorgimento e possono a buon titolo essere considerati gli ultimi Martiri del nostro Risorgimento: con questa medaglie non sono più eroi dimenticati d'un lontano lembo d'Italia, ma patrimonio della Nazione tutta.

Oggi Trieste è in festa. Sono lontani oltre mezzo secolo i fantasmi di quell'angosciosa situazione storica e politica, formatasi all'indomani dell'ultimo conflitto mondiale: l'occupazione della città da parte degli angloamericani, la precedente violenta sopraffazione titina, e l'incombere delle conseguenze di un ingiusto trattato di pace che la separava dall'Italia confinandola in un antistorico e assurdo Territorio Libero. Poi, cinquant'anni fa, il 26 ottobre del 1954, il riabbraccio con l'Italia. Il diritto tornava a congiungersi con la lingua, la storia, la tradizione. E di lì decenni vissuti come avamposto di frontiera, baluardo d'Italia, d'Europa e d'Occidente, quando oltre il confine c'era la cortina di ferro. Oggi, agli albori del nuovo millennio, il processo della riunificazione europea disegna nuove strade, ma non cancella la storia. Trieste oggi è ancora una città simbolo per tutta la Nazione. Ecco perché questo cinquantenario deve essere qualcosa di più delle celebrazioni e delle bandiere alle finestre. Ogni Tricolore sia una fiaccola di speranza, una scelta di futuro. Perché non sia solo nostalgia o ricordo, ma volontà di rinascita.

Trieste può e deve ridiventare una grande città d'Italia e d'Europa. Nel segno del rinsaldato legame nazionale, Trieste sia l'ambasciatrice d'Italia in Europa. Il governo la ascolti, ne interpreti gli auspici, sappia dare quanto è giusto e ne sappia trarre i vantaggi. Trieste è un'opportunità per se stessa ma anche per tutta la comunità nazionale.

Trieste sia inserita nel grande progetto di sviluppo e modernizzazione del cantiere Italia, sia parte delle strategie di governo per vincere le sfide dell'Europa. Non solo la sfida dell'Expo del 2008, ma progetti a lungo termine, infrastrutture, politiche portuali, proiezione economica ma anche culturale, con l'ambizione di far risuonare il nostro dolce sì anche fuori dai confini, per tornare a parlare italiano là dove Italia non è più.Perché i prossimi 50 anni siano anni di futuro, di progetti e di sogni realizzati. (Fonte: "Il Gazzettino" del 26/10/04)

(*)Deputato in Alleanza nazionale; componente della Commissione Difesa

...cantate Italia,

Italia, Italia!

(G. Carducci)

Il ricordo di un testimone.

TRIESTE - (ANSA) ''Il momento piu' esaltante, quello che nessun triestino cancellera' dalla sua testa e dal suo cuore? L' arrivo, a mezzogiorno, in piazza Unita', del generale De Renzi, alla testa dei bersaglieri, tra due ali di folla in delirio'': e' il racconto di quel 26 ottobre di 50 anni fa attraverso le parole di Galliano Fogar.

Storico e intellettuale, Fogar viveva e seguiva quegli eventi insieme all' avvocato Ubaldo Ulcigrai anche con l' occhio del cronista per agenzie e testate internazionali. ''Tutta la citta' - racconta oggi - si era radunata da Barcola alle Rive per salutare l' Italia che tornava. Ogni protocollo salto': i triestini ruppero i cordoni di Carabinieri e Polizia civile e si mescolarono alle truppe. Ci furono scene di gioia e di commozione, per le quali le parole non possono bastare.

Bisognava essere la', in quella piazza battuta dalla pioggia e dalla bora, e vedere ombrelli e fiori volare via insieme, mentre le ragazze si aggrappavano ai bersaglieri, stringendoli in un abbraccio che non voleva finire mai''.
''La pioggia - ricorda - si mescolava alle lacrime e l' ondeggiare della folla sembrava essere alla disperata ricerca di sfiorare, abbracciare, strappare magari una penna dagli elmetti dei bersaglieri''. E' ''il mare di ombrelli e di impermeabili'' che lo scrittore Pierantonio Quarantotto Gambini vedeva muoversi sotto di se', mentre, commosso, osservava dall' alto della Prefettura, in piazza Unita', l' arrivo delle truppe italiane.

''Il maltempo - continua Fogar - non pote' smorzare l' entusiasmo e la gioia delle decine di migliaia di persone che sventolavano fiori, fazzoletti e tricolori, mentre molti intonavano il 'Va pensiero' o la 'Canzone del Piave'. Il generale De Renzi - ricorsa Fogar - a stento riusci' a raggiungere la Prefettura dove fu accolto dal sindaco di Trieste, Gianni Bartoli, in lacrime. E i due subito si affacciarono al balcone del Palazzo, accolti dal tripudio di migliaia e migliaia di triestini, mentre sui pili della piazza veniva issato, dopo anni e anni, il tricolore''.

''Verso sera - continua Fogar - la pioggia cesso' mentre migliaia e migliaia di persone continuavano a festeggiare. Il 4 novembre sarebbe giunto il Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, a suggellare ufficialmente il ricongiungimento della citta' all' Italia. La 'Zona B' restava alla Jugoslavia e - conclude Fogar - l' arcivescovo di Trieste, Antonio Santin, subito dopo aver abbracciato il Presidente Einaudi gli sussurro': ''Di due sorelle, una ritorna alla vita, l' altra giace nella morta'"

Il francobollo che festeggia il 50mo del ritorno di Trieste all'Italia

Le tappe del ritorno di Trieste all' Italia:

2 maggio 1945 - Le truppe tedesche che si trovano a Trieste si arrendono e i soldati jugoslavi occupano la citta'. I triestini tentano di resistere e negli scontri muoiono cinque persone.

12 giugno 1945 - Le truppe jugoslave lasciano Trieste, dove arrivano gli Alleati anglo-americani. Tito, pero', non rinuncia alla Venezia Giulia.

10 febbraio 1947 - A Parigi si firma il Trattato di Pace, che assegna la Dalmazia, Fiume e gran parte dell' Istria alla Jugoslavia. Trieste e il territorio che la circonda vengono staccati dall' Italia e trasformati in 'Territorio Libero'. Sara' diviso in due parti: la 'Zona A', che comprende Trieste, affidata agli Alleati occidentali, e la 'Zona B', attribuita all' amministrazione jugoslava. Molti italiani cominciano a lasciare l' Istria: alla fine saranno decine di migliaia quelli che abbandoneranno case e beni nei territori affidati alla Jugoslavia.

4 novembre 1953 - Nell' anniversario della vittoria della Prima Guerra Mondiale, i triestini espongono il tricolore sul Municipio, ma la Polizia Alleata ordina di toglierlo. Scoppiano incidenti durante i quali la Polizia, agli ordini del generale inglese Winterton, Capo del Governo Militare Alleato, apre il fuoco sulla folla. Sei triestini vengono uccisi, altri sessanta feriti.

5 ottobre 1954 - Dopo mesi di forti tensioni durante i quali Trieste e' diventata uno dei simboli della Guerra Fredda, Italia, Jugoslavia, Stati Uniti e Gran Bretagna firmano, a Londra un 'Memorandum d' intesa' in base al quale l' Italia riprende la 'Zona A'. ''Trieste torna italiana'', annuncia il Presidente del Consiglio, Mario Scelba, alle 17, in Senato.

26 ottobre 1954 - I soldati italiani entrano a Trieste per prendere il posto del Governo Militare Alleato, accolti da una citta' in festa e da migliaia di persone per le strade e in piazza Unita' d' Italia.

4 novembre 1954 - La 'Zona A' torna sotto l' amministrazione diretta dell' Italia, che conserva la sovranita' sulla 'Zona B', posta sotto l' amministrazione diretta della Jugoslavia.

10 novembre 1975 - Con la firma del Trattato di Osimo l' Italia rinuncia alla sovranita' sulla 'Zona B'.


























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Lezioni di aritmetica.

Circoscrizione : CAMPANIA 1
Collegio 1 Elezione Suppletiva

Sergio D'Antoni (Ulivo)......................41,3%

Mario Isernia (Fiamma Tricolore).........1,4%

Gennaro Salvatore (Nuovo PSI)...........3,0%

Luciano Venia (Alternativa Sociale)......9,1%

Domenico Savio (PCIM-L)...................6,9%

Amedeo La Bocetta (CdL).................38,3%

CdL + AS + FT + Nuovo PSI = 38,3% + 9,1% + 1,4% + 3% =

= 51,8%

E' chiaro il discorso, Gianfry? Se non ti metti a studiare l'aritmetica per le prossime elezioni verrai bocciato!!!


posted by Masterofpuppets | 11:15 | commenti (5)


lunedì, 25 ottobre 2004
 

Trieste in festa!

logo cinquantenarioDomani ricorre il 50° anniversario del ritorno di Trieste alla Madrepatria italiana. Vi riporto il calendario delle manifestazioni di questa giornata insieme al significato di questo anniversario per una città in cui sono state scritte molte pagine importanti e tragiche di Storia. Per maggiori informazioni sulle manifestazioni in programma anche nei prossimi giorni, consultate il sito della città. Il 3 novembre ricorrerà anche l'86° anniversario dell'attracco dell'"Audace" al molo posto di fronte a piazza Unità d'Italia.

 

26 ottobre 2004. Inizio celebrazioni ufficiali per il 50° anniversario del ritorno di Trieste all’Italia.

 

Piazza Unità d’Italia

ore 9.00 Alza bandiera

 

Colle di San Giusto

ore 9.30 Deposizione di una corona al Monumento ai caduti

 

Piazza Unità d’Italia

ore 11.00 Cerimonia di conferimento della cittadinanza onoraria ai due reggimenti San Giusto e Piemonte e conferimento di un attestato al “Comando Truppe Trieste” che festeggia i 50 anni della sua costituzione. Arrivo in piazza Unità con mezzi storici dei reduci dei reparti militari entrati a Trieste il 26 ottobre. Presenzierà il Ministro delle Telecomunicazioni on. Maurizio Gasparri.

 

ore17.00 Ammaina bandiera solenne

 

Staffetta podistica Roma – Trieste

Evento promosso dalla Provincia di Trieste, con il sostegno del Comune di Trieste e dell’AIAT e con la collaborazione dello Stato Maggiore Difesa, Polizia di Stato e Polizia Municipale di Roma

Partenza il 23 ottobre da Roma:

ore 11.00 Accensione della fiaccola dal tripode dell’Altare della Patria alla presenza delle massime autorità cittadine e del Gonfalone della Città di Trieste con la partecipazione di un autorevole rappresentante del Governo

Arrivo il 26 ottobre a Trieste:

ore 8.30 arrivo a Duino (ex blocco) in corrispondenza del cippo celebrativo del passaggio delle truppe italiane. Arrivo a Trieste in piazza Libertà (10.30) ed in gruppo (con al seguito un lungo tricolore portato da giovani atleti triestini) si prosegue verso i luoghi simbolo della memoria: Piazza Sant’Antonio (10.50), San Giusto (11.20)

Rive

ore 11.50 accensione del tripode nei pressi del Monumento ai Bersaglieri. Il tripode resterà acceso sino al 4 novembre, come simbolo dell’unità nazionale.

 

Staffetta Tricolore

Evento promosso dall’UNUCI che ha visto l’alpino prof. Michele Maddalena percorrere oltre 4.000 km. dalla Sicilia sino a Trieste raccogliendo da ogni comune attraversato un tricolore che saranno consegnati al Sindaco.

Simbolicamente nel corso della cerimonia in piazza Unità consegnerà quello ricevuto dal Presidente della Repubblica.

Piazza Unità d’Italia:

ore 8.50 Consegna del tricolore “Presidenziale” al Sindaco


Presentazione francobollo celebrativo del 50°

Evento organizzato dalle Poste Italiane con il Comune di Trieste – Assessorato alla Cultura. Presenzierà il Ministro delle Telecomunicazioni on. Maurizio Gasparri

Auditorium Revoltella, via Diaz 27

ore 10.00 presentazione del francobollo

Palazzo delle Poste, Piazza Vittorio Veneto 4

ore 15.00 presentazione del libro e della mostra.

 

Il significato di questo anniversario.

Il 26 ottobre 1954 l’Italia ufficialmente ritornava a Trieste, dopo un’assenza durata nove anni. Quel giorno, un ufficiale italiano, il gen. Edmondo De Renzi, sostituiva, per conto dello Stato italiano, il Governo militare alleato che aveva gestito la città dal 12 giugno 1945, allorché ebbe termine l’occupazione jugoslava.

Si trattò dei nove anni più duri e tristi della città giuliana, segnati da lutti e da sofferenze. Se oggi il Comune ricorda questo evento, non è soltanto per ricordare un’identità nazionale che la città non smise mai di riaffermare, anche quando questo costò vite umane, ma anche perché appare legittimo e doveroso ripercorrere le tappe della propria storia recente, affinché anche i più giovani – che quel periodo non vissero – siano consapevoli della memoria storica che li precede, senza la quale, come è noto, anche il futuro appare incerto.

Rivisitare quei momenti, riprodurre momenti di vita quotidiana di allora, attraverso mostre ed eventi, affrontare le difficili e complesse vicende di quei nove anni attraverso un taglio rigorosamente storico, aperto a tutte le componenti culturali della città, rivivere attraverso le fotografie o i film d’epoca i sentimenti e le passioni che allora mossero i triestini: questi sono gli scopi che il Comune si prefigge con le celebrazioni del cinquantenario.
Senza retorica ma con la volontà di rendere un servizio sia a chi ricorda quei momenti con la stessa emozione di mezzo secolo fa, sia a chi si avvicina per la prima volta a queste tematiche e ha necessità di sapere per riconoscersi in questa complessa e meravigliosa passione nazionale.

Perché Trieste, sotto questo aspetto, è una città che in quei nove anni volle essere italiana. Il suo senso della identità nazionale nasce da una scelta difficile e sofferta: negatole il diritto di riunirsi alla Patria, Trieste ebbe la costanza e il coraggio di resistere e di alimentare continuamente questa passione. In un certo senso, ebbe fortuna, perché la sua domanda alla fine venne accolta e con il memorandum d’intesa firmato a Londra il 5 ottobre 1954 riunita all’Italia. Per altre città e per altre terre, quello stesso memorandum sancì la fine delle speranze e significò il definitivo passaggio della “zona B” alla Jugoslavia, passaggio poi sancito dal Trattato di Osimo del 1975.

Le vicende che portarono al ricongiungimento di Trieste all’Italia danno la misura di questa volontà.

Terminata la seconda guerra mondiale, il 30 aprile 1945 la città fu occupata dalle truppe del IX Corpus jugoslavo. Tito chiedeva, alla fine della guerra, il confine con l’Italia all’Isonzo e per due città, Gorizia e Trieste, iniziò una pesante altalena di opzioni. Nei quarantacinque giorni di occupazione jugoslava, Trieste ebbe a subire violenze e deportazioni che si indirizzarono verso la popolazione italiana e verso i “benestanti”, al di là del dato politico: la violenza colpì infatti anche molti antifascisti che ritenevano logica la soluzione di Trieste all’interno dello Stato italiano. La prospettiva del totalitarismo comunista, cui si ispirava la Jugoslavia di Tito, mirava non solo alla snazionalizzazione di quelle terre, ma anche alla fine delle élites economiche che si erano strutturate da decenni, in favore di una visione collettivistica della proprietà e dei beni.

Questa situazione, che a Trieste si sviluppò per soli quarantacinque giorni, sarà la causa non solo del fenomeno delle foibe, ma anche delle deportazioni nei campi di concentramento jugoslavi di popolazioni inermi; in Istria, a Fiume e in Dalmazia, invece, questa situazione si estese per mesi, costringendo più di 300 mila persone ad abbandonare quelle terre per potere mantenere la propria identità nazionale.

Il 12 giugno 1945, gli Alleati costrinsero Tito a lasciare la città, che venne amministrata dal Governo Militare Alleato. La zona giuliana fu suddivisa in due zone, la Zona A sotto il diretto controllo angloamericano e la Zona B sotto quello jugoslavo.

Il Trattato di pace, firmato a Parigi dal governo italiano il 10 febbraio 1947 sancì ufficialmente la suddivisione delle due zone all’interno del Territorio Libero di Trieste, una realtà politico-amministrativa che si estendeva da Duino a Cittanova d’Istria e che comprendeva 360 mila abitanti.
La vita politica negli anni del G.M.A. si svolse in termini corretti nella zona A, mentre la zona B risentì subito dell’azione jugoslava di coercizione violenta contro le comunità italiane, numerose e maggioritarie soprattutto nella costa istriana. A Trieste le elezioni amministrative del 1949 e del 1952 diedero risultati inequivocabili in merito alla volontà dei triestini di essere italiani.

Il 1953 fu un anno denso di eventi, anche tragici. Dopo la Nota Bipartita dell’8 ottobre 1953, emanata dagli stati Uniti e dalla Gran Bretagna, che prevedeva il ritiro delle truppe alleate dalla zona A e la loro sostituzione con le truppe italiane, Belgrado ritenne che la sorte di Trieste fosse definitivamente compromessa e Tito decise di opporsi con durissime prese di posizione alla decisioni alleate; a queste dichiarazioni replicò il governo italiano, allora guidato da Pella, che reagì duramente alle proteste jugoslave. Si giunse così alle giornate del 3-4 novembre. Trieste era già stata segnata in marzo da violenti scontri che avevano provocato decine di feriti. Il 4 novembre, di fronte al rifiuto del comandante alleato di consentire l’esposizione della bandiera italiana al municipio della città, richiesta fatta dal sindaco Gianni Bartoli, la città insorse e negli scontri che seguirono, dal 4 al 6 novembre, si contarono sei morti tra i manifestanti, colpiti dalla polizia che reagì in maniera sproporzionata a disordini che vedevano in primo piano una folla disarmata.

Già a dicembre, si avviarono trattative segrete tra gli Alleati e il governo jugoslavo per la definizione della situazione: le trattative portarono al già ricordato Memorandum d’intesa, che definì il passaggio di Trieste all’Italia e della zona B alla Jugoslavia.

Si chiudeva così la complessa vicenda del confine orientale, lasciando comunque ferite aperte, con un costo umano – le foibe e l’esodo – non facilmente cancellabile. La stessa situazione degli italiani rimasti oltre il confine fu oggetto di polemica, a causa delle difficoltà che le comunità italiane ebbero, per molto tempo, nel manifestare liberamente la propria identità culturale.

Oggi, celebrando il cinquantenario del ritorno di Trieste all’Italia, si ha la convinzione che la difesa delle rispettive identità culturali non significherà più prevaricazione nazionalistica, ma semplicemente rispetto per la storia, la cultura, i sentimenti di un popolo. La prospettiva europea potrà ricomporre le antiche ferite, in un’ottica più vasta che tuttavia mantenga il senso dell’appartenenza culturale e delle rispettive identità nazionali e che trasformi quelle diversità che hanno determinato lutti e tragedie in reciproci arricchimenti. Non è una prospettiva semplice, ma la scommessa europea, se non si limiterà a una banale diversa gestione delle frontiere, potrà rappresentare per queste terre una importante risorsa di collaborazione e di pace.

(Tratto dal sito Rete Civica Trieste)




posted by Masterofpuppets | 19:31 | commenti (3)
 

Consigli per gli acquisti.

Comprate il numero odierno de "Il Giornale", cui è abbinato "L'Indipendente": il direttore del foglio Giordano Bruno Guerri apre il dibattito sulla cultura di destra. Ne prendono parte, fra gli altri, Marcello Veneziani, Gianfranco de Turris, Mario Bernardi Guardi e Marcello De Angelis.

posted by Masterofpuppets | 11:44 | commenti (1)


venerdì, 22 ottobre 2004
 

Il Gip ce l'ha insegnato: uccidere Quattrocchi non fu peccato!

Riporto qui sotto la notizia ANSA con le ignobili e raccapriccianti parole pronunciate ieri dal GIP di Bari che, dopo l'odio mussulmano, hanno nuovamente ucciso Fabrizio Quattrocchi, il cui coraggio in punto di morte aveva suscitato ammirazione in tutto il mondo.

Foto Ansa

(ANSA) - BARI, 21 OTT - Per il Gip di Bari gli ex ostaggi italiani sequestrati in Iraq per 56 giorni erano veri e propri fiancheggiatori delle forze di coalizione. Il gip -nel provvedimento di imposizione del divieto di espatrio a Giampiero Spinelli, indagato per arruolamenti o armamenti non autorizzati- definisce Stefio, Cupertino, Agliana e Quattrocchi (quest'ultimo ucciso) 'mercenari, o gorilla a protezione di uomini di affari', asserendo che questo 'spiega l'atteggiamento dei sequestratori nei loro confronti'.

Queste le parole di uno che ha preso la laurea (ma non è un segreto che taluni a volte hanno "comprato" gli esami o, quantomeno, hanno frequentato Università abbastanza facili...), ha una carriera basata sugli avanzamenti per anzianità (e non per merito), ha un lauto stipendio e quasi due mesi di ferie all'anno. Quanto a lavorare, beh, lo sappiamo tutti che nei tribunali non ferve l'attività, basta vedere quanto durano i processi in Italia. Oltretutto questo tizio dovrebbe essere un "servitore dello Stato", invece è solo un misero vergognoso che, col suo operato, infanga la memoria di grandi personaggi quali i giudici Falcone e Borsellino! Quando ce vò ce vò!!!

posted by Masterofpuppets | 11:03 | commenti (4)


giovedì, 21 ottobre 2004
 

E' caduto Castro!

Frenate però i festeggiamenti, si tratta solo di una caduta vera e propria del sanguinario dittatore comunista. Il "barbudo" purtroppo non è ancora stato rovesciato dalla Resistenza democratica e la nazione cubana rimane ancora sotto il giogo della schiavitù comunista. Riporto una sintesi della notizia di fonte ANSA:

[foto]

Fidel Castro e' caduto dopo aver tenuto un discorso a Santa Clara, fratturandosi il ginocchio e forse anchei il braccio. 'Vi chiedo scusa se sono caduto, ha detto il presidente cubano. Perche' nessuno faccia speculazioni, ho una frattura al ginocchio e, forse, al braccio. Comunque sono intero' ha spiegato il leader, che ha 78 anni, parlando davanti alle telecamere seduto su una sedia.

La caduta e' avvenuta al termine di un discorso durato un'ora fatto nel corso di una cerimonia di laurea. Le guardie del corpo sono accorse in suo aiuto, lo hanno sollevato e messo a sedere su una sedia. Allora Castro ha chiesto un microfono e, tra le lacrime di molti presenti, ha detto che non c'era motivo per allarmarsi.

''Cari laureati - ha detto - vi chiedo di scusarmi se sono caduto''. E poi, per rassicurare circa le sue condizioni di salute ha aggiunto: ''Come potete vedere, anche se mi ingesseranno, posso parlare e continuare il mio lavoro''.
Vestito della tradizionale uniforme militare verde, ha aggiunto: ''Sono molto interessato a vedere le foto che mostrano come sono caduto. La stampa internazionale le ha scattate e certamente domani saranno pubblicate sulle prime pagine dei giornali''.

Terminata la cerimonia Castro si e' allontanato a bordo di una Mercedes (alla faccia del comunista!, NdMoP).





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Brigate Rosse? Una favola per bambini!

Riporto il capitolo “Le sedicenti Brigate Rosse” tratto dall’edizione Ares del 1991 del libro di Michele Brambilla “L’eskimo in redazione” ( Ares 1991; Bompiani, 1993; Oscar Mondadori, 1998), apparso ieri su 'Libero'. Sul quotidiano diretto da Vittorio Feltri o sul sito potrete leggere l'intero saggio pubblicato a puntate. Il libro ripercorre la storia del Corriere della Sera negli anni Settanta, quando il foglio della borghesia italiana, finì, di fatto, per essere controllato dalla sinistra grazie al condizionamento esercitato dall’ala più politicizzata del sindacato interno alla redazione. Un controllo che, a giudicare dalla richiesta di epurazione di Tremonti avanzata dal comitato di redazione nei giorni scorsi e documentata da Libero, non è ancora finito.

"Il Giorno”, quotidiano di proprietà pubblica, il 23 febbraio del 1975 sentì il dovere di dare ai suoi lettori la chiave di lettura di un fenomeno che stava diventando sempre più inquietante: le Brigate Rosse. Per farlo, impegnò una delle sue firme più prestigiose: quella di Giorgio Bocca. L'articolo, a pagina 5, aveva un titolo che non lasciava spazio a equivoci: “ L'eterna favola delle Brigate Rosse”. La favola delle Br “ A me queste Brigate Rosse”, scriveva Bocca, “ fanno un curioso effetto, di favola per bambini scemi o insonnoliti; e quando imagistrati e gli ufficiali dei Cc e i prefetti ricominciano a narrarla, mi viene un'ondata di tenerezza, perché la favola è vecchia, sgangherta, puerile, ma viene raccontata con tanta buona volontàc he proprio non si sa come contradd i rl a ” . Purtroppo, quella delle Brigate Rosse non era una favola. Non interessava solo i bambini scemi o insonnoliti. Non faceva per nulla tenerezza e, soprattutto, non era una storia “ vecchia, sgangherata, puer ile”. Nel momento in cui Bocca scriveva quel pezzo, le Br avevano già compiuto una serie di azioni delle quali gli italiani erano venuti a conoscenza non leggendo libri di fiabe, ma la cronaca nera dei giornali. La prima impresa brigatista risaliva addirittura a cinque anni prima: il 17 settembre 1970 era stato incendiato il garage di un dirigente della Sit Siemens di Milano. Una cosa da ridere, in confronto alla vera guerriglia rivoluzionaria. Ma da quel momento era cominciata una paurosa escal at i o n . Il 3 marzo del 1972, sempre a Milano, era stato rapito il dirigente della Siemens, Idalgo Macchiarini; il 12 febbraio del ' 73 altro sequestro: a Torino, del sindacalista della Cisnal Bruno Labate; il 10 dicembre 1973 ancora un rapimento, quello - a Torino - di Ettore Amerio, capo del personale del settore auto della Fiat. A conferma che di un'escalation si trattava, e quindi che i bersagli delle Br erano sempre più importanti e difficili da colpire, il 18 aprile del 1974 era stato sequestrato a Genova, e poi a lungo tenuto prigioniero e “ processato”, il sostituto procuratore della Repubblica Mario Sossi, un magistrato cattolico osservante, considerato dalla sinistra un duro, un intransigente, un conservatore. Insomma, un reazionario. E a conferma che, nel momento in cui veniva pubblicato il pezzo di Bocca, le Brigate Rosse avevano già fatto capire di non scherzare, il 17 giugno ' 74 c'era stato il duplice omicidio, a Padova, di due aderenti al Movimento Sociale Italiano. E il 16 ottobre dello stesso anno 1974, a Robbiano di Mediglia, il maresciallo dei carabinieri Felice Maritano era rimasto ucciso in uno scontro a fuoco con dei br igatisti. Nel frattempo ( 9 settembre ' 74) erano stati arrestati a Pinerolo due dei capi storici delle Br, Renato Curcio e Alberto Franceschini. Il 20 febbraio ' 75, cioè tre giorni prima dell'apparizione, sul Giorno dell' “ eterna favola delle Brigate Rosse”, un commando di questa formazione che secondo alcuni non esisteva neppure era riuscita a far evadere Renato Curcio dal carcere di Casale Monfer rato. Com'era dunque possibile che, nonostante tre omicidi, quattro sequestri e un'evasione, Giorgio Bocca scrivesse in quei termini delle Brigate Rosse? C'erano fatti che non potevano essere ignorati. Ma la risposta è contenuta nello stesso articolo “ L'eterna favola della Brigate Rosse”. Giorgio Bocca spiegava che le prove raccolte su questi tupamaros italiani erano talmente ridicole da non poter essere prese sul serio. di MICHELE BRAMBILLA ( Direttore della Provincia di Como) La teoria di Bocca “ Questi brigatisti rossi”, si legge in quell'articolo, “ hanno una loro cupio dissolvi , vogliono essere incriminati ad ogni costo, conservano i loro covi, le prove di accusa come cimeli, come dei musei. Sull'auto di Curcio, al momento dell'arresto, vengono trovati dei documenti, delle cartine; in un covo, intatto, c'è, si dice, la cella in legno in cui era prigioniero Sossi… E, naturalmente, bandiere con stelle a punte irregolari”. “ Sarebbe”, commentava ancora Bocca per dimostrare l'incredibilità delle scoperte della magistratura, “ come se ( Luigi) Longo, ( Ferruccio) Parri, ( Pietro) Secchia e gli altri capi della Resistenza, appena insediati in un alloggio clandestino, lo avessero decorato di falci e di martello o di GL con il gladio; e, dovendolo abbandonare, lo avessero lasciato tal quale, fino al giorno in cui casualmente le SS, passando di lì, lo avrebbero ritrovato, fotografato e fatto pubblicare sui giornali”. Giorgio Bocca faceva notare, sempre in quell'articolo, che ai magistrati e alla polizia aveva “ fatto parecchie pubbliche domande sulle incongruenze, quasi divertenti, di questi guerriglieri, senza ricevere né sdegnate smentite né spiegazioni convincenti”. E allora, che cos'erano queste Br? “ Una cosa è certa”, scriveva Bocca, “ le vigilie elettorali hanno per queste Brigate Rosse un effetto da flauto magico, due o tre note e saltano fuori allo stesso modo rocambolesco in cui sono scomparse”. Il pezzo, come un processo, finiva con un verdetto: “ Questa storia è penosa al punto da dimostrare il falso, il marcio che ci sta dietro: perché nessun militante di sinistra si comporterebbe, per libera scelta, in modo da rovesciare tanto ridicolo sulla sinistra”. Questo si leggeva, nel 1975, su un giornale considerato “ borghese”. Un invisibile Minculpop rosso Anni dopo, Giorgio Bocca fece pubblica autocritica, ammettendo di “ non aver capito niente” del terrorismo rosso. Ma va detto che sia lui personalmente sia “ Il Giorno” non erano certo eccezioni nel panorama della stampa italiana. Erano anzi la regola. Da quando le bombe, gli omicidi, gli attentati, gli scontri di piazza avevano avvelenato la politica - e non solo la politica - del Paese, i mass media erano entrati nel tunnel. Due le prime battute dell'inchiesta sulla strage di piazza Fontana, ancora caratterizzate da un atteggiamento fideistico dei vecchi giornalisti nei confronti delle istituzioni, cronisti e commentatori avevano puntati la loro attenzione quasi esclusivamente sulla violenza “ fascista” o “ golpista” ( che c'era), sottovalutando e in parte nascondendo la violenza “ di sinistra” ( che c'era anche quella). Come se una specie di invisibile Minculpop rosso ( non imposto dall'alto, ma creato dagli stessi giornalisti) fosse entrato in funzione, facendo rivivere, in una direzione opposta, le veline del ventennio mussoliniano. Solo dopo molti anni e molti lutti - diciamo soprattutto dopo il ' 78, anno del delitto Moro - si fu costretti ad ammettere che le Brigate Rosse erano rosse, e che la teoria degli opposti estremisti non era una teoria, ma una tragica realtà. Ma intanto, per quasi dieci anni, l'opinione pubblica era stata ingannata. Le trame? Tutte nere Nel respingere l'idea che anche a sinistra c'era chi usava il terrore per raggiungere il potere ( con quale strategia, lo vedremo poi), la stampa fu praticamente unanime. Il settimanale Panorama, che quasi in ogni numero conteneva un servizio denuncia sulle “ trame nere”, raramente si occupò - nei primi anni Settanta - dell'eversione di sinistra. E quando lo fece, lo fece nel modo che ora vediam o. Sul numero del 15 giugno ' 72, Panorama, commentando fra l'altro quattro attentati dinamitardi contro altrettante ditte americane di Milano, scriveva: “ Questi ultimi attentati erano firmati con manifestini scritti col pennarello, e poi fotocopiati, che si scagliavano contro l'imperialismo americano, a favore della lotta proletaria e dell'esercito rivoluzionario e comunista del Vietnam del Nord. Gli esperti di lessico politico hanno fatto notare che l'esercito rivoluzionario non si è mai autodefinito comunista, né mai è stato chiamato così dai giornali di sinistra. Sono, se mai, quelli di destra ad attribuire la qualifica di comunista a tutti i governi e a tutti i movimenti di sinistra”. Può anche darsi che gli “ esperti di lessico politico” avessero ragione nel dubitare sulla vera matrice di quelle bombe, e di pensare che gli attentati fossero opera di elementi di destra che volevano screditare la sinistra. Ma è singolare il metro di giudizio utilizzato per valutare a priori le “ firme” alle imprese terroristiche: se la rivendicazione era dei fascisti, non v'era dubbio che il gesto fosse stato compiuto da fascisti; se viceversa era di sinistra, era chiaro che la rivendicazione era falsa, e che l'attentato era stato opera di fascisti che volevano gettare discredito sulla sinistra. Questa unilaterale interpretazione del “ a chi giova?” che accompagnava ogni discussione sugli episodi di violenza è stata, come vedremo, una tragicomica costante nella prima metà degli anni di piombo. La solita strategia della tensione Sempre a proposito di quelle bombe a Milano, nello stesso articolo di Panorama si scriveva: “ Le ipotesi più probabili sono sempre le stesse due: gruppuscoli della sinistra extraparlamentare che, puntando sul tanto peggio tanto meglio, sperano con le bombe di ottenere quell'importanza che non hanno in campo politico; oppure una manovra della destra estrema che col terrore cerca di scuotere il Paese, di provocare indignazione e di ottenere qui di credito con la sua continua, proclamata difesa dell'ordine”. Seguivano 48 righe per dimostrare che era questa seconda ipotesi la più verosimile. Anche Panorama ( 12 luglio 1973) dedicò ( annunciandolo con richiamo in copertina) un servizio sulle Brigate Rosse. Quattro colonne in tutto, e quindi ben più modesto rispetto a quelli riservati alle “ trame fasciste”. Il titolo era “ A tutto sequestro”. Nel sommario, dopo aver elencato le ultime imprese delle Br, si diceva: “ Chi si nasconde dietro questa organizzazione?”. Nel pezzo si rispondeva così: “ Molti continuano a domandarsi se le Brigate Rosse siano effettivamente un gruppuscolo esasperato dell'estrema sinistra, un'organizzazione di estrema destra camuffata, o se addirittura qualche gruppetto nazimaoista o fascista non abbia usato la sigla e i metodi delle Brigate Rosse per aumentare la tensione a Milano, proprio nei gironi in cui si sta formando il nuovo governo di centro sinistra”. Il 16 dicembre del ' 73, “ L'Unità” pubblicò sulle Br un servizio dal tenore non molto diverso. Sopra il titolo “ Professionisti della provocazione”, c'era un occhiello in cui compariva, e non era la primavolta, l'espressione “ sedicenti Brigate Rosse”. Alla voce “ sedicente”, il Nuovo Zingarelli, vocabolario della lingua italiana, così recita: “ Che dice di essere ciò che non è, che si qualifica in modo abusivo”. Scrivendo “ sedicenti Brigate Rosse”, molti giornali, compresi quelli “ borghesi”, per anni hanno fatto intendere agli italiani che quelle formazione non erano rosse, e quindi erano nere, o peggio ancora al servizio delle istituzioni.

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mercoledì, 20 ottobre 2004
 

Domande in attesa di risposte.

Come mai i governi europei fanno a gara a chi offre le maggiori aperture all'ingresso della Turchia in Europa (uno stato che ha ancora molta strada da fare sia per quanto riguarda la questione democratica che nell'ambito dei diritti umani) invece di caldeggiare l'adesione di Israele all'UE?

La maggior parte degli Israeliani sono europei o comunque discendenti degli emigranti del dopoguerra. Certamente sono molto più simili loro a noi che i turchi...

Meditate gente, meditate!!!

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Vote for Kerry!

Da dx a sx: il candidto Presidente Kerry (King) con il candidato Vicepresidente Zakk Wylde e Dimebag Darrell posano per i fotografi...

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giovedì, 14 ottobre 2004
 

Dalla parte di Buttiglione e Tremaglia.

Ebbene sì! Lo ammetto... Sono cattolico cristiano, anche se non praticante. Sono eterosessuale. Non ho partcolari devianze comportamentali nè sessuali. Sono addirittura di destra, patriottico più che nazionalista, europeista ma euroscettico riguardo a questa Unione Europea... Sono grave? Riuscirò a guarire? Intanto leggetivi il "fondo" di Veneziani pubblicato ieri su Libero. Inutile dire che concordo con lui...

Non andrà lontano un’Europa così meschina, che ha paura della sua ombra e che somiglia piuttosto ad un club di mercanti, nichilisti e giacobini, più contorno di tecnocrati e omosessuali militanti. Mi fa un po’ schifo sentirmi europeo, ogni giorno di più. Quest’Europa che ha avuto paura di citare nella sua carta d’identità le sue accertate origini cristiane, fregandosene pure dell’appello del Papa. Quest’Europa che per aver espresso un’opinione diversa sui gay e sulla famiglia, boccia un rispettabile filosofo, colpevole di essere cattolico e di aver annunciato che non avrebbe mai derogato ai suoi principi morali. Dovremmo cercarli con la lanterna politici che usano riferirsi ai principi, e invece li cacciamo e li trombiamo. Se poi un ministro per bene come Tremaglia nota in modo un po’ rude che si può maltrattare la famiglia e il sentire comune ma guai a toccare gli omosessuali, viene massacrato in diretta. Non butto via l’Europa nel nome di Rocco Buttiglione, che pure da ieri ha accresciuto enormemente la sua reputazione ai miei occhi sicuramente non democristiani, non preteschi e non centristi. Ma mi dà nausea un’Europa che si inginocchia così penosamente allo Spirito del Tempo, al Progressismo sessuale e nel nome della tolleranza sfoggia un’Intolleranza così becera, contro se stessa prima che contro il povero professor Buttiglione. Che avrà da cristiano la consolazione del martirio; gli hanno allestito una Vandea ad uso personale. Quando uno Stato o una Civiltà non ha il coraggio della propria identità e provenienza o deve ricorrere a odiose discriminazioni perché ha paura di non essere al passo delle lobbicine che somministrano il politically correct, allora il suo destino è una indecorosa decadenza. Lo insegnava un sociologo ed economista tutt’altro che bigotto, Vilfredo Pareto. Fui facile profeta nel dedicare un capitolo del mio libro I vinti, al Papa e al cristianesimo, trattandoli tra i perdenti, soprattutto in Europa. Euro-sconfitto è il cristianesimo nonostante il partito di maggioranza in Europa sia d’ispirazione cristiana e nonostante la stragrande maggioranza dei suoi cittadini sia stata battezzata nel nome di Cristo. Non sono però del tutto convinto di quel che scriveva ieri Renato Farina nel suo bell’articolo: sarebbe andata meglio a don Rocco se si fosse fatto islamico, dice Farina. Sarà pure vero, ma il problema principale dell’Europa non è l’avanzata dell’Islam ma la ritirata dell’Europa medesima. Non è una nuova fede che sta mangiando l’Europamal’assenza di ogni fede, principio e l’oscuramento di ogni tradizione. Non è Allah che si allarga, è Cristo che si restringe per far posto ad un Dio misterioso dal nome finto orientale, che chiamerò Kazzimiei. È lui, il nuovo dio introverso di quest’Europa egoista e nichilista che pensa con la pancia e il sottopancia, defeca col cervello e procrea con la provetta. Unica fede: i diritti dell’omo (senza u). Un’Europa che rinuncia al suo Dio, che demolisce la famiglia e riduce la patria al luogo e al momento in cui si prova piacere, non è una Civiltà ma un dormitorio di cinici con la fogna a cielo aperto. Se Buttiglione fosse stato un adepto della setta di Kazzimiei, oggi sarebbe commissario. Se si fosse dichiarato satanista l’avrebbero tollerato, ma, cristo, cattolico no. Per una volta un uomo politico ha voluto tener fede ad un principio, ad un valore, ad una cosa in cui crede ed è stato massacrato. Ministri pedofili in Europa l’hanno fatta franca, Rocco no, l’ha fatta sporca. Aveva pure l’aggravante di essere mandato da Berlusconi, ma non si offenda il Cavaliere se attribuisco ad un Dio un po’ più importante di lui la causa della bocciatura di Buttiglione. Anzi, per essere più salomonici, dirò che l’Europa è oggi un salame andato a male, schiacciato in un sandwich: la parte inferiore è l’Islam che incede dal basso e la parte superiore è il nichilismo euro-occidentale che incombe su di noi. Sciagurata mi sembra l'idea di far entrare la Turchia in Europa, diventerebbe la nazione leader per potenza demografica, sarebbe il corridoio per gli islamici, l’intrusione dell’estraneo nella civiltà europea, darebbe l’alibi a tutto il Medio Oriente di chiedere l’iscrizione al club europeo, con tempeste di sabbia e di sangue. Il cammino dell’Europa: dall’euro alla neuro. È schiacciata l’Europa, tra i fanatici di fuori e i vigliacchi di dentro, in balia di mezzelune e mezzecalzette. Quell’aria da obitorio dei padiglioni di Bruxelles, quei corridoi squallidi tra la banca e l’ospedale. No, non voglio far parte di quest’unione europea, mi dimetto da cittadino europeo, lasciatemi la cittadinanza impolitica di italiano, mediterraneo e greco-romano, o quella universale di cattolico. Non so che farmene di tutte quelle stellette del simbolo europeo che girano a vuoto come le teste bacate dei suoi leader, che abitano uno spazio deserto di valori e di persone e che sembrano il marchio di una casa di produzione cinematografica piuttosto che la bandiera di una civiltà antica, nobile e onorata. Regalatele al prossimo gay pride, che merita a questo punto di diventare la festa ufficiale dell’Unione europea. Un’Europa così non ha futuro, non farà mai figli. Qualcuno dice che il simbolo stellare dell'Unione europea evoca le stelle che ruotano intorno alla Madonna del Rosario. Ma a giudicare dai suoi atti, si direbbe che gli eurocrati si siano tenuti l’aureola di stelle e abbiano strangolato la Madonna col rosario. Pregate il nuovo dio d’Europa, Kazzimiei.

posted by Masterofpuppets | 12:28 | commenti (8)


mercoledì, 13 ottobre 2004
 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo...

Milano 11 settembre '04

Sabato pomeriggio 11 settembre 2004 di fronte a casa mia c'è una specie di moschea o meglio, c'è un palazzo dove vivono praticamente solo islamici che si sono ricavati una stanza adibita alle preghiere, sono tutti vestiti di bianco, festeggiano... già festeggiano l'11 settembre, loro di solito non si trovano mai al sabato ma al venerdì quindi questo è un giorno particolare stanno festeggiando la caduta delle torri gemelle, festeggiano la strage che è ancora viva nei miei occhi e in quelli di chiunque.
Una statistica ha rilevato che chiunque intervistato ad oggi ricorda perfettamente dov'era e cosa stava facendo l'11 settembre 2001 nel momento preciso in cui cadevano le due torri... significativo di quanto siamo rimasti traumatizzati.
Loro festeggiano...
Ma questi non dovrebbero essere gli islamici moderati? Quelli che non sono terroristi e vogliono integrarsi, quelli che non sono qua per toglierci la nostra libertà ma per condividerla?
Cazzate, cazzate, cazzate.
Non sono terroristi perché non hanno il coraggio dei loro compagni kamikaze ma approvano in tutto e per tutto le loro scelte, i sequestri, le stragi di bambini tutto quanto sia possibile per far capire all'europa che stiamo cadendo sotto una dittatura peggiore di quella che l'Italia
abbia mai subito.
Vi leggo quello che scrivono loro: le donne europee sono una vergogna! Devono essere rieducate. Le donne islamiche non sono istruite, non lavorano, il loro unico compito è fare figli... sono considerate alla stregua di animali, forse peggio, vengono pure picchiate.
Faccio l'anestesista e vedo tantissime donne partorire, ultimamente la maggior parte sono appunto islamiche, i loro mariti non entrano in sala parto, non è consentito dalla loro religione e anche di fronte alla nostra richiesta di aiuto almeno per tradurre si RIFIUTANO se deve morire è Allah a volerlo.... per cui queste povere ragazze (anche se non fanno niente per cambiare la situazione) non capiscono una parola d'italiano, soffrono come cagne, gli diciamo di spingere e non capiscono, di muoversi, di camminare, di fermarsi e non capiscono, la situazione si complica e facciamo il cesareo praticamente sempre. Fanno figli a raffica, devono doppiarci nel giro di una generazione,
se continua così ci riusciranno... una volta in minoranza non potremo più ribellarci, porteremo il burka, toglieremo i crocifissi e la nostra libertà sarà perduta definitivamente....
I nostri politici non affrontano il problema, intimoriti anche loro come tutti noi da questa gente che non ha paura di morire, non ha paura di battersi e soprattutto ha un piano ben preciso.
Dimostriamo almeno al nostro governo, allo stato, a chi ha il potere di bloccare questa situazione che noi LO VOGLIAMO, vogliamo lottare per riavere la nostra Italia, la nostra libertà, per poter mandare i nostri bambini a scuola senza doverli ritirare perché la classe è frequentata da troppi extracomunitari che non parlano italiano e rallentano per non dire bloccano il programma dei nostri bambini.... Per cui non ci resta che pagare le scuole pubbliche per loro e ri pagare le scuole private per i nostri figli.
Troppo ingiusto...
Dobbiamo bloccare questa situazione, bloccare gli sbarchi di extra comunitari, centinaia al giorno e adottare un comportamento meno moderato meno pacifista con gli islamici, perché loro per primi sono razzisti con noi, loro vogliono cambiarci...
Dobbiamo togliere le bandiere della pace e appendere la bandiera dell'italia alle nostre case!
UN MESSAGGIO CHE ARRIVERA' DRITTO AGLI OCCHI DEL NOSTRO GOVERNO una bandiera simbolo di libertà, della nostra patria e della fiducia che dobbiamo per forza avere nel nostro governo affinché le cose cambino.

Io l'ho già fatto...

Questa mail deve raggiungere tutti fatela girare il più possibile...






















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martedì, 12 ottobre 2004
 

The return of MegaDave.

Dave Mustaine

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E' uscito "The system has failed", il nuovo album dei Megadeth. Il gruppo, come sempre, è il giocattolo con cui Dave Mustaine si diverte ad esprimere il proprio pensiero sul mondo in attesa di poter finalmente svolgere l'occupazione che ha sempre desiderato (nella sua biografia si legge: "Occupation if not a musician: President of the United States of America"). Lo accompagnano in questo ennesimo viaggio Chris Poland (Lead guitar) - sì, proprio lui, a distanza di tanti anni -, Jimmy Lee Sloas (Bass guitars & backing vocal) e Vinnie Colaiuta (Drums). Ed è subito trash metal puro, di cui Dave è sempre stato alfiere quale socio fondatore (e subito allontanato...) dei Metallica.

Scorpion image © drawn by Angie Mullen

I testi, come sempre, sono profondi e incisivi. Dave non ha mai risparmiato micidiali rasoiate, toccando anche in passato temi scottanti: la violenza giovanile e l'uso sconsiderato delle armi (99 Ways to die), l'incesto (Family Tree)... Oggi Dave apre il nuovo album con lo scenario tragico di "Blackmail The Universe", non risparmia attacchi diretti a John Kerry ("I Know Jack"), che vorrebbe prendere il posto che ormai spetta a lui di diritto, musica il Salmo 23 ("Shadow Of Death"), e, come sempre, fa espliciti riferimenti autobiografici ("Of Mice And Men")...

La musica. Beh, parafrasando Tomasi di Lampedusa, è tutto cambiato. Perchè nulla è cambiato... E per fortuna! Non si potrebbe immaginare Mustaine che abbandona le partiture impossibili, lui che nelle proprie note biografiche scrive: "Hobbies: Teaching Megadeth songs to new Guitarists"! E fra cambi di tempo repentini, assoli al fulmicotone, melodie inusuali (vedi soprattutto "Kick the chair"), ci accompagna in un nuovo lungo, affascinante viaggio!

Welcome back, Dave!

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lunedì, 11 ottobre 2004
 

Tito, maresciallo assassino.

Da quasi sei mesi si è consumata l'infamia dell'ingresso della Slovenia in Europa, l'ultima di una lunga serie. Non solo i governi di questa piccola repubblica nata dal disfacimento della Iugoslavia non hanno mai chiesto scusa per gli atroci crimini compiuti in passato, ma anche esaltano i momenti di divisione e di violenza (vedi commento di Orenove al penultimo messaggio precedente a questo)! Tra parentesi, non nascondo la gioia per l'oscuramento del sito Indymedia, dove venivano negate tali atrocità e addirittura veniva stravolta la storia del Confine orientale italico. Riporto un pezzo riguardante “Prigionieri del silenzio”, l'ultimo libro di Gianpaolo Pansa, e l'intervista all'autore pubblicati su Libero di venerdì scorso. Dedicato a tutti quelli che non vogliono dimenticare...

Quando Tito massacrava i partigiani.

“ Prigionieri del silenzio” sarà in vendita dal 12 ottobre. Il romanzo racconta la storia ( vera) di Andrea Scano, giovane sardo che parte per la Spagna nel ’ 36: combatte tra i repubblicani e approfondisce la militanza ideologica comunista. Torna in Italia per partecipare alla Resistenza. Rifiuta di consegnare le armi dopo la Liberazione, e il Pci ne copre la fuga in Jugoslavia. Nel ’ 48 Stalin rompe con Tito, e Scano viene deportato in un gulag come traditore. La stessa accusa che gli riservano tre anni dopo i compagni italiani, al ritorno in patria. Pubblichiamo stralci del capitolo che descrive il trasferimento nel lager di Goli Otok. Non contiene gli eventi più efferati, ma è qui che meglio emerge il tremendo compito dei luoghi di “ rieducazione” del comunismo titino: annientare l’umanità dei prigionieri. « V enivano tutti dalla Bosnia Erzegovina e, prima ancora di approdare a Goli ( Goli Otok, “ Isola Calva”, è il lager titino dove viene richiuso Scano), erano già una brigata di pentiti. Ossia di cominformisti ( comunisti fedeli al Cominform, cioè a Stalin, e ostili a Tito, ndr) pronti a obbedire ai capi del gulag: picchiavano gli altri prigionieri, facevano la spia, si prestavano a infliggere le umiliazioni più sadiche. Con loro, per usare un’immagine del poeta dialettale istriano Eligio Zanini, di Rovigno, anche lui deportato a Goli, venne introdotto in quel lager “ il virus dello scorpione”, il veleno terribile dell’odio verso i compagni di s ve n t u r a » . « Furono i bosniaci i primi detenuti rieducatori. Quelli che applicarono subito la tortura più efferata: l’autorepressione, ossia la punizione affidata agli stessi detenuti. Fu questo uno dei cardini, forse il più infame, della politica criminale di Tito, non solo per Goli Otok, ma per tutti gli altri luoghi di pena, lager e carceri, gli Istituti di miglioramento destinati ai cominformisti. Per quel che sappiamo » , continuai, « Scano venne condannato a restare all’Isola Calva per due anni, sino all’inizio del 1952. Ma in realtà ci rimase un anno di più, fino ai primi mesi del 1953 » . « Una notte, Scano fu svegliato nella sua cella al carcere di Fiume e venne fatto uscire nel cortile con altri detenuti della stessa prigione. Erano 50 o 60. Le guardie li ammanettarono a due a due, anzi li legarono ai polsi con parecchi giri di cavo telefonico. Dopo averli scaraventati dentro il cassone di un camion, li ammassarono uno sopra l’altro, a forza di calci e pugni. Quando l’autocarro si fermò, i prigionieri compresero di essere arrivati vicino al mare. Nel porto, illuminato dai riflettori, li aspettava una nave. Era il “ Punat”, un veliero a motore capace di portare, ben stivati, anche 400 prigionieri, forse di più » . (...) « ‘ Alcuni agenti dell’Udba ( la polizia segreta del regime titino, ndr)’, racconta Borme, ‘ ci prelevarono di notte dalla nostra cella nel carcere di Fiume e ci condussero in una stanza a piano terra, dove trovammo raccolti i prigionieri delle altre celle. Ci legarono le mani dietro la schiena con filo di rame, quello impiegato negli avvolgimenti dei motori elettrici. Mi lamentai che i polsi erano serrati troppo stretti e allora l’agente me li strinse ancora di più. Quindi ci caricarono sopra un camion, che partì per Buccari, dove ci attendeva il “ Punat”, l’imbarcazione che ci avrebbe trasportato a Goli Otok. Arrivati a bordo, fummo scaraventati sul fondo della nave. Dal momento che avevamo le mani legate, non potevamo proteggerci nella caduta dentro la stiva. Se finivi sopra il mucchio dei deportati spinti giù per primi, il danno era limitato. Ma chi aveva la sfortuna di precipitare a capofitto sul fondo della nave, si fratturava qualche vertebra cervicale’ » . « ‘ Ad accogliere i deportati nella stiva c’era una squadra di militi che, urlando come belve, sferravano pugni e calci a dritta e a manca. Per schivarli almeno in parte, bisognava rannicchiarsi subito sul fondo della nave, stipati gli uni contro gli altri. Ma non penso che fossero sadismi individuali di qualche maniaco in divisa. Quel trattamento selvaggio era stato pensato in alto, negli uffici dell’Udba, per terrorizzare i mani e i piedi dello stesso colore, casacche e pantaloni sudici e stracciati, una logora bustina militare sul cranio rasato: il ritratto di come, di lì a poco, sarebbero diventati i nuovi prigionieri » . « Quando misero piede a terra, prigionieri e scoraggiarli dal tentare una r ibellione’ » . « ‘ Nella stiva si udivano grida confuse venire dalla riva. Era il comitato di ricevimento, organizzato dai deportati già nel lager. Aspettavano i nuovi arrivati sulla spiaggia. In un ritornello ossessionante, alternavano insulti a slogan politici. Urlavano: banditi cominformisti, abbasso Stalin, viva Tito! E poi: ‘ Druze Tito, mi ti se kunemo / da sa tvoga puta ne skrenemo!, compagno Tito, noi te lo giuriamo: dal tuo cammino mai non d ev i e re m o ! ’ » . « Prima che il “ Punat” vomitasse il suo carico sulla banchina, Scano vide salire a bordo dei deportati che impugnavano grossi randelli. Erano bosniaci e serbi. Si precipitarono nella stiva e presero a bastonare gli infelici che stavano per sbarcare. Questi spaccaossa avevano un aspetto orribile. Scheletrici, le facce grigiastre, le ” Scano e gli altri vennero fatti spogliare, furono rapati a zero e poi scaraventati in mare, perché si ripulissero dello sporco accumulato in prigione e del sangue della prima bastonatura. Non so se a quello scaglione di prigionieri abbiano consegnato subito le divise da deportato. Oppure se la direzione del lager avesse rimandato a dopo la vestizione. Intendo dopo il cosiddetto Stroj, detto anche Topli Zec, il gioco della lepre calda o stanata. Era la seconda cerimonia di benvenuto all’Isola Calva. Una via crucis che si ripeteva a ogni arrivo, lungo il sentiero roccioso e in salita che, dall’attracco, conduceva al campo. Un percorso fitto di pietre aguzze, che tagliavano come rasoi i piedi, spesso nudi, di chi doveva subire quel saluto cr udele » . « Il seguito, Scano lo raccontò così a Bonelli: ‘ Su quel percorso, gli internati cominformisti ci attendevano su due file. Noi dovevano passare in mezzo e, a mano a mano che si procedeva, venivamo colpiti a pugni, calci, sputi, tra urla e insulti. Io non ce la facevo più, la strada procedeva in salita, ero carico della mia roba e indebolito dal carcere e dal viaggio. Uno degli internati mi si appiccicò addosso, pestandomi come un forsennato. Ero coperto di sangue, boccheggiavo, imploravo che si fermasse, che la smettesse, che mi lasciasse andare avanti. Ma lui insisteva. E gridava: sei un cominformista come me? e allora prendi, prendi e prendi ancor a ! . . .’ » . « Sentiamo che cosa aggiunge Borme, dopo aver descritto lo stesso supplizio narrato da Scano: ‘ Dallo Stroj si levavano slogan e e grida confuse: Ua banda!, abbasso i banditi!, e Dole izdanici!, abbasso i traditori! A controllare lo Stroj c’erano agenti dell’Udba e militi distribuiti a intervalli regolari lungo il percorso. Anche i militi, talvolta, prendevano parte al pestaggio. Ne vidi uno colpire un deportato con tanto accanimento da lasciarlo privo di vita. Se qualche prigioniero messo a fare lo Stroj non partecipava alla bastonatura con la determinazione imposta dai guardiani, era costretto a unirsi ai banditi appena arrivati, per essere a sua volta pestato. Non si riusciva ad attraversare tutto lo Stroj. Di solito si cadeva dopo qualche decina di metri, fiaccati dalle botte. Con le facce piene di lividi e gonfie per le percosse, i deportati restavano per giorni e giorni irriconoscibili’ » . « Presto anche Scano, come tutti gli altri deportati, sarebbe stato costretto a partecipare al linciaggio di chi, via via, approdava all’Isola Calva. Non so chi avesse ideato questa cerimonia mostruosa » , dissi a Pastrorino. « Ma doveva essere una mente raffinata e malvagia al massimo. Lo Stroj, infatti, rappresentava una punizione doppia: per chi veniva percosso e per chi era obbligato a percuotere. I picchiatori si sentivano scaraventati ogni volta nell’abisso della vittima che si degrada a carnefice. C’era chi si degradava fino in fondo, diventando un sadico. E chi tentava di salvarsi l’anima, facendo soltanto il gesto di bastonare i nuovi prigionieri. Ecco che cosa Scano racconta a Bonelli: ‘ Ogni volta che arrivava un carico, dovevamo schierarci e picchiare. In pratica si riusciva molto a fingere. E a dare le spinte per aiutare i nuovi arrivati a percorrere più in fretta il loro calvario. Ma c’erano sempre gli zelanti, e alla fine tutti ne uscivano massacrati’ » . (...) « ‘ Sui tavolacci era possibile coricarsi soltanto di fianco, senza mai adagiarsi sul dorso o girarsi. Come ti coricavi la sera, stremato, così ti ritrovavi la mattina. Negli anni passati a Goli Otok nessuno di noi poté mai riposare supino. A rendere ancora più orrendi i tavolacci, e in genere le baracche, provvedevano poi i pidocchi e le cimici, in grandissima quantità. Un flagello impossibile da debellare, prima che anche a Goli arrivasse qualche carico di Ddt’ » . « ‘ Nei giorni seguenti all’arrivo’, racconta sempre Borme, ‘ in ciascuna baracca avveniva la cosiddetta “ Illustrazione” della propria posizione. Era una specie di processo a cui era sottoposto ogni deportato. A condurre l’interrogatorio era il “ sobni”, che aveva già avuto in lettura le carte dell’Udba e spesso le teneva davanti a sé. Alle sue domande, l’imputato doveva rispondere a puntino, elencando le proprie colpe davanti agli altri prigionieri della baracca. Si voleva, soprattutto, che il deportato facesse dei nomi. Ossia indicasse parenti, amici, conoscenti, insomma chiunque fosse stato in rapporto con lui, in qualsiasi modo. E che fosse dunque sospettabile di aver commesso il suo stesso reato, quello di cominformismo. Se il prigioniero rispondeva a tono, e in modo ritenuto soddisfacente, il “ sobni” pronunciava un verdetto favorevole. Accolto da tutti i prigionieri della baracca con slogan politici ostili a chi era rimasto fedele all’Unione Sovietica’ » . « ‘ Se invece il sobni riteneva che il deportato non avesse detto tutta la verità, allora aizzava gli altri reclusi della baracca a picchiarlo subito, lì, davanti a lui. Loro obbedivano, nel senso che, mentre alcuni fingevano di pestare il colpevole, altri lo massacravano davvero, per non incorrere a loro volta nella stessa punizione. Ci sono stati dei prigionieri colpiti a morte, in quella cerimonia macabra, pochi giorni dopo il loro arrivo al campo’ » .

LE SIMONE, I KAMIKAZE, COSSUTTA PANSA SMONTA LE TESI DELLA SINISTRA di MATTIA FELTRI

«Credo di essere una persona bonaria, lenta all’ira, ma le due Simone mi hanno fatto davvero imbufalire. Mi hanno fatto uscire dai gangheri. Quando sono rimpatriate non hanno avuto parole per nessuno se non per i loro sequestratori, e lo trovo inammissibile. Non hanno ringraziato Berlusconi, e passi; non hanno baciato in fronte Scelli, e Scelli se ne farà una ragione. Ma le vittime! Dimenticare le vittime è stato vergognoso. Gli altri ostaggi meno fortunati di loro, quelli accoppati come vitelli al mattatoio, i carabinieri e i civili di Nassiryia: come hanno fatto a dimenticarli?». Parlando con Giampaolo Pansa del suo ultimo libro è inevitabile finire su altri terreni: la guerra d’oggi, il terrorismo islamico, l’atteggiamento dell’Italia e di tutto l’occidente, le questioni di casa nostra. Il libro si intitola “Prigionieri del silenzio”, è edito come tutti gli ultimi da Sperling & Kupfer, conta 445 pagine, costa 17 euro e sarà in libreria da martedì. Il protagonista è Andrea Scano, comunista finito nei gulag di Tito dove gli vengono inflitti i peggiori tormenti. Eppure rimane comunista. Così sono saltate fuori le Simone, simpatizzanti della «resistenza irachena » anche dopo il sequestro. Pansa dice: «Queste due ragazze sono figlie del loro mondo, ma sono state capaci di perdersi da sole. Tutta Italia, o quasi, le guardava con simpatia, perché sono giovani, perché sono donne, perché sono generose. Potevano dire quello che volevano. Ma cancellare Quattrocchi e Baldoni, no. Allora poi è giusto mandarle a quel paese. E ho trovato sconcertante questo atteggiamento verso i loro rapitori, come se il sequestro di persona fosse nulla, anziché una delle violenze più infami che si possano concepire. Il sequestro annulla tutto, annulla la libertà, la dignità. È mostruoso. Può essere peggio dell’omicidio. Passare sopra al sequestro in sé è un’altra cosa che mi ha mandato in bestia». Perché lo hanno fatto? «Non lo so. Non so nemmeno quale cultura appartengano. So che queste ragazze non hanno il senso della normalità. Bisogna dire le cose normali, le cose vere. Con gli anni, e ne ho quasi sessantanove, ho imparato che la verità col tempo viene sempre fuori». Già che ci siamo, che pensa dei soldi presi da Cossutta? «Ho letto i vostri articoli. Mi paiono documentati. Vedremo. Certo, se saltasse fuori che davvero Cossutta si è messo in tasca i soldi del Kgb destinati al Pci, sarei l’ultimo a stupirmi. Poi posso dire che nessun giornale vi verrà dietro. Quelli di destra per gelosia, quelli di sinistra per convenienza». Torniamo al suo libro, nel quale la menzogna al servizio della causa è protagonista importante. «Nel libro si racconta una storia vera, quella di Andrea Scano. Dopo aver scritto “Il sangue dei vinti” per ripercorrere la resa dei conti, brutale e spesso inutile, dei partigiani sui fascisti, mi interessava concentrarmi sui guai di un vincitore. O almeno, di uno che si credeva tale». Chi era Andrea Scano? «Un comunista sardo. Partecipò alla guerra civile spagnola, poi alla guerra contro i nazifascisti dopo la caduta di Mussolini. Nel dopoguerra dedicò, come tanti del Pci, ad accumulare le armi in vista dell’ora X, quella della rivoluzione che avrebbe portato l’Italia a diventare una repubblica popolare. Scoperto, fu condannato al carcere e, per scamparne, con l’aiuto del partito fuggì in Jugoslavia. Per sua sfortuna in quel momento consumò la rottura fra Tito Stalin. Il Pci si schierò con Mosca, cioè con il Cominform, la federazione dei partiti comunisti europei. I cominformisti furono visti da Belgrado come traditori del socialismo e nemici del popolo, e dunque perseguiti. Scano fu arrestato condotto nel gulag. Fu torturato, umiliato, ridotto alla fame, costretto a picchiare i suoi compagni per dimostrare di essere tornato sulla retta via» Un incubo. A maggior ragione per un comunista convinto. «Non è tutto. Nel gulag fu costretto a spedire in Italia una cartolina inneggiante al compagno Tito. E quando, dopo tre anni di supplizi, riuscì a tornare in patria, nessuno volle aiutarlo: era un traditore, venduto a Tito, che la propaganda sovietica, e dunque del Pci, indicava come venduto agli imperialisti, all’America, alla Cia». Non è cambiato molto. Oggi lo si dice del presidente iracheno Allawi, dell’Onu quando è d’accordo con Bush... «No, non è cambiato molto. Certa sinistra, e mi duole dirlo, è malata da decenni di complottismo. Vede complotti ovunque. Se i terroristi rapiscono le Simone, si parla subito della Cia. C’è la Cia ovunque. La sinistra si deve sempre inventare un nemico. Poi gira e rigira è l’America. Ma vorrei tornare alle vicende di Scano. . . » . Non è finita? «Macché. Insomma, traditore per i titini e traditore per gli italiani, a causa di quella cartolina. Non gli davano lavoro, non gli davano ospitalità, non lo rivolevano nel partito. Poi, per colmo, Krushev riagganciò con Tito. Sbarcò a Belgrado, lo baciò sulla bocca e disse che era un bravo comunista, e che tutto quello di pessimo che s’era detto sul suo conto dipendeva dalle trame imperialiste, filoamericane e fasciste di Berija (ministro di Stalin, ndr). Caso chiuso. Tranne che per Scano. Allora gli dissero: ma come, sono anni che vai dicendo che Tito è un furfante. Capito? La cartolina che l’aveva compromesso per tanto tempo tornava a comprometterlo, stavolta perché era una soltanto e nemmeno troppo convincente». Eppure Scano continuò a considerarli compagni che sbagliano. Restò comunista e stalinista. «È la forza dell’ideologia. Chi è giovane non può capirlo fino in fondo. Per Scano, e per tanti come lui, il comunismo era una fede, uno scopo nella vita. Con gli occhi di oggi può sembrare una follia, ma l’idea di rivoluzionare il mondo per portarvi la felicità era qualcosa cui aggrapparsi. Come se un prete di campagna venisse sequestrato e seviziato da una banda di vescovi. Non per questo smetterebbe di credere in Dio». È scandaloso, dopo aver letto il suo libro, pensare che fosse preferibile finire nelle mani dei fascisti piuttosto che in quelle dei titini? «Bisogna fare attenzione. I totalitarsimi sono uno schifo comunque, non è bello mettersi a fare delle graduatorie. Berlusconi fece uno scivolone tremendo quando disse che il confino in Italia era una villeggiatura. Scano finì a Ventotene per mano dei fascisti, e patì la fame e le botte. Però è vero, ed è una verità storica inoppugnabile, che fra Ventotene e Goli Otok (uno dei gulag di Tito, ndr)c’è una distanza incolmabile. L’orrore di Goli Otok non è paragonabile con altri. Molti dei reclusi scampati sia al nazismo che a Tito, raccontarono che Goli Otok fu anche peggio dei lager di Hitler. Ad Auschwitz puntavano ad annientarti fisicamente, a Goli Otok ti annientavano psicologicamente. Lì si diventava cadaveri viventi. I prigionieri non dovevano morire, dovevano soffrire il più possibile». Lei è un uomo di sinistra. La accuseranno di nuovo di revisionismo storico. Di essersi venduto alla destra. «Non mi importa. Ma davvero per nulla. Hanno detto di me che sono diventato un agit prop delle destre. Che ci posso fare? Io vado avanti per la mia strada, che è quella di raccontare il Novecento, che è il mio secolo, da povero dilettante quale sono. Del resto ho visto che anche il bravo Toni Capuozzo, dopo l’intervista concessa a Libero, in cui parla di un Iraq diverso da quello di cui parlano altri giornalisti, è stato pesantemente criticato a sinistra. A me piace Capuozzo, lo seguo sempre, trovo che sia un uomo sereno e preparato. Purtroppo in Italia continua una guerra civile delle parole. E tanti giornalisti continuano ad andare in giro con l’elmetto. Chi non la pensa come loro è un nemico». Si sente un po’ come Scano? Per cortesia, non bestemmiamo. Quella di Scano fu una tragedia immane, imparagonabile a qualche malevolenza di cui sono talvolta l’obiettivo. A me preme la stima dei miei lettori che sono tanti. “Il sangue dei vinti” ha venduto 330 mila copie, e continua a vendere. Mi preme la stima di chi è disposto a leggermi e a giudicarmi senza vedere in me un nemico. Se poi salterà su qualche storico col bollo a dire che sono passato con Berlusconi, pazienza». Però le dinamiche sono le stesse di sessanta anni fa. «No, no. Assolutamente. Sono un uomo fortunato. Sono cresciuto in un’Italia democristiana senza essere democristiano. Anzi, dalle mie parti ero considerato una specie di rivoluzionario in calzoni corti. Non sono nato in una famiglia importante, non avevo santi in paradiso, eppure ho fatto la mia strada, in un paese libero. Questo grazie a quel sant’uomo di Alcide De Gasperi. La vera data della Liberazione non è il 25 aprile 1945, ma il 18 aprile 1948, quando De Gasperi vinse le elezioni». Lei scrive di essere dipiaciuto perché tante cose le ha scoperte quando già aveva i capelli grigi. Scano forse non le ha mai capite. Però in Spagna, con lui, c’era George Orwell, ancora marxista. Si ricredette prima della fine della guerra civile. «Orwell capì tutto. Mi viene in mente il finale di “Omaggio alla Catalogna”, il suo libro sulla guerra civile spagnola. Era il 1939. Rientrava in Inghilterra. Era l’alba. Vedeva le villette ordinate, i giardinetti, i quotidiani e le bottiglie di latte all’uscio. Pensò a quel beato e profondo sonno, e che presto tutti sarebbero stati ridestati dal fragore delle bombe. Mi viene in mente l’Italia di oggi, coi suoi cellulari, le sue moviole, i suoi grandi fratelli. Come se la guerra non ci fosse. Come se il terrorismo islamico fosse un film per altri schermi. Come se Quattrocchi e Baldoni non ci riguardassero. Come se quei morti non fossimo noi. Poi un giorno saremo svegliati dal fragore delle bombe. E sarà tardi».

Tito l'infoibatore, il volto del Male.

LA FOIBA DI SAN GIULIANO

L' aria pura ti mordeva il viso
ma la corda ti tagliò il sorriso
e poi cadi sempre più giù
e poi cadi sempre più giù .

Tito, Tito maresciallo assassino,
quanti fratelli hai infoibato ?
Quanti innocenti hai assassinato ?
I tuoi gendarmi hanno massacrato
chi italiano era nato,
chi italiano era nato .

E dopo tanti anni chi più ti ricorda ?
Le tue ossa nude
spolpate da una melma sorda .
Fratello non temere noi siamo qui,
siamo qui a lottare e non per dimenticare
i volti di donne massacrate,
il filo spinato e la mitragliatrice .

Hanno spento un fiore,
ma subito un altro è sbocciato,
la gioventù europea il rosso brucerà
la gioventù europea il rosso brucerà
la gioventù europea il rosso brucerà
la gioventù europea il rosso brucerà
la gioventù europea il rosso brucerà
la gioventù europea il rosso brucerà .




























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Avviso ai naviganti. Apertura della stagione venatoria 2004/05.

 

Riceviamo comunicazione dal Ministero inerente il Calendario Venatorio 2004/05. E’ aperta la caccia per la seguente selvaggina migratoria:

 

- albanesi;

- kossovari;

- talebani;

- afgani;

- zingari;

- palestinesi;

- iracheni;

- marocchini e magrebini in genere;

- extracomunitari in genere;

- no global e girotondini.

 

E’ sospesa per quest’anno la caccia ai COMUNISTI, in quanto entrati a far parte delle specie in via d’estinzione per esaurimento delle scorte di foraggio russo. Resta comunque salvala possibilità di cacciarlinelle zone di ripopolamento, quali:

 

- Case del popolo;

- Coop;

- Centri sociali.

 

In tal caso è consentita, vista la pelle coriacea della sopraccitata selvaggina, l’uso di armi quali fucili di ogni genere (possibilmente ad anima liscia) a più di 5 colpi, carabine di precisione e pistole di grosso calibro. In presenza di stormi numerosi è ammesso anche l’uso di bombe a mano, obici, mitragliatori automatici, gas velenosi.

Si possono cacciare di giorno e di notte senza limite di orario. E’ tollerato l’uso di visori notturni, reti, tagliole, cani da ricerca e da attacco quali pitbull, rotweiler ecc. Inoltre è stato introdotto l’uso di richiami vivi e zibellini vari.

 

Importante: non esiste limite giornaliero di capi da abbattere! Si consigli l’abbattimento di capi giovani onde poter estinguere più rapidamente le razze (specie).

 

Nota: ogni 1.000 capi abbattuti verrà attribuito un viaggio-soggiorno premio di una settimana per tutta la famiglia in Carinzia gentilmente offerto dal Governatore Jorg Haider. Al raggiungimento del numero di 2.000 capi abbattuti, al cacciatore verrà consegnata la cittadinanza onoraria austriaca.

 

PS: ovviamente stiamo pazziando…

 

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venerdì, 08 ottobre 2004
 

I crimini contro l'Umanità del comunismo. Cina.

Mentre c'è chi fa girotondi a contro gli USA, ricordiamo che nel mondo non è ancora stata estirpata del tutto la piaga del comunismo. Ecco i crimini che quotidianamente avvengono nella Cina comunista. Articolo tratto da Libero di ieri.

La Cina capitalista ferma al medioevo

(di ANDREA VALLE) PECHINO - In piazza non è mai sceso nessuno, meno che mai nessuno tra i no global, le associazioni giovanili di sinistra o i movimenti pacifisti di mezzo mondo, per protestare contro esecuzioni capitali, incarcerazioni per il semplice delitto di professare una fede o una convinzione politica. Eppure questo è l’altro volto in nero della Cina, nonostante la crescita economica del 20 per cento l’anno, che tradotto significa un mercato sterminato per milioni di potenziali consumatori di telefoni, auto, sigarette... Partnership commerciale desiderata da molti, compresa l’Italia, prescelta per i Giochi Olimpici del 2008, fa dimenticare a tutti che nella classifica dei Paesi “ non liberi” è tra i primi posti, mentre Amnesty International segnala che la tortura è regolarmente utilizzata contro i dissidenti, i monaci tibetani, gli operai immigrati, le persone accusate di aver infranto la politica del figlio unico, i cattivi contribuenti, in poche parole, contro chiunque. È di qualche giorno fa la notizia che una donna di Shangai è stata arrestata e torturata per non aver rispettato la “ legge del figlio unico”, appunto. La donna, di nome Mao Hengfeng, è stata condannata a 18 mesi perchè si era rifutata, nel 1988, di abortire e aveva avuto una seconda figlia. In Cina avviene anche che i parenti di un giustiziato ricevono la fattura della pallottola che è servita per ucc i d e rl o. A ricordare queste cose, ci pensa ora un libro, “ Il libro nero della Cina”, pubblicato dalla casa editrice Guerini e associati, uscito proprio in questi giorni. La versione francese originale uscita nei mesi scorsi ha avuto molto successo. Il che fa pensare, se si tiene in considerazione l’accoglienza trionfale che Parigi ha riservato, nel gennaio scorso, al presidente cinese Hu Jintao. Con la prefazione di Piero Ostellino, raccoglierà documenti di Amnesty International, Centro Tibetano per i diritti dell'uomo e la Democrazia, Human Right Watch, Human Rights in China, Reporters sans frontières, Laogai Research Foundation, insieme a testimonianze, dirette e indirette, di quel che nell’ex impero celeste significa concretamente il concetto “ violazione dei diritti umani”. Non solo, ma anche corruzione, malversazione, sviluppo selvaggio e non rispetto delle norme di salvaguardia ambientali. Un crescendo di ombre nere, che la rapida evoluzione economica a cominciare con il Duemila non ha aiutato a rischiarare. Eppure proprio il 2002 aveva visto nascere una forte protesta popolare ed erano circolate numerose petizioni, in particolare prima dello svolgimento del XVI Congresso che doveva designare Hu Jintao alla testa del partito comunista cinese. Come viene raccontato nel libro dal dissidente Liu Qing, nel 2003 i principali autori e firmatari di una di queste petizioni sono stati arrestati, processati e cond a n n at i . Ci sono due casi esemplari, a proposito: quella del leader operaio Yao Fuxin e del dissidente informatico Huang Qi. Questi ultimi, e molti altri ancora, sono stati condannati a pesanti pene detentive. E la storia dell’avvocato di Shanghai Zheng Enchong, condannato nell’agosto 2003 a quattro anni di prigione per aver difeso i proprietari di case destinate alla demolizione espulsi con la forza dalle loro abitazioni. La frustrazione per le difficoltà nel difendere il diritto alla casa spinge alcune persone al suicidio, anche dandosi fuoco. La lotta contro i culti e le religioni è diventata addirittura feroce, in particolare contro il movimento Falung Gong. Ma anche contro la Chiesa cattolica, quella che viene definita “ sommersa”, per distinguerla dalla Chiesa nazionale, che rispetta le direttive del governo, mentre l’altra si riconosce solo nell’autorità del Vaticano. Unaltro scandalo, quello del giovane Sun Zhigang, picchiato a morte in un centro di detenzione amministrativa, ha contribuito a mettere in luce, a livello internazionale e nella stessa Cina, gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate all’interno del sistema di polizia. Sun Zhigang era stato arrestato dalle milizie locali perché, disoccupato proveniente da un’altra provincia, non aveva il diritto di soggiornare a Canton. La sua morte, due giorni dopo, ha suscitato un tale scalpore che il governo ha dovuto fare marcia indietro sulle regole applicate ai lavoratori migranti in situazione irregolare nelle grandi città cinesi.

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Il Duce, mio padre.

Da Libero di ieri traggo i seguenti articoli sull'ultimo libro di Romano Mussolini ( Romano Mussolini “Il Duce, mio padre” Rizzoli pagg. 169, euro 15), l'ultimo figlio del Duce ancora in vita.

Il Duce con il figlio Bruno, in divisa di ufficiale della Milizia

Mussolini, il duce, ma non troppo...

di GASPARE DI SCLAFANI Fino all’ultimo Benito Mussolini avrebbe potuto salvarsi. Anzi, per metterlo al sicuro esisteva un piano studiato in ogni dettaglio, e se non andò in porto fu solo per sua scelta. Lo rivela nel libro “ Il Duce, mio padre” ( Rizzoli), l’unico figlio vivente dello stesso Mussolini, Romano, musicista jazz di fama internazionale. Scrive Romano Mussolini: « Autori del piano erano Luigi Gatti - il segretario particolare di mio padre, poi fucilato a Dongo - e mio fratello Vittorio. Gatti aveva sposato una nobildonna spagnola dalla quale aveva avuto un figlio, Alfredo. Anche lui, come me, ricorda bene come avrebbero dovuto svolgersi le cose. Davanti a Villa Feltrinelli, sulle acque del lago, sarebbe sceso all’imbrunire un idrovolante pilotato da un fedelissimo. Mio fratello e Luigi Gatti, dopo aver narcotizzato il Duce, lo avrebbero sorretto fino all’imbarcadero e quindi issato a bordo. L’idrovolante avrebbe raggiunto la costa spagnola e lì alcuni dipendenti della signora Gatti, che possedeva una grande azienda agricola nel centro del Paese, lo avrebbero preso in consegna facendosi trovare all’appuntamento con due automobili » . « Tutto era stato predisposto » , continua Romano Mussolini « affinché del Duce si perdesse ogni traccia. Ma c’è di più: una volta in Spagna mio padre avrebbe avuto l’appoggio di Franco » . Come fa, il figlio del Duce, a essere così sicuro della disponibilità del Generalissimo ad aiutare suo padre? Perchè, spiega, ne ebbe personalmente conferma dallo stesso Francisco Franco, durante un incontro a Madrid avvenuto nel 1963. « Franco » , aggiunge « non aveva mai dimenticato di essere giunto al potere nel 1939 grazie all’appoggio di mio padre e di Hitler » . Ma c’è di più. Unaltro progetto per mettere al sicuro il Duce era stato approntato, durante l’agonia della Repubblica Sociale, da Claretta Petacci e da suo fratello Marcello. Che cosa prevedeva? « Marcello si sarebbe procurato un’automobile simile a quelle con cui si spostava mio padre, un’Alfa Romeo nera, e l’avrebbe portata a fracassarsi contro un muro, simulando un incidente. I rottami della vettura sarebbero stati incendiati e da essi i soccorritori avrebbero estratto il cadavere sfigurato di un uomo in uniforme militare. Un omicidio bello e buono, in sostanza, ma il sacrificio del poveretto ucciso al posto del Duce avrebbe fatto credere a tutti che lui fosse morto durante un tentativo di fuga. Frattanto, invece, Clartetta avrebbe trovato riparo in Svizzera sotto falso nome e da lì, poi, la coppia avrebbe proseguito per l’Australia con una serie di spostamenti effettuati con aerei a noleggio » . Perché nè questi ne altri piani preparati dai più stretti collaboratiri di Mussolini andarono in porto? « Il Duce, questa è la verità » , spiega il figlio Romano « volle andare incontro al suo destino » . Una scelta, la sua, dettata dal senso dell’onore. « Non voglio » , diceva « mendicare la salvezza mentre i migliori si sacrificano per me e per la dignità d’Italia » . Romano Mussolini, che nell’aprile del 1945, alla morte del padre, aveva 17 anni e 7 mesi, è l’ultimo testimone che può raccontare “ dall’interno” la storia del Duce e del fascismo. Nel suo libro, riportando assieme ai suoi ricordi personali, le confidenze del padre e della madre Rachele, ricostruisce con particolari inediti eventi cruciali della vita pater na. Racconta, per esempio, che il padre era perfettamente consapevole che la drammatica riunione del Gran Consiglio del Fascismo nella notte fra il 24 e il 25 luglio del 1943 avrebbe comportato la sua rovina, ma non fece nulla per evitarla. Aveva fiducia nel re, anche se sia la moglie Rachele che Claretta Petacci gli dicevano di diffidare, e quel giorno, quando alle cinque del pomeriggio si presentò a Villa Savoia, non sospettava quello che lo stava aspettando. Ecco come andarono le cose, secondo il racconto che lo stesso Duce fece poi al figlio: « Il re era in uno stato di agitazione anormale. Appariva sconvolto e, con parole smozzicate, mi disse: “ Le cose non vanno più. L’Italia è a tocchi e i soldati non vogliono più combattere. Gli alpini cantano una canzone nella quale dicono che non vogliono più fare la guerra per Mussolini, che è diventato l’uomo più odiato d’Italia”. « Io non rispondevo » , sono ancora le parole del Duce « annichilito da ciò che stavo ascoltando. E il re insisteva: “ Non avete più amici, è solo su di me che potete ancora contare. Però non vi dovete preoccupare: non vi succederà nulla, vi farò proteggere io” » . Dopo il drammatico colloquio, Mussolini, uscito da Villa Savoia , cercò con lo sguardo la sua automobile e il fido autista Ercole Boratto. Scomparsi. Gli si avvicinò invece un capitano dei carabinieri. « Ci risulta che siete in pericolo, Duce. Io ho l’ordine di garantire la vostra incolumità » . L’ufficiale lo accompagnò verso un’ambulanza e lo fece salire. Mussolini « si voltò smarrito verso l’ingresso di Villa Savoia e vide che il re stava assistendo alla scena. Poi, mentre l’ambulanza cominciava a muoversi, lo scorse rientrare » . Trasportato presso la Scuola Allievi Carabinieri di via Legnano, il Duce vi rimase fino alla sera del 27 luglio. Qui ricevette una lettera di Badoglio, nuovo capo del governo: lo assicurava che sarebbe stato accompagnato nella località che lui stesso avrebbe scelto. Il Duce indicò la Rocca delle Caminate. Gli dissero che non c’erano problemi. Ma lo portarono invece a Gaeta, da dove, con una corvetta, fu trasferito a Ponza, prima tappa del viaggio che l’avrebbe alla fine portato, il 28 agosto, a Campo Imperatore, sul Gran Sasso. Com’è noto, da lì Mussolini sarebbe poi stato liberato dai tedeschi, con un blitz spettacolare, ordinato da Hitler in persona. Romano Mussolini ricorda molti altri episodi della storia paterna, arricchendoli di particolatri inediti. Ma a risaltare, nel suo memoriale, è soprattutto il volto privato del Duce: un uomo sobrio che si accontentava di poco e non dava valore ai soldi; un appassionato di musica ( suonava bene il violino) che « Qualcuno si stupirà - scrive Romano - era anche un estimatore del ( g. d. s.) Bruno Mussolini, il figlio prediletto del Duce, audacissimo pilota, morto in un incidente aereo il 7 agosto 1941, partecipò anche alla guerra di Spagna, nonostante l’opposizione del padre e, soprattutto, della madre. Aveva solo 18 anni e, sebbene si fosse già guadagnato una medaglia d’argento al valor militare nella campagna di Etiopia, non si poteva considerare alla pari con gli assi più famosi dell’epoca. Eppure ebbe il coraggio di sfidare in un duello aereo uno di loro, il pilota americano Derek Dickinson, comandante della formazione delle « Ali Rosse » , che appoggiava i Repubblicani antifranchisti. Lo rivela nel suo libro Romano Mussolini. « Bruno » , scrive Romano « decollò dall’aeroporto di Palma di Majorca su un Fiat- Romeo, un aereo da esercitazione dotato di un armamento molto jazz » . Romano ricorda anche la passione del padre per il cinema e il teatro, raccontando che era in prima fila al Teatro Valle di Roma quando Ettore Petrolini aveva rappresentato per la prima volta il suo Nerone, una satira della dittatura che lo aveva divertito m o l t o. Dai giorni sereni trascorsi nella pace di Villa Carpena ai tragici giorni seguiti all’uccisione del padre, Romano Mussolini ripercorre coi ricordi un pezzo della propria vita e di quella della sua famiglia che è anche un pezzo della nostra storia, facendo emergere una figura - il Mussolini degli ultimi atti - diversa dall’immagine abituale: un uomo solo, rassegnato, indifeso di fronte ai voltafaccia e agli intrighi.

Combattimento in cielo alla maniera dei cavalieri.

L'aereo di Bruno Mussolini, il figlio del Duce, « aveva solo due mitragliatrici, sulle quali però faceva molto affidamento perché l’aereo era estremamente maneggevole. Dereck Dickinson disponeva di un Boeing P26 munito di quattro mitragliatrici, forse il caccia più efficiente di quel tempo. Partì da Castellòn de la Plana puntando verso Majorca: sapeva che, a metà strada, avrebbe incontrato il Fiat- Romeo di Bruno » . Si erano dati appuntam e n t o. Con gli aerei dei due avversari - « irriducibili ma leali come antichi cavalieri » - volavano due ricognitori, a bordo dei quali si trovavano i “ padrini”. La quota scelta per lo scontro era di 1000 metri. Il regolamento del duello prevedeva che, in caso di resa, uno dei contedenti avrebbe sventolato la sua sciarpa. Bruno Mussolini all’improvviso, dopo l’ennesima virata, si trovò sopra il Boeing di Dickinson che tentava disperatamente di riprendere quota. Cominciò a sparare con le sue mitragliatrici e vide che i colpi andavano a segno. Il Boeing, in effetti, fu sforacciato da ben 326 colpi. Inoltre il pilota americano rimase ferito a una mano. A questo punto, Bruno avrebbe vinto il duello. Proprio a causa delle ferita, però, Dickinson non riuscì a togliersi la sciarpa e a s ve n t o l a rl a . Sceso in picchiata con il suo aereo per almeno 400 metri, riuscì poi, con uno sforzo prodigioso, a ripotrare in quota il il Boeing. « Quasi all’improvviso » , raccontò poi lo stesso Bruno « me lo trovai sopra. Vidi con chiarezza che mi inquadrava nel mirino delle mitragliatrici, ma non premette i pulsanti perché in quel preciso momento io alzai il braccio destro e dalla carlinga del mio aereo uscì in segno di resa la mia lunga sciarpa di seta bianca » . Aggiunge Romano: « Bruno parlava con modestia di “ resa”. In realtà il motore del suo aereo si era spento senza lasciargli la possibilità di manovrare e costringendolo a interrompere il duello (...) Riuscì poi ad atterrare indenne solo grazie a una magistrale planata » .

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mercoledì, 06 ottobre 2004
 

Marcello e i vinti.

Marcello Veneziani, laureato in filosofia, editorialista di “ Libero”, ha fondato e diretto settimanali, riviste e case editrici, e curato opere di storia e cultura politica. È autore di vari saggi, tra cui “ Processo all’Occidente” ( 1990), “ Comunitari e Liberal” ( 1999), “ Di padre in figlio” ( 2001), “ La cultura della destra” ( 2002). Dal 2003 fa parte del cda della Rai.

Viva i cavalieri delle cause perse!

Il recente saggio di Veneziani invita a stare con i vinti. Dei quali indica sette categorie, ciascuna con un suo colore diverso. Non sempre sono dei “ buoni” vinti ingiustamente, ma la loro condizione di sconfitti - segno di nobiltà e di grande carattere - li avvicina alla verità più della inevitabile superbia dei vincitor i. presenti nel fatto. Basti l’esempio su cui Veneziani, anche per DNA regionale, si sofferma a lungo: i meridionali ( non solo d’Italia). Su di loro la letteratura del compianto non manca certo: da Verga ( col suo ciclo “ I vinti”) a De Roberto, Scotellaro, Carlo Levi e Lampedusa. Un Sud arretrato e rassegnato, sempre in bilico tra brigantaggio ed emigrazione, « schiacciato tra il fato e l’anarchia » . Per colpa dei vincitori nordisti? Non solo. Veneziani suggerisce senza moralismi che le responsabilità dei meridionali nel sottosviluppo economico e civile non possono essere taciute: i mafiosi sono pochi, la mafiosità è tanta. Ciò che più si apprezza, in questa scelta di Veneziani per i vinti, è il rifiuto di un semplicistico capovolgimento dei valori: se vincono i malvagi, allora i vinti sono buoni. Non è quasi mai così. Anche Robespierre e Hitler, Trotzsky e Che Guevara furono dei vinti: « gli idealisti, da ambedue le parti, sono sparute minoranze o ideali paraventi che coprono la ragion cinica e opportunistica delle due posizioni prevalenti » . Ma la simpatia ( il sentire- con) per chi soffre non è un giudizio e certo è più nobile compatire ( patire- con) i vinti che esaltare i vincitori ( non ne hanno bisogno!). Uno scrittore come StefanZweig, suicida poche settimane prima che per Hitler cominciasse la via del tramonto, ci ha lasciato toccanti biografie dei vinti: non Erasmo, ma Lutero, non Calvino, ma Castellio, non Elisabetta ma Maria Stuarda, tuttiemblemi della irrazionalità che, a dispetto di Hegel, trionfa e sempre trionferà nel mondo. Ecco perché il tema dei vinti solleva, quasi naturalmente, una angosciosa domanda. Quella che Max Horkheimer ha così formulato: « Chi indenizza le vittime di Hitler e di Stalin? » . Una domanda alla quale nessuna scienza o filosofia sa dare una risposta e che trova un soddisfacimento solo nel pensiero religioso, nelle sue idee di giustizia, giudizio, redenzione, immortalità. Ma solo quando non diventa teodicea, come in Leibniz, che considerava il mondo esistente, retto da una armonia prestabilita, come il migliore dei mondi possibili; o come in Hegel, per i quale non ci sono vincitori e vinti, ma solo vincitori, dato che la vittoria dei vincitori esalta anche i vinti e li assume come momenti necessari nel progresso fatale della Stor ia. Non è il ragionamento.

 Una sola speranza per i vinti: la disperazione ( « una salus victis, nullam sperare salutem » , Virgilio). Uccisi, fatti schiavi, assimilati, emarginati, dimenticati. È la legge del mondo: « o far torto o patirlo; una feroce forza il mondo possiede, e fa nomarsi dritto » ( Manzoni). Anche perché la storia la scrivono i vincitori. Guai ai vinti! Eppure c’è anche chi sta dalla loro parte: Marcello Veneziani intitola “ I vinti” un suo recente lavoro “ a rovescio”. Il sottotitolo (“ I perdenti della globalizzazione e loro elogio finale”) appare vero solo in parte, dato che il libro offre molto di più che una analisi socioeconomica: una pietas cristiana, che non nasce dal risentimento, come sospettava Nietzsche, ma dalla partecipazione caritativa al dolore altrui. Veneziani raggruppa i vinti in sette categorie, diversamente colorate: i bianchi, i cattolici tradizionalisti, come papa Wojtyla; i neri, i fascisti che volevano “ vincere, vincere, vincere”, ma furono sconfitti; i rossi, i comunisti, vinti da una diversa internazionale, quella del mercato; i marroni, sudici sudati sudisti del colore della terra, predestinati “ terroni”; i verdi, gli islamici che vogliono far vincere Allah, ma perdono tutto; i blu, tradizionalisti che non sanno darsi pace, dato che vince sempre il nuovo, mai il vecchio; i gialli, eroi singoli che non si adattano, lottano e vengono sconfitti. Che anche i vinti possano avere ragione e virtù, è cosa ovvia. Ma il pathosdi Veneziani va oltre: egli canta l’epicedio degli sconfitti della storia, dato che ognuno che prevale, anche quando sia nel giusto, non vince mai con la ragione, ma con la forza. Come ha scritto Simone Weil, lo spirito, altissimo e vero, è impotente: Lutero non vinse con la Bibbia, ma con le spade dei nobili e il soldi dei borghesi; la libertà e la fraternità della rivoluzione francese più che ideali erano ideologie della classe borghese, tanto che dell’eguaglianza non si trovò traccia; la pari opportunità non è giustizia, ma interessato livellamento a vantaggio del sesso “ inferiore”. La forza e la giustizia, diceva Pascal, non vanno quasi mai insieme. La generosa difesa che Veneziani fa dei vinti, con elegante uso di una vasta cultura storica e letteraria, meno esibita che allusa, prende subito il lettore per il cuore. Senza però impedirgli una riflessione critica sui fatti così efficacemente descritti: se non basta vincere per avere ragione, anche chi perde può essere nel torto. Non è il fatto che stabilisce il valore, sono il vero, il bello e il bene che consola, ma la fede, non la rivoluzione sociale, ma l’attesa di un salto qualitativo, dato che molti “ mala in mundo” possono essere eliminati, ma sempre rimarrà il “ malum mundi”, per la cui liberazione è possibile solo sperare e pregare. Come nel “ Padre nostro”: liberaci dal Male. E non sono pochi i vinti che pregano, a cominciare da Ermengarda, la cui “ provvida sventura” ristabilisce in favore dei vinti l’ordine violato dalla “ rea progenie degli oppressor”. La disgrazia spesso avvicina alla verità: « Anche i vinti una volta furono vincenti e perfino trionfanti, emagari provarono anche a spese degli altri il delirio di onnipotenza e l’insaziabile furia del vincitore. È la sconfitta a ridare loro autenticità, umanità e senso del limite. Niente suggerisce che se avessero vinto le cose sarebbero andate meglio: in alcuni casi, è vero esattamente il contrar io » . In quel “ teatro dello specchio” che è la tragedia, da Eschilo a Pirandello, il protagonista scopre la verità non quando vince, ma quando riconosce di essere un vinto. Solo allora, come Edipo, è nuovamente vicino a Dio, in quanto sa che il sapere nasce solo dalla sofferenza. « L’importante ( conclude Veneziani) non è vincere, ma è lo stile di vita tenuto durante il tragitto. La vittoria è un sovrappiù dal punto di vista etico, anche se è un proposito essenziale per chi combatte. Mala vittoria non migliora né peggiora la considerazione di chi ha combattuto, non è un riconoscimento del suo valore; perché nel risultato la capacità conta relativamente, rispetto alla forza e alla quantità dei mezzi mobilitati e delle alleanze, alla fortuna, alla situazione, al clima » . Marcello Veneziani “ I vinti” Mondador i Pag. 154, euro 15. (GIANFRANCO MORRA).

Tratto da Libero del 05/09/04.

 

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martedì, 05 ottobre 2004
 

For you...

Dal cd che mi hai regalato...

Hush - Deep Purple (South)

I got a certan little girl she's on my mind
No doubt about it she looks so fine
She's the best girl that I ever had
Sometimes she's gonna make me feel so bad
 
Hush, hush
I thought I heard her calling my name now
Hush, hush
She broke my heart but I love her just the same now
Hush, hush
Thought I heard her calling my name now
Hush, hush
I need her loving and I'm not to blame now
 
(Love, love)
They got it early in the morning
(Love, love)
They got it late in the evening
(Love, love)
Well, I want that, need it
(Love, love)
Oh, I gotta gotta have it
 
She's got loving like quicksand
Only took one touch of her hand
To blow my mind and I'm in so deep
That I can't eat and I can't sleep
 
Listen
Hush, hush
Thought I heard her calling my name now
Hush, hush
She broke my heart but I love her just the same now
Hush, hush
Thought I heard her calling my name now
Hush, hush
I need her loving and I'm not to blame now
 
(Love, love)
They got it early in the morning
(Love, love)
They got it late in the evening
(Love, love)
Well, I want that, need it
(Love, love)
Oh, I gotta gotta have it
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