| "Le radici profonde non gelano" |
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venerdì, 25 febbraio 2005 Forza, Padre!
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giovedì, 24 febbraio 2005 Il sinistro vizietto antisemita. Ci siamo di nuovo. Ancora una volta riemerge l'antisemitismo della sinistra italiana, antico vizio mai sopito che trae le sue origini dal comunismo. L'altro giorno è stato impedito all'Ambasciatore Israeliano in Italia Ehud Gol di prendere la parola in qualità di oratore ad un convegno presso l'Università di Firenze. Una banda di facinorosi no global, autonomi, comunistardi, autodefinitasi «Collettivo politico di Scienze Politiche» (alla faccia della cacofonia!), ha violentemente contestato la presenza del diplomatico al convegno intitolato «Prospettive di pace in MedioOriente» organizzato presso l'Ateneo gigliato. Non penso che occorra ricordare le origini filosofiche del pensiero antisemita marxista, o semplicemente le persecuzioni compiute dall'Urss e da altri stati comunisti in nome della lotta di classe contro gli ebrei. O, semplicemente, le posizioni antiisraeliane e filoarabe e fiklopalestinesi da sempre assunte dalla sinistra italiana. Certo è che fa un po' specie vedere questo branco di facinorosi che con violenza, all'interno di uno dei templi mondiali della cultura e del confronto del pensiero, impediscono al rappresentante dell'unico stato democratico del Mediooriente di intervenire ad un incontro di riflessione a cui è stato invitato in qualità di oratore. Magari quegli stessi scalmanati hanno manifestato più volte per la pace (parola tanto sputtanata...), avvolti nell'arcobaleno con il manifesto in mano per solidarietà con la compagna Sgrena... Ipocriti! Nel frattempo il Sindaco di Firenze non ha fatto mancare la sua solidarietà all'Ambasciatore Gol. E il Comune di Firenze, come tutte le amministrazioni di sinistra (e non solo), continua a foraggiare centri sociali ed altri ameni covi simili, frequentati da coloro che hanno per bandiera un arcobaleno e per sciarpa lo straccio di Arafat. Complimenti, compagno Dominici! Da una parte condanni questi violenti cialtroni e dall'altra li foraggi a spese dei cittadini! E poi li ospiti per le loro adunanze no global, come qualche estate fa... La sinistra ha sempre usato l'Olocausto e lo spettro dell'antisemitismo nazista come clava contro le destre. Ancor oggi, soprattutto in prossimità degli anniversari dei tragici fatti di sessant'anni fa, in nome dell'antifascismo militante, vengono rispolverati i vecchi arnesi abbandonati in soffitta e si grida alla destra fascista e razzista. Mentre la Destra italiana ha fatto un lungo cammino di revisione del passato, incominciato già ai tempi di Almirante che condannò le posizioni antisemite del Fascismo, la sinistra italiana (fatte salve le ricorrenze canoniche) nell'antisemitismo ci sguazza. Mentre il Ministro degli Esteri Fini e, in generale, il Governo Berlusconi ha dato prova di affidabilità e di lealtà allo Stato di Israele, cosa potrà accadere se, per sfiga, nel 2006 andasse al Governo Prodi, alleato anche con i compagni facinorosi di Firenze? Dal Correiere della Sera del 23 febbraio 2005: "All'università i professori chiamano la polizia. L’incontro va avanti/Firenze, «via l'ambasciatore d'Israele»/Ehud Gol contestato dagli studenti: «Sei un fascista», di Marco Imarisio. FIRENZE—«Provi a vedere se ne trova uno nel cestino della carta straccia. Li hanno strappati tutti». I cartelli che annunciano la lezione sul tema «Prospettive di pace in MedioOriente» in effetti sono dove dice la donna delle pulizie che sta spazzando l’atrio della facoltà di Giurisprudenza. Il timbro dell’ateneo di Firenze, «Lezione di S.E. l’Ambasciatore di Israele, che avrà luogo alle ore 12 nell’aula 1.18 (D6) del polo universitario di Novoli». Sui muri (e per terra, e sui banchi) adesso ci sono altri cartelli, i volantini del «Collettivo politico di Scienze Politiche ». Titolo: «L’ambasciator che porta pena». Contenuto: «È indegno che a parlare di prospettive di pace sia l’indesiderato ospite, portavoce di uno Stato che, in nome di una presunta democrazia, espropria di fatto la popolazione dei diritti fondamentali... Vogliamo quindi ribadire il nostro sdegno di fronte alla presenza di un tale personaggio nelle nostre aule...». Il loro sdegno lo hanno ribadito, su questo pochi dubbi. Alle 12.10, mentre l’ambasciatore Ehud Gol stava per prendere la parola, gli studenti di Scienze Politiche hanno srotolato una striscione («Vita, terra e libertà per il popolo palestinese»), e hanno urlato. «Sharon boia», «Israele fascista », «Assassini» eccetera. Così per venti minuti. Il professore ordinario di Storia delle Costituzioni moderne Stefano Mannoni, che organizzava l’incontro, ha deciso che la lezione si faceva lo stesso. Si è consultato con il rettore, e ha chiamato la questura. Lo sgombero è stato laborioso, con scontri verbali tra il preside di Giurisprudenza e gli ospiti («Fascista », «No, fascisti voi»). Sono arrivate le camionette del reparto mobile, c’erano i poliziotti in assetto antisommossa. Cinque ore dopo, l’ambasciatore Gol è ancora furibondo. «Ridicoli, ridicoli», dice. «E pensare che ero felice. Dall’inizio dei nuovi negoziati, era la prima volta che parlavo ai giovani. Ho sentito l’odio di questi ragazzi nei confronti dello Stato che rappresento. Un odio totale e ignorante. Ma li leggono i giornali?». Gol dice che è la seconda volta. Quattro mesi fa a un suo collaboratore era stato impedito di parlare all’università di Pisa. C’era di mezzo sempre un altro collettivo, che spiegò come «l’oppressore» fosse stato «respinto a calci nel culo». Ragazzi, forse era meglio se vi veniva un’altra idea. «Dici? Guarda che le vittime siamo noi. La polizia ci ha prelevato di peso». Sono una trentina in tutto. Il più grande ha 24 anni, diciannove la più giovane. Il Collettivo esiste dal 1976. La sede è al pianterreno, nel palazzo accanto a quello di Giurisprudenza. Una stanza lunga e stretta. Ai muri ci sono i poster di ordinanza, «Guatemala resiste», «Solidaridad obrera», «Contro gli imperialismi ». Qualche scritta a pennarello: «Chavez no se ne va», «Antifascismo militante, parole poche, mazzate tante». Si finanziano con le feste organizzate in facoltà, quella del 12 ottobre scorso ha lasciato strascichi. Il rettore non ha gradito lo stato di viali e corridoi amusica finita. Organizzano convegni, il prossimo è con l’economista Walden Bello. Jacopo e Giovanni, uno fiorentino, l’altro sardo di Nuoro: «Non accettiamo lezioni di democrazia, perché quell'uomo non rappresenta uno Stato democratico». Sono sinceramente stupiti quando apprendono che la loro trovata ha scatenato altri sdegni, come quello del presidente della Camera Casini («Indegno episodio di violenza e sopraffazione»). Dice una ragazza: «Quella lezione non aveva contraddittorio, era antidemocratica». Alla facoltà di giurisprudenza fanno notare che è in programma anche un incontro con un delegato palestinese, bastava aspettare. «Se verrà, lo faremo parlare ». Ecco, magari il problema è questo. «Quale?». Non vi sembra sbagliato impedire a una persona di esprimere le sue opinioni? Jacopo dice: «Il suo diritto alla parola non esiste, perché lui appartiene a uno Stato che non assicura neppure il diritto alla vita». Alla fine Gol ha parlato per mezz’ora, rispondendo alle domande anche dure degli studenti rimasti in aula. Quelli del Collettivo si sono trovati nel pomeriggio, hanno discusso un comunicato per rivendicare l’iniziativa, giudicata «un successo»."
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mercoledì, 23 febbraio 2005 Per te So Sexual - Sisqo It’s giving me a chill every time I think posted by V. |
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mercoledì, 16 febbraio 2005 L'Unione ha deciso! Forse...
(ANSA)-ROMA, 14 FEB- I senatori dell'Udeur ribadiscono il loro si' al decreto sul rifinanziamento della missione in Iraq, annuncia il capogruppo Mauro Fabris.'Ci aspettavamo un ripensamento che non c'e' stato -dice Fabris- ma votiamo si' alla luce di risultati importanti:l'impatto delle elezioni e l'avvio di un diverso rapporto con gli Usa'. L'Italia dei Valori rispettera' invece la decisione degli alleati ma chiede alla Gad una propria mozione per il rilancio del ruolo Onu da approvare prima del rifinanziamento. (ANSA) - ROMA, 15 FEB - Per Romano Prodi, il voto dell'Unione sulla proroga della missione italiana in Iraq puo' cambiare solo se il governo cambia il mandato. La dichiarazione da Parigi alla radio di Repubblica.it. 'La gente non capirebbe - ha detto-'se noi fossimo improvvisamente per il mantenimento delle truppe. Se il mandato cambia, se il governo cambia, se cambia tutto, allora cambiamo anche noi. Altrimenti non trovo ragione di farlo'. Intanto il padre di Giuliana Sgrena lancia un appello: 'dateci notizie'. (ANSA) - ROMA, 15 FEB - Franco Marini replica all'intervista di D'Alema a Repubblica sulla missione in Iraq: 'Non condivido che il nostro no e' di principio'. 'L'interesse del nostro Paese - continua Marini da Radio Radicale - e' aiutare oggi la stabilizzazione democratica dell'Iraq'. Replica a D'Alema anche il coordinatore di FI Bondi, criticandone i 'sofismi' usati 'per dimostrare l'indimostrabile: che il no al rifinanziamento della missione di pace non significhi un voto per il ritiro della missione'. (ANSA) - ROMA, 15 FEB - Franco Marini ha presentato ai parlamentari della Fed un odg in favore dell'astensione in Aula sul rifinanziamento della missione in Iraq. Cio' e' avvenuto nonostante la richiesta di non presentare documenti differenti da quello deciso dal vertice dell'Ulivo. ''Come si fa a dire - ha osservato Marini nel suo intervento - che non c'e' stata la svolta?''. (ANSA)-ROMA,15 FEB-La Fed 'chiede al governo di accogliere le proposte avanzate e qualora non dovesse accoglierle vota no al rifinanziamento' della missione in Iraq.Il documento presentato dai capigruppo chiede al governo di promuovere 'un'iniziativa politica e diplomatica, con la convocazione di una riunione del Consiglio Europeo' e 'una proposta unitaria al Consiglio di Sicurezza dell'Onu con strategie per il consolidamento della democrazia in Iraq. Il documento e' stato approvato con 32 voti. (ANSA) - ROMA, 16 FEB - 'Oggi tutto lo schieramento del centrosinistra votera' no'' al decreto che rifinanzia la missione in Iraq, dice Fassino. Sulla posizione di Rutelli e Marini, che si sono pronunciati ieri in assemblea a favore dell'astensione, il leader Ds ha detto che i due esponenti 'sono persone leali e che lo saranno anche oggi'. posted by Masterofpuppets |
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martedì, 15 febbraio 2005 Gli infoibatori? Pensionati dell'Inps! Nei giorni scorsi vi ho raccontato del dramma delle Foibe e dell'Esodo degli Italiani dell'Istria, della Dalmazia, della Venezia Giulia e di Fiume d'Italia. Oggi riporto un articolo di Fausto Biloslavo, pubblicato da "Il Giornale" Lunedì 28 agosto 2000, intitolato "Vitalizio garantito anche per i giustizieri delle foibe". Probabilmente, leggendo queste righe, troveretenuove ragioni per provare sdegno e rabbia per il comportamento tenuto dalle autorità italiane riguardo a questa drammatica pagina di Storia patria. Al tempo in cui fu pubblicato quest'articolo era anche cominciata un'inchiesta per appurare come mai l'Italia non solo non ha mai perseguitato giuridicamente questi criminali, ma ha addirittura concesso loro dei vitalizi. Con tanto di reversibilità al 100%! Per una volta è il caso di dirlo: tagliate quelle pensioni!!!
Nerigo Gobbo, nel maggio-giugno 1945 responsabile di Villa Segré a Trieste, luogo di tortura delle milizie titine “Ogni anno l'Inps paga 200 miliardi agli assistiti che abitano nell'ex Jugoslavia. Criminali di guerra compresi.Sono stati artefici di deportazioni, rastrellamenti e stragi. Tutti con diritto alla minima. Grazie a loro migliaia di italiani sono stati trucidati o costretti all'esodo. L'Inps eroga 29.149 pensioni nell'ex Jugoslavia spendendo circa 200 miliardi l'anno. Fra questi vecchietti che hanno diritto alla «minima» si annidano alcuni responsabili della pulizia etnica perpetrata dai partigiani del maresciallo Tito contro gli italiani alla fine della seconda guerra mondiale. Crimini di guerra che hanno fatto sparire per sempre, nelle cavità carsiche chiamate foibe, migliaia di persone e provocato un esodo di 35Omila istriani, fiumani e dalmati. Una tragedia che ha segnato la storia del nostro Paese. Fino a oggi abbiamo sborsato oltre 5mila miliardi e non sono servite denunce, interrogazioni parlamentari e inchieste della magistratura a bloccare questa vergogna. Il Giornale pubblica i nomi di alcuni degli infoibatori che risultano essere pensionati dell'Inps. Il torturatore di Tito. Nerigo Gobbo, 79 anni, residente in Slovenia, nel maggio-giugno 1945 è stato responsabile di Villa Segrè a Trieste, luogo di tortura delle milizie titine. Diverse le testimonianze a suo carico: una denuncia alle autorità alleate, riportata negli atti del Comitato di Liberazione nazionale dell'Istria, una sentenza della Corte di assise di Trieste della condanna in contumacia a 26 anni di reclusione. I testimoni hanno raccontato così le atrocità da lui commesse: «Dopo qualche giorno tutta la squadra si trasferiva a Villa Segrè assumendo il nome di squadra volante (...) e passava alle dirette dipendenze del commissario del popolo "Gino" di nome Nerigo Gobbo. (...) Come risultò dalle deposizioni dei testi tutti i detenuti venivano bastonati e seviziati, taluni costretti a bastonarsi a vicenda e persino a mettere la testa nel secchio delle feci, scrivevano i giudici che subito dopo la guerra condannarono Gobbo in contumacia a 26 anni di reclusione. Gobbo gode della pensione Inps VOS 50306726: il comandante «Gino» ha diritto a incassare dalla sede Inps di Trieste 532.500 lire di pensione per tredici mensilità. La sua domanda presentata nell'80 è stata accolta sette anni più tardi e l'Inps gli ha versato circa trenta milioni di arretrati. Il comandante del lager. Ottantatreenne, forse deceduto, ultimo domicilio conosciuto in Croazia: è Ciro Raner, comandante nel 1945-46 del lager di Borovnica vicino a Lubiana. Secondo il racconto di un sopravvissuto, le deposizioni scritte degli ex deportati e un documento del ministero degli Affari esteri, Raner è stato uno degli infoibatori più truci: «Eravamo in fila con una scodellina per avere un mestolo di acqua sporca e patate (...) quello davanti a me cercò per fame di raschiare il fondo della pentola. Subito la guardia partigiana lo colpì con una fucilata trapassandogli il torace. Arrivò il Raner, che dopo aver preso la mira diede il colpo di grazia al ferito sparandogli alla nuca», racconta Giovanni Predonzani sopravvissuto a Borovnica e ancora in vita a Trieste. Gode (il Raner)della pensione Inps VOS 50557306: dopo aver ottenuto cinquanta milioni di lire di arretrati, ha diritto dal 1987 a una pensione a carico della sede Inps di Trieste che ammonta a 569.750 lire per tredici mensilità. (N.d.M.ofP.: questo boia ha un conto in sospeso con la mia famiglia!!!). Boro, lo sterminatore. Abita in Slovenia, Franc Pregelj, 81 anni: commissario politico del IX Corpus del maresciallo Tito a Gorizia, è stato indicato come boia dai familiari delle vittime e da un documento del Pci. Dal primo maggio al 9 giugno 1945, il comandante « Boro», alias Franc Pregelj, era il commissario politico del IX Corpus dell'esercito partigiano iugoslavo che aveva occupato Gorizia. Dei 900 italiani deportati dal capoluogo isontino 665 non fecero ritorno a casa. Fra gli scomparsi anche Licurgo Olivi e Augusto Sverzutti, tutti e due esponenti del Comitato di liberazione. Riceve la pensione VOS 50587846: ha diritto a 569.650 lire di pensione dalla sede Inps di Gorizia, dopo aver incassato 45 milioni circa di arretrati. Il feroce capobanda. Giuseppe Osgnac, detto «Josko», 79 anni, residente in Slovenia, era comandante militare della sanguinaria banda partigiana «Beneska Ceta». Deposizioni al processo contro la «Beneska Ceta» e testimonianze varie racontano che «Josko» era un ex sergente dell'esercito italiano. «Nel gennaio 1945 vennero nella mia casa due partigiani slavi (della banda "Beneska Ceta", ndr) a chiedere di Giuseppe il mio ragazzo per arruolarlo (...) mio figlio (...) spiccò la rincorsa e via a gambe levate verso la campagna. Ma non fece che pochi metri. Gli altri imbracciarono il mitra e si misero a sparare. Mio figlio ruzzolò per terra e non si mosse più...», raccontava nel febbraio del 1959 Antonio Floreancig, durante un'udienza del processo a Osgnac e compagni. Ha diritto alla pensione Inps VOS 50542566: il comandante «Josko» ha diritto di ricevere dall'Inps di Gorizia 569.750 lire per tredici mensiità. Gli arretrati ammontavano a circa 30 milioni. Il rastrellatore di italiani. Deportatore del IX Corpus iugoslavo, 74 anni, residente in Slovenia, Giorgio Sfiligoj è stato accusato da un esposto alla Procura di Gorizia del commissariato di pubblica sicurezza di Cormons. «Sergio» era il nome di battaglia di Sfihigoj, che dal 1944 al 1945 fu utilizzato come «rastrellatore» di italiani dal IX Corpus del maresciallo Tito. La sua pensione Inps è la VOS 50570386: Sfiligoj ha diritto di ricevere dalla sede Inps cli Gorizia 571.850 lire di pensione per tredici mensilità, dopo aver incassato una ventina di milioni di arretrati. «Giacca» esplosiva. Deceduto nel 1999, Mario Toffanin, che abitava in Slovenia, era comandante militare dei «Gap» (Gruppi armati partigiani) nell'alto Friuli e nella provincia di Gorizia. La sua storia è negli archivi del IX Corpus di Tito: Toffanin, nome di battaglia «Giacca », è il responsabile della strage della malga Porzus sui monti friulani. Fra l'8 e il 13 febbraio del 1945 massacrò con i suoi uomini, tutti partigiani garibaldini «rossi», 22 combattenti della Resistenza della brigata «Osoppo», che si opponeva all'annessione alla Jugoslavia della Venezia Giulia. Nel 1957 Toffanin fu condannato all'ergastolo per l'eccidio di Porzus, ma si nascose prima in Jugoslavia e poi in Cecoslovacchia. Nel 1978 venne graziato dal presidente Pertini. La pensione Inps era la VOS 04908917: nonostante le sanguinose azioni anti-italiane, ha ricevuto 672.270 lire di pensione dall'Inps fino alla morte.” Per saperne di più e conoscere anche altri "pensionati d'oro" visitate questa pagina. posted by Masterofpuppets |
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lunedì, 14 febbraio 2005 Dresda 1945, l'inutile mattanza. Fra il 13 e il 14 febbraio di sessant'anni fa venne letteralmente spazzata via dai bombardamenti degli Alleati la città tedesca di Dresda, capitale della Sassonia, nota come la "Firenze del Nord". Riporto di seguito un saggio di Paolo Deotto su questo tema. Dresda può essere considerata la Hiroshima della Germania, l'inutile sacrificio di migliaia di vite (per lo più profughi provenienti dalle terre orientali) annientate senza alcun vero motivo. Il ricordo di queste tragedie deve poter riemergere se vogliamo veramente poter esprimere con il dovuto equilibrio un giudizio sul nostro passato. "Amburgo, ore 0.55 del 28 luglio 1943. "... Fu l'inizio di un nuovo attacco aereo. Il fosforo dilagò sull'asfalto. Bombe a benzina alzavano nell'aria fontane di fuoco alte venti metri. Fosforo già incendiato si riversò sulle rovine come un violento acquazzone. Sibilava e turbinava come un ciclone. Bombe più grosse e potenti sollevarono letteralmente in aria intere case.... Le persone uscivano urlanti dalle rovine. Torce viventi vacillavano e cadevano, si rialzavano e correvano sempre più in fretta... Alcuni bruciavano con fiamme biancastre, altri avvolti da fiamme di un rosso acceso. Alcuni si consumavano lentamente in una incandescenza giallo - blu, altri morivano in modo rapido e pietoso. Ma altri ancora correvano in circolo, o si agitavano a gambe all'aria, sbattendo la testa avanti e indietro e contorcendosi come serpi prima di ridursi a piccoli fantocci carbonizzati. Si muovevano, quindi erano ancora vivi... Il sergente, sempre così calmo, perse per la prima volta il controllo da quando lo conoscevamo. Proruppe in un acuto grido: 'Fateli fuori, per Dio, accoppateli'... Sembra brutale. Era brutale. Ma meglio una morte rapida, data con un colpo di pistola, che una lenta, mostruosa agonia. Nessuno di loro aveva la minima possibilità di salvezza"
Per parlarvi di Dresda e del suo martirio abbiamo preferito parlarvi prima di Amburgo, perché fu in questa città che, come vedremo, per la prima volta si sviluppò una tecnica distruttiva che prese il nome di Feuersturm , tempesta di fuoco. Ad Amburgo successe per caso, un caso che fu studiato e analizzato, per essere poi applicato scientificamente sulla città di Dresda. E abbiamo voluto aprire il nostro studio con le parole di Sven Hassel, soldato di un reggimento corazzato di disciplina, che combatté su quasi tutti i fronti in cui fu impegnata la Germania e lasciò, coi suoi libri, una testimonianza impressionante. I libri di Sven Hassel furono definiti, anni fa, da un critico, libri di "bassa macelleria". E' verissimo, ma altro non potevano essere, dati gli argomenti. Dresda era, in assoluto, la più bella e romantica città della Germania, e una delle più belle e romantiche d'Europa. Aveva scorci di grande suggestione, palazzi barocchi e rococò, piccole case di legno e mattoni fulvi che risalivano al medioevo gotico, vicoli punteggiati di taverne e birrerie senza tempo. Priva di industrie primarie, Dresda viveva una vita culturale intensa e cosmopolita. Apparteneva al mondo, non solo alla Germania, e tanto meno alla Germania nazista. Dobbiamo perciò cercare di capire perché una città che era considerata un vero gioiello, che non aveva impianti industriale essenziali per la produzione bellica, che non rivestiva alcuna importanza sotto l'aspetto strategico, conobbe il più crudele attacco aereo di tutta la Seconda Guerra mondiale, effettuato oltretutto quando la sua popolazione, di circa 630.000 abitanti, era raddoppiata per la grande affluenza di profughi che provenivano dalla Slesia, dalla Pomerania Orientale e dalla Prussia, incalzati dall'Armata Rossa. Ma prima di fare ciò, cerchiamo di chiarire in cosa consista il fenomeno fisico, di spaventosi effetti distruttivi, che passò alla Storia con il nome di "tempesta di fuoco". Dobbiamo tornare ad Amburgo, la città che ebbe l'indesiderabile onore di sperimentare per prima questo fenomeno. La grande quantità di bombe incendiarie sganciate su un'area relativamente limitata e ricca di fabbricati addensati e infiammabili e la mancanza di vento naturale sulla zona, portarono alla formazione di una corrente ascensionale di aria calda di inaudita potenza e temperatura. L'aria surriscaldata, a temperature dai 600 fino a 1.000 gradi, saliva verso il cielo e l'aria fredda circostante si precipitava a colmare il vuoto lasciato a livello del suolo, surriscaldandosi a sua volta. Il fenomeno si esaurì in tre ore, durante le quali si generarono venti diretti verso il centro dell'immane fornace a velocità fino a 300 km/ora. Chi veniva ghermito da questo vento non poteva opporre alcuna resistenza, ed era scaraventato al centro della zona incendiata, a temperature che volatilizzavano tutto. "Le decina di migliaia di incendi si fusero in una sola gigantesca fiammata; dalla periferia un vento artificiale, sempre più violento, puntò verso il centro, infuocandosi e raggiungendo una velocità di 300 chilometri all'ora; chi si trovava all'aperto, sparì trascinato nel cielo; a terra, intanto, tutto bruciava con tale violenza che venne meno l'ossigeno necessario alla respirazione" Dove il soffio rovente era solo di 300-400 gradi furono ritrovati poi cadaveri carbonizzati ridotti a circa un metro di lunghezza. Via via che ci si allontanava dall'inferno la temperatura scendeva sui cento gradi e il vento non era più in grado di trascinare. Ma il calore eccessivo bruciava le vie respiratorie, uccidendo per soffocamento chi non era già morto nei rifugi per la mancanza di ossigeno causata dagli incendi. Infine, ci furono coloro che furono colpiti direttamente dagli schizzi del fosforo delle bombe incendiarie: pattuglie di soldati e poliziotti non poterono far altro che abbattere questi infelici per limitarne le sofferenze, come leggevamo in apertura, nell'impressionante testimonianza di Sven Hassel. Le bombe incendiarie potevano essere caricate a benzina, oppure a termite, un composto di ossido di ferro e alluminio granulare, in grado di sviluppare un calore che fonde il ferro, o infine di fosforo o di fosgene. Torniamo ora nel 1945; era il settimo anno in cui l'Europa era in guerra. Il mostro nazista era ormai vacillante, e leggevamo sopra la profezia del ministro tedesco Speer, che escludeva qualsiasi possibilità di vittoria e si limitava a calcolare il tempo che restava alla Germania prima di soccombere. Nel giugno dell'anno precedente la più grande operazione militare della Storia aveva visto gli alleati prender terra in Normandia e da lì iniziare a smantellare le resistenze della fortezza Europa. Da Est intanto le armate sovietiche andavano guadagnando terreno ed erano a soli centosessanta chilometri dal centro della Germania. Questo soprattutto terrorizzava le popolazioni tedesche, consce dei sentimenti dei russi che avevano sperimentato i comportamenti delle SS in territorio sovietico ed ora avanzavano in territorio tedesco con una sinistra scritta in cirillico sui carri armati: Vendetta! In questo quadro di sfacelo generale la Germania mostrava però ancora doti di resistenza incredibile. Nel gennaio 1945 Goring riuscì ancora ad organizzare l'operazione Grande Colpo, che distrusse 196 aerei anglo-americani e ne danneggiò circa 400. bombardando campi di aviazione ormai stabilmente occupati dalla RAF e dall' USAAF in Francia, Belgio e Olanda. All'operazione parteciparono 800 aerei tedeschi, caccia Messerschmitt 109 e Focke Wulf 190, oltre a qualche caccia a reazione. Erano canti del cigno, come un canto del cigno fu anche la controffensiva terrestre condotta dal generale von Rundstedt. Ma erano comunque fatti d'armi che davano la sensazione agli alleati di una guerra senza fine, dal finale scontato, ma che rischiava di essere ancora troppo lontano. In questo clima Dresda viveva in una specie di limbo. Non era mai stata toccata seriamente dalla guerra, sia per la posizione geografica sia perché non aveva né industrie né impianti militari rilevanti. Un solo bombardamento, nell'ottobre dell'anno precedente, aveva causato poco più di 400 morti, una cifra quasi irrisoria nella tragica contabilità bellica. Dopo la prima fase delle incursioni vengono organizzate altre operazioni per colpire le fabbriche di carburanti sintetici e le reti di trasporti. Gli obbiettivi principali del gennaio 1945 furono le raffinerie di Dortmund, il centro ferroviario di Vohwinkel, le industrie di Norimberga e Hannover. La resistenza della Germania, che aveva dell'incredibile, unita alla lunghissima durata della guerra, aveva di certo ormai portato ad una nausea psicologica anche i militari e i politici più ligi alle regole minime da rispettare anche in guerra. Ogni atto poteva essere buono per abbreviare la guerra, anche di un solo giorno. Crediamo sia legittimo affermare che lunghi anni a contatto continuo con morte e distruzione possano offuscare anche le menti più lucide. E infatti fin dall'estate dell'anno precedente RAF e USAAF avevano elaborato il piano Thunderclap (colpo di tuono), il cui scopo dichiarato era quello di portare il massimo del caos in Germania, con bombardamenti indiscriminati sulle città, in particolare approfittando dei problemi che già avevano le autorità tedesche per controllare le fiumane di profughi da Est, creando nuovi e irresolubili problemi di approvvigionamento e di ordine pubblico. A questa visione distruttiva, sulla quale senza dubbio giocava il desiderio ormai incontrollabile di farla finita, si aggiungeva un'esigenza di cinica politica di potenza tra alleati. Inglesi e americani erano uniti in una innaturale alleanza con i sovietici, e la diffidenza reciproca si palesava sempre di più, ora che l'Armata Rossa avanzava sul territorio del Reich. I Russi dovevano vedere, bene e senza equivoci, quale fosse la potenza militare occidentale: quello che oggi poteva toccare a Berlino o a Dresda, domani poteva toccare a Mosca. Del resto i sovietici avevano già manifestato la loro contrarietà agli attacchi aerei su quelle zone della Germania che consideravano un loro territorio di caccia, e che sarebbero infatti, dopo la guerra, divenute la Repubblica Democratica Tedesca. In questo dialogo insensato tra nemici che erano alleati solo perché c'era un nemico comune da distruggere, i cittadini di Dresda avrebbero presto pagato un conto che non era di loro competenza, vittime di cinismo e di quella malattia, lo ribadiamo, che aveva preso ormai gli alleati, anch'essi contagiati, al pari dei tedeschi, da una troppo lunga consuetudine con la morte e la distruzione. Ma non era un eccesso di zelo. Due soli minuti dopo il cielo incominciava ad affollarsi: i primi quadrimotori Lancaster dell'83° squadriglia inglese lasciavano cadere grappoli di bengala che illuminavano a giorno la città, poi seguirono pochi Mosquitos, agili cacciabombardieri il cui compito era quello di individuare con bombe segnaletiche rosse l'epicentro del bombardamento, lo stadio sportivo. I Mosquitos fecero egregiamente il loro compito: nel centro esatto dello stadio si levava ora una luminosissima colonna rossa. I bombardieri avevano il loro bersaglio. Dalle 22.13 alle 22.30 i Lancaster scaricano sulla città le terribili bombe dirompenti da 1.800 e 3.600 libbre. Poi si allontanano in direzione di Strasburgo, volando bassi per sfuggire ai radar tedeschi. I soccorsi iniziano ad affluire dalle città vicine, mentre gli abitanti escono lentamente dai rifugi. Erano quello che attendevano gli alleati: far uscire la gente, far arrivare i soccorsi, e tornare a colpire. Ore 1.28 del 14 febbraio. La seconda ondata arriva, indisturbata come la prima. Altri 529 Lancaster portano nelle stive 650.000 bombe: per lo più sono tutti ordigni incendiari. E' l'inizio dell'inferno. Bombardando a destra e a sinistra delle zone già colpite dal primo attacco gli inglesi riescono a provocare la tempesta di fuoco. Dalle case già sventrate dalle bombe dirompenti viene aspirato ogni oggetto e ogni persona che si trovi nel primo chilometro dall'immane incendio. Si ripete Amburgo, ma questa volta scientificamente e con effetti enormemente superiori. Il vento a 300 km/ora trascina nella fornace ogni cosa, persona, animale. Persino vagoni ferroviari, distanti più di tre chilometri, vengono rovesciati. Il pilota di un Lancaster rimasto indietro racconterà: "C'era un mare di fuoco che secondo i miei calcoli copriva almeno un centinaio di chilometri quadrati. Il calore era tale che si sentiva fin nella carlinga; eravamo come soggiogati di fronte al terrificante incendio, pensando all'orrore che c'era là sotto... " Chi non ha il coraggio di uscire dai rifugi dopo il primo attacco, non per questo si salva. Molti faranno la fine dei topi, soffocati nei rifugi, privi di ossigeno, divorato dall'immane rogo. Il bagliore della colonna di fuoco di Dresda era visibile a oltre trecento chilometri. In totale su Dresda erano state sganciate 2.702 tonnellate di bombe. Un quantitativo non enorme, se confrontato con quello lanciato su altre città tedesche. Ma la preferenza data alle bombe incendiarie, che rappresentarono circa il 70% degli ordigni lanciati, causò la più spaventosa tragedia della guerra: i morti accertati furono 135.000, ma il conto più accreditato fa salire a circa 200.000 il numero delle vittime. Bisogna tener conto del fatto che non era possibile alcuna opera di identificazione per le vittime di molti rifugi antiaerei che, per ragioni igieniche, vennero spianati con le ruspe e ricoperti di calce e cemento, così come non fu possibile accertare il numero preciso delle vittime aspirate dalla tempesta di fuoco nella zona centrale dell'incendio, perché di loro non restò assolutamente nulla. Nella zona intermedia, dove la temperatura aveva raggiunto i livelli da forno (200 - 300 gradi) molti corpi si erano fusi con l'asfalto delle strade. Dresda era anche sovrappopolata per il grande afflusso di profughi, moltissimi dei quali non ancora censiti. Gli incendi proseguirono per altri cinque giorni, poi si spensero da soli. Non esisteva la possibilità di fare alcuna opera di spegnimento, essendo distrutte le reti idriche e quelle elettriche. Con la follia nazista il mondo conobbe senza dubbio le mostruosità più atroci, e tutt'oggi ci interroghiamo per capire, se mai lo capiremo, fino a quali abissi può arrivare l'uomo. venerdì, 11 febbraio 2005 "E rimasero muti i leoni di San Marco" Riporto di seguito il discorso pronunciato dall'on. Roberto Menia, primo firmatario della proposta di legge sull'istituzione della giornata del Ricordo, nell'aula di Montecitorio in occasione del 50° anniversario della firma del trattato di pace (Seduta n. 147 del 11.2.97). Il potere evocativo di queste parole è notevole. E quanto fatto da Roberto, che vede in questi giorni il suo giusto coronamento, merita questa citazione.
Montona, un leone di San Marco "Signor Presidente, onorevoli deputati, ci sono pagine, nella storia dei popoli e degli uomini, che grondano di dolore e di ingiustizia. Cinquant'anni fa con quel trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 si scrisse una di quelle pagine. Essa segnò la tragedia degli italiani di Trieste, che visse un lungo dopoguerra terminato solo il 26 ottobre 1954; la tragedia degli italiani dell'Istria, del Quarnaro e della Dalmazia; la tragedia di un esodo incompreso, che fu scelta di dignità e di amore per la libertà e per la propria patria; la tragedia di un esodo che disperse 350 mila uomini e donne in ogni angolo d'Italia e del mondo; la tragedia di migliaia di famiglie abbandonate a se stesse, in balia del terrore che si respirava nell'Istria insanguinata dalle foibe, come a Fiume, come a Zara, quelle foibe che il vescovo Santin, arcivescovo di Trieste e Capodistria, definì calvari con il vertice sprofondato nelle viscere della terra. Ventimila furono i morti senza croce: si spopolarono, d'un tratto, paesi e città, lidi e campagne. Quasi tutti se ne andarono, lasciarono le case, i propri morti, serrando il pianto in gola, stringendo nella mano un pugno della rossa terra istriana. Portarono via le povere cose, qualche ricordo, un'insegna, una fotografia, un vecchio quadro, una bandiera. Il bel dialetto veneto, la dolce lingua del sì, non si sentirono quasi più cantare e rimasero muti i leoni di San Marco, le pietre degli archi e delle arene, i cento e cento campanili. Chi vi parla non c'era a quel tempo, non ero neanche nato. Eppure non sapete come penetri nell'anima di chi, come me, è figlio di uno di quei 350 mila il dolore dell'esule e come si senta il legame profondo con una terra che non hai mai calcato ma che ti chiama e ti parla ancora, anche se la vedi oltre il mare ed oltre un confine. Vorrei che questo mio ricordo rimanesse fuori dalle vecchie divisioni, dalle passioni e dai rancori per essere condiviso da ognuno di voi. Una cosa chiede la mia gente, la gente dell'esilio, che sia riconosciuto il valore di quell'esodo dei giuliano-dalmati, che fu un grande plebiscito di italianità e di libertà; che questa pagina di storia diventi davvero patrimonio della coscienza di tutti gli italiani, squarciando il velo, la congiura del silenzio di questi cinquant'anni. Il mio appello a voi, deputati della Repubblica, che uno ad uno e tutti assieme rappresentate la nazione italiana, è un appello alla riconquista e al recupero della memoria storica, perché una nazione senza memoria è una nazione senza futuro. La nostra nazione nella ininterrotta continuità storica del suo divenire ha scritto duemila anni di storia su quella sponda orientale dell'Adriatico e noi dobbiamo oggi e per il futuro alimentare ancora, per quanto ci è possibile, quella fiammella di italianità che, nonostante tutto, arde tuttora in queste terre. Lasciatemi allora per un attimo volare idealmente oltre la terra ed oltre il mare e ricordare quell'altare di Perasto, dove duecento anni fa, era il 1797, all'indomani della pace di Campoformido fu ammainato il gonfalone della Serenissima Repubblica di Venezia e fu sepolto sotto l'altare di Perasto tra la folla che piangeva mentre l'ultimo capitano di Venezia, il capitano Viscovic, pronunciava quelle parole che sono rimaste l'orgoglio e il giuramento dei dalmati: «ti con nu e nu con ti», che forse molti di voi nemmeno sanno è ancora fregiato sulla ammiraglia della nostra marina militare. Penso a quelle isole di Dalmazia, ad Arbe del Santo Marino, a Curzola di Marco Polo e del Milione, a Spalato del palazzo di Diocleziano, a Spalato del nobile Baiamonti, la Spalato di Francesco Rismondo, a Traù, quella piccola Venezia con i suoi leoni, a Sebenico di Niccolò Tommaseo, che scrisse il primo Dizionario della lingua italiana , a Zara che fu Iadea, la bizantina Diadora, perla di italianità e di venezianità; parlo di Cherso e di Lussino, di Veglia dove comparve il primo leone di San Marco, nel 1250; di Fiume, la romana Tarsatica, dove correva il limes Italicus della decima regio - Venetia et Histria; penso a Fiume l'olocausta, penso ad Abbazia, perla del Quarnaro, penso a Pola che fu Pietas Iulia, a quella sua arena, a Rovigno, che fu Rubinium, a Parenzo, Iulia Parentium, a Pisino della grande foiba, del castello dei Montecuccoli, a Pisino di Fabio Filzi, impiccato a Trento nel castello del Buon Consiglio assieme a Cesare Battisti, penso a Montona, penso a Buie da cui veniva la mia famiglia, ad Umago, a Isola, a Pirano, a Capodistria, che fu a Giustinopoli, e con questo concludo il mio intervento. Penso a Capodistria e lasciatemi finire con le parole del più grande figlio di Capodistria, quel Nazario Sauro che la notte del 10 agosto del 1916, prima di essere impiccato, lasciò parole nobilissime a suo figlio maggiore, che sono le parole che restano come giuramento degli istriani e dei figli degli istriani, e dei figli dei figli dei figli che verranno. Scrisse al figlio Nino: «E tu giura, o Nino, e fallo giurare ai tuoi fratelli quando avranno l'età per comprendere, che sarete sempre e dovunque prima di tutto italiani» (Applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale, di forza Italia, dei popolari e democratici-l'Ulivo e di rinnovamento italiano - Molte congratulazioni)." posted by Masterofpuppets |
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giovedì, 10 febbraio 2005 Per non dimenticarli mai più.
. . . . . . . . "Nessuno restituià la vita a quelle voci, nessuno ripagherà con un pezzo di terra italiana, istriana, fiumana o dalmata i nostri fratelli che furono sotterrati vivi dai partigiani del Maresciallo Tito" Oggi si celebra per la prima volta la "Giornata del ricordo", in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale. Il nostro pensiero va quindi ai Martiri delle Foibe, alle vittime innocenti dell'odio etnico ideologico che si scatenò alla fine dell'ultima guerra mondiale sul nostro confine orientale. Fu una vicenda a lungo volutamente dimenticata. Oggi, chi più o meno colpevolmente contribuì per mortivi ideologici a passare sotto silenzio quelle tragiche vicende, accusa in modo ipocrita e vile la Destra di strumentalizzare la memoria di quei fatti storici. Ma quale strumentalizzazione può essere più grande dell’oblio voluto? Per sessant’anni si negò o addirittura si giustificò la mattanza del confine orientale. Mentre si negava la cittadinanza politica alla Destra agitando come una clava il fantasma dell’Olocausto. Queste sono le vere strumentalizzazioni, quelle di chi si finge democratico e buono ricordando le vittime della Germania Nazista e giustifica gli equivalenti crimini compiuti in nome del comunismo e dell’odio nazionalista da parte dei partigiani di Tito.
La Foiba di Basovizza Questo, invece, dovrebbe essere il momento delle scuse. Le autorità slovene e croate, che non perdono occasione ancor oggi di vantare l’eredità del regime di Tito, dovrebbero porgere le proprie scuse all’Italia e soprattutto ai parenti delle vittime. Lo stesso dovrebbero farlo anche le potenze alleate vincitrici della guerra, prima fra tutte l’Inghilterra, che ebbe un ruolo decisivo decidendo di aiutare il comunista Tito e abbandonando i partigiani cetnici, lealisti nei confronti della corona iugoslava, al massacro; e scatenando così la guerra etnica.
Tito, il Maresciallo assassino, con il suo "sponsor" Churchill Le Sinistra italiane, con molte contraddizioni, stanno iniziando ad affrontare un cammino di revisione delle proprie posizioni. Ma, mentre la Destra già da lungo tempo ha intrapreso un analogo percorso che, fra molte sofferenze, l’ha portata ad essere credibile e accettabile nei suoi giudizi storici, le Sinistre hanno appena abbozzato qualche timido accenno di revisione consapevole. Perché ancora molti, troppi sono i giustificazionismi e i negazionisti. Troppi coloro che sono nostalgici della dittatura del sanguinario Tito. La Sinistra deve avere il pudore e il coraggio di ammettere i propri errori, invece di attendere la semplice estinzione per motivi anagrafici dei testimoni dell’epoca. Ormai è stato accettato anche dalla storiografia ufficiale che i partigiani inquadrati nelle brigate comuniste sul confine orientale erano agli ordini del IX Corpus sloveno di Tito. E che l’obiettivo era quello di espandere i confini della Iugoslavia quantomeno fino al Tagliamento. Ora la Sinistra deve avere lo stesso coraggio della Destra di ammettere i propri errori del passato. Solo così potrà divenire credibile.
Il monumento presso la Foiba di Basovizza Francamente non credo nella teoria del “Male Assoluto”. L’Olocausto non fu il “Male Assoluto”. Non lo furono neanche il massacro dei Tedeschi orientali ad opera dei Sovietici e l’arcipelago dei gulag in Russia. Non lo furono neanche le Foibe e l’Esodo. Perché se già è esistito un “Male Assoluto” non avremmo motivo di attendere nessun’altro male. Non credo neanche nelle classifiche degli orrori: quale sarebbe il criterio? Il numero dei morti? O la percentuale di sterminio? Lascio volentieri ad altri queste stupide contabilità. La tragedia del confine orientale colpì TUTTI i cittadini, nessuno escluso. Quale male più grande si poteva immaginare per questo popolo? Non chiedo nemmeno che vengano perseguitati dalla giustizia i pochi assassini superstiti. Anche se i giudici italiani sembrano preferire dare la caccia a presunti “criminali” nazisti novantenni piuttosto che i veri terroristi di oggi, credo che sarebbe sufficiente poter semplicemente concedere ai Martiri delle Foibe l’onore della Verità. Perché se atroce fu il loro sterminio, vile fu il silenzio che seppellì per sessant’anni anche il loro ricordo. LA FOIBA DI SAN GIULIANO La Compagnia dell'Anello L' aria pura ti mordeva il viso L' aria pura ti mordeva il viso L' aria pura ti mordeva il viso L' aria pura ti mordeva il viso posted by Masterofpuppets |
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mercoledì, 09 febbraio 2005 Venezia Giulia, Istria, Fiume, Dalmazia. Il Martirio cancellato.
Di seguito il testo de "Il Rumore del Silenzio FOIBE ED ESODO DEI 350.000 ITALIANI D'ISTRIA, FIUME E DALMAZIA" trattio dal sito del "Comitato 10 Febbraio". PREFAZIONE Il silenzio a volte è più doloroso di qualsiasi indignazione urlata, di qualunque dichiarazione, di qualunque verità. Il silenzio sulla tragedia delle Foibe, le cavità carsiche nelle quali furono sotterrati vivi dai partigiani del Maresciallo Tito decine di migliaia di italiani, il silenzio sull’esodo dei nostri connazionali di Istria, Fiume e Dalmazia, costretti a fuggire dalla ferocia e dalla pulizia etnica. Pagine tristi della nostra storia mai scritte, mai completamente metabolizzate da una Nazione che ha preferito dimenticare. Grazie a chi non ha dimenticato, però, a chi per anni ha condotto una battaglia per riportare alla luce squarci di verità, nomi, cognomi, volti, lapidi, testimonianze raccolte dal vento che ha aperto le porte sbarrate dall’omertà e dai colpevoli silenzi. Grazie a chi non ha dimenticato e grazie al Parlamento italiano, che nel 2004 ha istituito una Giornata della Memoria per la tragedia delle foibe e dell’esodo degli Italiani di Istria, Fiume e Dalmazia che si celebrerà ogni anno il 10 Febbraio. Una data che non servirà ad alimentare odi, perché la storia non è strumento di lotta politica; il 10 Febbraio sarà il momento per raccogliere i sussurri e le voci di quel pezzo di Italia che non c’è più, eppure così viva nella memoria dei sopravvissuti. Grazie a chi non ha dimenticato, e qualche anno fa ha scritto un libro che raccoglieva quelle voci e quei sussurri, per cominciare a raccontare nelle scuole che cosa accadde in quegli anni: quel libro si chiamava “Il Rumore del Silenzio” e sembrò un sasso lanciato nello stagno di una scuola italiana immobile e troppo innamorata delle proprie certezze. Andò subito esaurito e se ne parlò molto. Oggi viene ripubblicato, a cura del “Comitato 10 Febbraio”, per celebrare nel migliore dei modi questo primo appuntamento, raccontando fatti, elencando numeri, facendo parlare i protagonisti. Nessuno restituirà la vita a quelle voci, nessuno ripagherà con un pezzo di terra italiana, istriana, fiumana o dalmata i nostri fratelli cacciati dalle loro case. Noi proveremo a restituire loro la dignità del ricordo, perché non debbano mai più sentire attorno a loro il silenzio… GENOCIDIO Foibe, campi di sterminio, fosse comuni, tombe senza nomi e senza fiori, dove regna il silenzio dei vivi ed il silenzio dei morti. Migliaia di scomparsi… dalla storia che attendono giustizia e verità. Scomparvero dalle loro case, dall'affetto dei loro cari, dalla loro terra, dalla Patria che tutti amavano al di là delle diverse ideologie politiche. Insieme vittime di un disegno criminale basato sull'odio etnico e sull'ideologia marxista-leninista, che saldarono il IX Corpus e le armate titine in un'unica fratellanza con i collaborazionisti italiani, rei di essersi macchiati del sangue dei fratelli, sacrificati sull'altare di un sogno utopistico di internazionalismo emancipatore dei popoli. Tra il 25 luglio 1943 (caduta del Regime fascista) e l'8 Settembre 1943 (data della comunicazione dell'Armistizio, in effetti firmato il 3.9.1943) nelle zone del confine orientale (Friuli, Area giuliana-goriziana, Trieste, Istria e Dalmazia) i tedeschi (slavi alleati dei tedeschi e partigiani slavo- comunisti) preparano le contromosse alla prevista modifica di posizione dell’Italia nei confronti della alleanze. In quel tempo nelle aree suddette, erano presenti, con i loro interessi nazionali o internazionali marxisti, le seguenti fazioni: i rappresentanti del Regio esercito italiano (che controllavano non solo le provincie italiane di Pola, Fiume e Zara, Spalato, ma anche l’acquisita provincia slovena di Lubiana e l'intera Dalmazia), i tedeschi (che ritenevano essenziale il controllo delle vie di comunicazione con i Balcani sia dal punto di vista strategico che per il transito delle materie prime), gli sloveni (divisi tra filo-tedeschi e filo-comunisti con sfumature nazionaliste), i croati (il regno di Croazia, più o meno affiliato alla Corona d'Italia, aveva in Ante Pavelic l'espressione nazionalista, filo-tedesca, antiebrea e anti-italiana), i croati filo-comunisti (inquadrati nelle forze della Resistenza, presenti in Istria e a contatto con italiani comunisti), i serbi cetnici, le formazioni volontarie slave inquadrate nelle SS (Bosniaci, Croati, ecc.). L'area, inoltre, da sempre considerata di influenza britannica, collegava le sue mosse a rapporti stretti sia con Londra che con Mosca, attraverso le variegate componenti etnico - politiche. Questo groviglio di gruppi non si fa trovare impreparato l'8 settembre, ad eccezione degli italiani, le cui Forze armate, abbandonate a se stesse, sono preda dei tedeschi e dei partigiani. La creazione dell'Ozak (zona d’Operazioni del Litorale adriatico) da parte dei tedeschi e la nascita della RSI (Repubblica Sociale Italiana) che riprende in mano la guida delle istituzioni civili e di polizia (carabinieri, Guardia di Finanza, Pubblica sicurezza confinaria ecc.) contribuiscono ad allontanare dalla zona la presenza iugoslava, senza riuscire ad impedire prelevamenti di persone e sparizioni, rappresaglie, deportazioni di natura etnico-politica. Le autorità del Reich (nell'ambito delle quali si distinguono due ali: quella tedesca e quella austriaca, rappresentata dal commissario Rainer e dal comandante SS Globocnick) stringono nuove alleanze appoggiando le nuove fazioni che si sono create e rafforzate nell'area (in Slovenia: Bela Garda e Domobranci - milizie armate anti -comuniste e filotedesche; in Croazia: Ustascia - milizie filo-naziste, ultra nazionaliste e permeate di mito etnico) a discapito degli interessi italiani. Tuttavia il Governo repubblicano fascista riesce a far sopravvivere la struttura amministrativa e la presenza militare attraverso reparti come la Xª Mas, il Battaglione bersaglieri "Mussolini", il reggimento alpini "Tagliamento", la Mdt (Milizia difesa territoriale), naturalmente i corpi di Polizia (Carabinieri, Guardia di Finanza e Pubblica sicurezza) ed altri corpi militari e para-militari. Si rafforza anche la Resistenza italiana che però si presenta divisa in partigiani garibaldini comunisti - che dal 1944 collaboreranno totalmente con la Resistenza jugoslava rappresentata dal IX Corpus rendendosi responsabili di collaborazione nei prelevamenti di italiani, come provato dalle testimonianze dei familiari dei deportati, e di eccidi di anticomunisti (Porzus 7.2.1945); sono cioè, la parte più dura nella guerra civile (Gap) - e in partigiani osovani. Dal 1944 sono presenti nell'area forti contingenti di cosacchi, caucasici e turkmeni, inquadrati in formazioni militari tedesche ai quali era stata promessa una terra ed una patria nelle zone dell'Ozak. La presenza di numerosi militari paracadutati tra i partigiani (inglesi, americani, russi) e di incontri e missioni tra il Regno del Sud e reparti militari della RSI rendono sempre più complessa la situazione che esplode alla caduta del fronte ed al crollo della Germania. È così che il primo maggio, truppe comuniste titine entrano a Trieste e Gorizia e, aiutate dai collaborazionisti italiani, fornite di liste di proscrizione, prelevano, deportano, infoibano e detengono in campi di sterminio circa 12.000 Italiani (secondo il Cln) A Zara, erano entrate il 30.10.1944 mentre a Fiume e Pola entreranno il 3.5.1945. Il disegno di genocidio fu condotto senza distinzioni politiche razziali ed economiche o di sesso ed età; furono arrestati fascisti ed anti-fascisti (anche partigiani), cattolici ed ebrei, industriali, dipendenti privati ma anche agricoltori, pescatori, donne, vecchi, bambini, e soprattutto, i servitori dello Stato (carabinieri, poliziotti, finanzieri, militi della Guardia civica, ecc.). CAUSA DI MORTE NELLE FOIBE (Studio medico-legale eseguito su centoventuno infoibati, recuperati nel dopoguerra R. Nicolini e U. Villasanta, sotto l'egida dell'istituto di medicina legale e delle Assicurazioni dell'Università di Pisa. Direttore F. Domenici). ... La causa mortis può essere stata: 1. proiettili d'arma da fuoco, di solito sparati al cranio; 2. precipitazione dall'alto con gli effetti che ne derivano: fratture multiple, commozione, shock traumatico grave, embolia, ecc. 3. trauma da corpo contundente (bastone, calcio di fucile, bottiglie, ecc.) o acuminato con conseguenti fratture; 4. questi diversi momenti variamente combinati, sia come cause sovrapposte, sia come concorrenti. L'effetto, cioè la morte, non deve essere stato necessariamente immediato: è ammissibile anche che, nonostante ferite e traumi, la morte sia avvenuta a distanza di tempo o per sete o per fame… MOMENTI DI UNA TRAGEDIA La storia non è solo lo studio di date, fenomeni, battaglie, interpretazioni, ma la visione di quell'eterno mosaico composto da milioni di tasselli che parlano di uomini e donne con i loro dolori, le loro tragedie, i loro sogni, i loro affetti. È per questo che i flash che accendiamo nel buio della galleria scura dell’ipocrisia e del silenzio creata in cinquant’anni di falsa storia vi sembreranno scarni, crudi, duri, ma vogliono ricondurre l'interpretazione della stessa alla lettura della vita, dei drammi e delle tragedie di migliaia di italiani. Norma Cossetto … Norma Cossetto era una splendida ragazza di 24 anni di S. Domenico di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l'Università di Padova. In quel periodo girava in bicicletta per i comuni dell'Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo "L'Istria Rossa" (Terra rossa per la bauxite). Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa. Entrarono perfino nelle camere, sparando sopra i letti per spaventare le persone. Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capibanda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri parenti, conoscenti ed amici . Dopo una sosta di un paio di giorni, vennero tutti trasferiti durante la notte e trasportati con un camion nella scuola di Antignana, dove Norma iniziò il suo vero martirio. Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, quindi gettata nuda nella Foiba poco distante, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani. Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio urla e lamenti, verso sera, appena buio, osò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udì, distintamente, invocare pietà. … Il 13 ottobre 1943 a S. Domenico ritornarono i tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, ricuperarono la sua salma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate. Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite di armi da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri". Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, presi in seguito da militari italiani istriani, si seppe che Norma, durante la prigionia venne violentata da molti. …La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellerier. Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e obbligati a passare l'ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima,nell'attesa angosciosa della morte certa. Soli, con la loro vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba caddero con gli altri, fucilati a colpi di mitra… FOIBE Foiba di Basovizza e Monrupino - Oggi monumenti nazionali. Diverse centinaia sono gli infoibati in esse precipitati. Sul massacro di Basovizza il giornale "Libera Stampa" in data 1.08.1945 pubblicava un articolo dal titolo: "Il massacro di Basovizza confermato dal Cln giuliano. Piena luce sia fatta in nome della civiltà. Una dettagliata documentazione trasmessa alle autorità alleate della zona ed al Governo italiano". L'articolo riportava un documento sottoscritto da tutti i componenti del Cln e di quelli dell'Ente costitutivo autonomia giuliana, che così denunciava i crimini accaduti a Trieste tra il 2 ed il 5 maggio: "Centinaia di cittadini vennero trasportati nel cosiddetto "Pozzo della Miniera" in località prossima a Basovizza e fatti precipitare nell'abisso profondo duecentoquaranta metri. Su questi disgraziati vennero in seguito lanciate le salme di circa centoventi soldati tedeschi uccisi nei combattimenti dei giorni precedenti e le carogne putrefatte di alcuni cavalli. Al fine di identificare le salme delle vittime e rendere possibile la loro sepoltura abbiamo chiesto consiglio agli esperti che hanno collaborato, a suo tempo, al recupero delle salme nelle Foibe istriane. L'attrezzatura a disposizione dei nostri esperti non è sufficiente data l'eccezionale profondità del pozzo, il numero delle salme e lo stato di putrefazione delle stesse…". Davanti alle accuse che vengono fatte da alcuni organi di stampa, di uccisioni indiscriminate, che avrebbero interessato anche esponenti antifascisti, il giornale "Pílinorski Dnevmk" in data 5.08.1945, smentendo l'uccisione di patrioti italiani, ammette l'infoibamento di italiani a Basovizza e particolarmente di poliziotti e finanzieri. Così scrive: "… Questa nuova Jugoslavia del maresciallo Tito, che per il numero delle vittime, per la vittoria comune occupa senza dubbio il secondo posto dopo l'Unione sovietica e che è rispettata ed onorata dalla popolazione slovena, croata e italiana di questa regione, non è possibile che abbia oltre alla Guardia di frontiera fascista, ai poliziotti, gettato nelle Foibe anche i combattenti che hanno combattuto da fratelli per la nuova Jugoslavia e dieci soldati Neozelandesi…" Tra i responsabili degli infoibamenti a Basovizza può essere indicata la Banda Zoll-Steffè che presso le carceri triestine dei Gesuiti imperversò sotto la denominazione della Guardia del popolo. Foiba di Scadaicina sulla strada di Fiume. Foiba di Podubbo - Non è stato possibile, per difficoltà, il recupero. Il Piccolo del 5.12.1945 riferisce che coloro che si sono calati nella profondità di 190 metri, hanno individuato cinque corpi - tra cui quello di una donna completamente nuda – non identificabili a causa della decomposizione. Foiba di Drenchia - Secondo Diego De Castro vi sarebbero cadaveri di donne, ragazze e partigiani dell’Osoppo. Abisso di Semich – "… Un'ispezione del 1944 accertò che i partigiani di Tito, nel settembre precedente, avevano precipitato nell'abisso di Semich (presso Lanischie), profondo 190 metri, un centinaio di sventurati: soldati italiani e civili, uomini e donne, quasi tutti prima seviziati e ancor vivi. impossibile sapere il numero di quelli che furono gettati a guerra finita, durante l'orrendo 1945 e dopo. Questa è stata fina delle tante Foibe carsiche trovate adatte, con approvazione dei superiori, dai cosiddetti tribunali popolari, per consumare varie nefandezze. La Foiba ingoiò indistintamente chiunque avesse sentimenti italiani, avesse sostenuto cariche o fosse semplicemente oggetto di sospetti e di rancori. Per giorni e giorni la gente aveva sentito urla strazianti provenire dall’abisso, le grida dei rimasti in vita, sia perché trattenuti dagli spuntoni di roccia, sia perché resi folli dalla disperazione. Prolungavano l’atroce agonia con sollievo dell’acqua stillante. Il prato conservò per mesi le impronte degli autocarri arrivati qua, grevi del loro carico umano, imbarcato senza ritorno…" (Testimonianza di Mons. Parentin - da La Voce Giuliana del 16.12.1980). Foibe di Opicina, di Campagna e di Corgnale – "… Vennero infoibate circa duecento persone e tra queste figurano una donna ed un bambino, rei di essere moglie e figlio di un carabiniere …"(G. Holzer 1946). Foibe di Sesana e Orle - Nel 1946 sono stati recuperati corpi infoibati. Foiba di Casserova sulla strada di Fiume, tra Obrovo e Golazzo. Ci sono stati precipitati tedeschi, uomini e donne italiani, sloveni, molti ancora vivi, poi, dopo aver gettato benzina e bombe a mano, l’imboccatura veniva fatta saltare. Difficilissimi i recuperi. Abisso di Semez - Il 7 maggio 1944 vengono individuati resti umani corrispondenti a ottanta - cento persone. Nel 1945 fu ancora "usato". Foiba di Gropada - Sono recuperate cinque salme. "… Il 12 maggio 1945 furono fatte precipitare nel bosco di Gropada trentaquattro persone, previa svestizione e colpo di rivoltella "alla nuca". Tra le ultime: Dora Ciok, Rodolfo Zuliani, Alberto Marega, Angelo Bisazzi, Luigi Zerial e Domenico Mari… Foiba di Vifia Orizi - Nel mese di maggio del 1945, gli abitanti del circondario videro lunghe file di prigionieri, alcuni dei quali recitavano il Padre Nostro, scortati da partigiani armati di mitra, essere condotte verso la voragine. Le testimonianze sono concordi nell'indicare in circa duecento i prigionieri eliminati. Foiba di Cernovizza (Pisino) - Secondo voci degli abitanti del circondario le vittime sarebbero un centinaio. L'imboccatura della Foiba, nell'autunno del 1945, è stata fatta franare. Foiba di Obrovo (Fiume) – È luogo di sepoltura di tanti fiumani, deportati senza ritorno. Foiba di Raspo - Usata come luogo di genocidio di italiani sia nel 1943 che nel 1945. Imprecisato il numero delle vittime. Foiba di Brestovizza - Così narra la vicenda di una infoibata il "Giornale di Trieste" in data 14.08.1947. "… Gli assassini l'avevano brutalmente malmenata, spezzandole le braccia prima di scaraventarla viva nella Foiba. Per tre giorni, dicono i contadini, si sono sentite le urla della misera che giaceva ferita, in preda al terrore, sul fondo della grotta." Foiba di Zavni (Foresta di Tarnova) - Luogo di martirio dei carabinieri di Gorizia e di altre centinaia di sloveni oppositori del regime di Tito. Foiba di Gargaro o Podgomila (Gorizia) - A due chilometri a nord-ovest di Gargaro, ad una curva sulla strada vi è la scorciatoia per la frazione di Bjstej. A una trentina di metri sulla destra della scorciatoia vi è una Foiba. Vi furono gettate circa ottanta persone. Capodistria - Le Foibe - Dichiarazioni rese da Leander Cunja, responsabile della Commissione di indagine sulle Foibe del capodistriano, nominata dal Consiglio esecutivo dell'Assemblea comunale di Capodistria: "… Nel capodistriano vi sono centosedici cavità, delle ottantuno cavità con entrata verticale abbiamo verificato che diciannove contenevano resti umani. Da dieci cavità sono stati tratti cinquantacinque corpi umani che sono stati inviati all’Istituto di medicina legale di Lubiana. Nella zona si dice che sono finiti in Foiba, provenienti dalla zona di S. Servolo, circa centoventi persone di etnia italiana e slovena, tra cui il parroco di S. Servolo, Placido Sansi. I civili infoibati provenivano dalla terra di S. Dorligo della Valle. I capodistriani, infatti, venivano condotti, per essere deportati ed uccisi, nell'interno, verso Pinguente. Le Foibe del capodistriano sono state usate nel dopoguerra come discariche di varie industrie, tra le quali un salumificio della zona…" - Dichiarazioni rese da Leander Cunja, responsabile della Commissione di indagine sulle Foibe del capodistriano, nominata dal Consiglio esecutivo dell'Assemblea comunale di Capodistria: "… Nel capodistriano vi sono centosedici cavità, delle ottantuno cavità con entrata verticale abbiamo verificato che diciannove contenevano resti umani. Da dieci cavità sono stati tratti cinquantacinque corpi umani che sono stati inviati all’Istituto di medicina legale di Lubiana. Nella zona si dice che sono finiti in Foiba, provenienti dalla zona di S. Servolo, circa centoventi persone di etnia italiana e slovena, tra cui il parroco di S. Servolo, Placido Sansi. I civili infoibati provenivano dalla terra di S. Dorligo della Valle. I capodistriani, infatti, venivano condotti, per essere deportati ed uccisi, nell'interno, verso Pinguente. Le Foibe del capodistriano sono state usate nel dopoguerra come discariche di varie industrie, tra le quali un salumificio della zona…"Foiba di Vines - Recuperate dal Maresciallo Harzarich dal 16.10.1943 al 25.10.1943 cinquantuno salme riconosciute. In questa Foiba, sul cui fondo scorre dell'acqua, gli assassinati dopo essere stati torturati, finirono precipitati con una pietra legata con un filo di ferro alle mani. Furono poi lanciate delle bombe a mano nell'interno. Unico superstite, Antonio Radeticchio, ha raccontato il fatto. Cava di Bauxite di Gallignana - Recuperate dal 31 novembre 1943 all'8 dicembre 1943 ventitré salme di cui sei riconosciute. Foiba di Terli - Recuperate nel novembre del 1943 ventiquattro saline, riconosciute. Foiba di Treghelizza - Reciìperate nel novembre del 1943 due salme, riconosciute. Foiba di Pucicchi - Recuperate nel novembre del 1943 undici salme di cui quattro riconosciute. Foiba di Surani - Recuperate nel novembre del 1943 ventisei salme di cui ventuno riconosciute. Foiba di Cregli - Recuperate nel dicembre del 1943 otto salme, riconosciute. Foiba di Cernizza - Recuperate nel dicembre del 1943 due salme, riconosciute. Foiba di Vescovado - Scoperte sei salme di cui una identificata. Altre foibe da cui non fu possibile eseguire recupero nel periodo 1943 - 1945: Semi - Jurani - Gimino - Barbana - Abisso Bertarelli - Rozzo - Iadruichi. Foiba di Cocevie a 70 chilometri a sud-ovest da Lubiana. Foiba di San Salvaro. Foiba Bertarelli (Pinguente) - Qui gli abitanti vedevano ogni sera passare colonne di prigionieri ma non ne vedevano mai il ritorno. Foiba di Gropada. Foiba di San Lorenzo di Basovizza. Foiba di Odolina - Vicino Bacia, stilla strada per Matteria, nel fondo dei Marenzi. Foiba di Beca - Nei pressi di Cosina. Foibe di Castelnuovo d'Istria – "Sono state poi riadoperate - continua il rapporto del Cln - le foibe istriane, già usate nell'ottobre del 1943". Cava di bauxite di Lindaro Foiba di Sepec (Rozzo) Riuscì a sopravvivere Giovanni Radeticchio di Sisano. Ecco il suo racconto: "… addì 2 maggio 1945, Giulio Premate accompagnato da altri quattro armati venne a prelevarmi a casa mia con un camioncino sul quale erano già i tre fratelli Alessandro, Francesco e Giuseppe Frezza nonché Giuseppe Benci. Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo Littorio dove ci aspettava una mostruosa accoglienza; piegati e con la testa all’ingiù fecero correre contro il muro Borsi, Cossi e Ferrarin. Caduti a terra dallo stordimento vennero presi a calci in tutte le parti del corpo finché rinvennero e poi ripetevano il macabro spettacolo. Chiamati dalla prigionia al comando, venivano picchiati da ragazzi armati di pezzi di legno. Alla sera, prima di proseguire per Fianona, dopo trenta ore di digiuno, ci diedero un piatto di minestra con pasta nera non condita. Anche questo tratto di strada a piedi e per giunta legati col filo di ferro ai polsi due a due, così stretti da farci gonfiare le mani ed urlare dai dolori. Non ci picchiavano perché era buio. Ad un certo momento della notte vennero a prelevarci uno ad uno per portarci nella camera della torture. Ero l'ultimo ad essere martoriato: udivo i colpi che davano ai miei compagni di sventura e le urla di strazio di questi ultimi. Venne il mio turno: mi spogliarono, rinforzarono la legatura ai polsi e poi, giù botte da orbi. Cinque manigoldi contro di me, inerme e legato, fra questi una femmina. Uno mi dava pedate, un secondo mi picchiava col filo di ferro attorcigliato, un terzo con un pezzo di legno, un quarto con pugni, la femmina mi picchiava con una cinghia di cuoio. Prima dell'alba mi legarono con le mani dietro la schiena ed in fila indiana, assieme a Carlo Radolovich di Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi (Marzana), Felice Cossi da Sisano, Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe Sabatti da Visinada, mi condussero fino all'imboccatura della Foiba. Per strada ci picchiavano col calcio e colla canna del moschetto. Arrivati al posto del supplizio ci levarono quanto loro sembrava ancora utile. A me levarono le calze (le scarpe me le avevano già prese un paio di giorni prima), il fazzoletto da naso e la cinghia dei pantaloni. Mi appesero un grosso sasso, del peso di circa dieci chilogrammi, per mezzo di filo di ferro ai polsi già legati con altro filo di ferro e mi costrinsero ad andare da solo dietro Lidovisi, già sceso nella Foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo di moschetto. Dio volle che colpissero il filo di ferro che fece cadere il sasso. Così caddi illeso nell'acqua della Foiba. Nuotando, con le mani legate dietro la schiena, ho potuto arenarmi. Intanto continuavano a cadere gli altri miei compagni e dietro ad ognuno sparavano colpi di mitra. Dopo l'ultima vittima, gettarono una bomba a mano per finirci tutti. Costernato dal dolore non reggevo più. Sono riuscito a rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando contemporaneamente le mie carni,poiché i polsi cedettero prima del filo di ferro. Rimasi così nella Foiba per un paio di ore. Poi, col favore della notte, uscii da quella che doveva essere la mia tomba… I "DESAPARECIDOS" DI FIUME Una pagina di eroismo e di amore di Patria ancora poco nota è quella degli italiani di Fiume che preferirono la morte alla stella rossa dei comunisti jugoslavi. Dal 3 maggio 1945, per tre giorni e tre notti, le truppe del maresciallo Tito, avide di sangue, si scatenarono, con inaudita violenza, contro coloro che, da sempre, avevano dimostrato sentimenti di italianità. A Campo di Marte, a Cosala, a Tersatto, lungo le banchine del porto, in piazza Oberdan, in viale Italia, i cadaveri s’ammucchiarono e non ebbero sepoltura. Nelle carceri cittadine e negli stanzoni della vecchia Questura, nelle scuole di piazza Cambieri, centinaia di imprigionati attendevano di conoscere la propria sorte, senza che alcuno si preoccupasse di coprire le urla degli interrogati negli uffici di Polizia, adibiti a camere di tortura. Altre centinaia di uomini e donne, d'ogni ceto e d’ogni età, svanirono semplicemente nel nulla. Per sempre. Furono i "desaparecidos". Gli avversari da mettere subito a tacere vengono individuati negli autonomisti, cioè coloro che sognavano uno Stato libero; ai furibondi attacchi di stampa condotti dalla "Voce del Popolo" si accompagnò una dura persecuzione, che già nella notte fra il 3 e il 4 maggio portò all’uccisione di Matteo Blasich e Giuseppe Sincich, personaggi di primo piano del vecchio movimento zanelliano, già membri della Costituente fiumana del 1921. Assieme agli autonomisti, negli stessi giorni e poi ancora nei mesi che verranno, trovano la morte a Fiume anche alcuni esponenti del Cln ed altri membri della resistenza italiana, fra cui il noto antifascista Angelo Adam, mazziniano, reduce dal confino di Ventotene e dal lager nazista di Dachau secondo una linea di condotta che trova riscontro anche a Trieste ed a Gorizia, dove a venir presi di mira dalla Polizia politica jugoslava, sono in particolare gli uomini del Comitato di liberazione nazionale. La scelta appare del tutto conseguente, dal momento che sul piano politico il Cln è un'organizzazione direttamente concorrenziale rispetto a quelle ufficiali, delle quali è ben in grado di contestare l'esclusiva rappresentatività degli antifascisti italiani. Pertanto, per i titini, appare come l'avversario più pericoloso, sia perché potenzialmente in grado di diventare il punto di riferimento della popolazione di sentimenti italiani, sia in quanto l'eventuale accoglimento delle sue pretese di riconoscimento, quale legittima espressione della resistenza italiana, farebbe cadere uno dei pilastri principali su cui si regge l'edificio dei poteri popolari. Ma la furia si scatenò con ferocia nei confronti degli esponenti dell'italianità cittadina. Furono subito uccisi i due senatori di Fiume, Riccardo Gigante e Icilio Bacci, e centinaia di uomini e donne, di ogni ceto e di ogni età, morirono semplicemente per il solo fatto di essere italiani. Oltre cinquecento fiumani furono impiccati, fucilati, strangolati, affogati. Altri incarcerati. Dei deportati non si seppe più nulla. Cercarono subito gli ex legionari dannunziani, gli irredentisti della prima guerra mondiale, i mutilati, gli ufficiali, i decorati e gli ex combattenti. Qualcuno morì più semplicemente per aver ammainato in piazza Dante la bandiera jugoslava. Il 16 ottobre del 1945, un ragazzo, Giuseppe Librio, diede tutti i suoi diciott'anni, pur di togliere il simbolo di una conquista dolorosa. Lo trovarono il giorno dopo, tra le rovine del molo Stocco, ucciso con diversi colpi di pistola. DAL MEMORANDUM AD OSIMO 10.6.1944 - Sei giorni dopo l'occupazione di Roma, il Governo italiano indirizza alle autorità alleate un memorandum sostenendo la necessità di inviare unità navali nei porti di Trieste, Fiume, Zara e forze armate nei principali centri della Venezia Giulia utilizzando anche reparti italiani in collaborazione con quelli anglo-americani. Giugno 1944 - A Bolsena, tra il maresciallo Alexander e Tito si conviene l’attestamento delle forze jugoslave ad oriente cli una linea, clie, senza pregiudizi per i confini futuri, cla Fiume va direttamente a Nord. 15.08.1944 - Il sottosegretario agli Esteri Visconti Venosta rinnova all’ammiraglio Stone, capo della Commissione alleata di controllo in Italia, le richieste avanzate con il Memorandum del 10 giugno. 11.9.1944 - L'ammiraglio Stone risponde affermando che il "Comando supremo dia, presentemente, l'intenzione di mantenere sotto il Governo militare alleato le province di Bolzano, Trento, Fiume, Pola, Trieste e Gorizia al momento della liberazione dell’Italia settentrionale". 14.9.1944 - L'on. Bonomi, per il Governo italiano, replica ribadendo le richieste italiane. 22.9.1944 –L'ammiraglio Stone assicura Bonomi che le richieste sono state portate a conoscenza dei Comando supremo alleato. Febbraio 1945 - Belgrado. Secondo incontro fra il maresciallo Tito e Alexander: riconferma della linea di attestamento da Fiume direttamente a Nord convenuta a Bolsena. Marzo 1945 - il ministro degli Esteri De Gasperi inizia una azione diplomatica a Washington per ottenere l'occupazione alleata di tutta la Venezia Giulia. 22.4.1945 - Truppe jugoslave occupano Brioni e le isole adiacenti; il VII Corpo jugoslavo marcia su Trieste ed il IX Corpo su Monfalcone. 1.5.1945 - Elementi del IX Corpo e partigiani fanno la loro apparizione nelle zone periferiche di Trieste. 2.5.1945 - Trieste: resa dei tedeschi alle forze neozelandesi. Il Comando jugoslavo occupa la città e ne assume l'amministrazione. 5.5.1945 - Trieste risponde all'occupazione jugoslava con una manifestazione di popolo e cinque cittadini rimangono uccisi nel conflitto con gli slavi. 8.5.1945 - Duro promemoria di Alexader a Tito. - Duro promemoria di Alexader a Tito.9.6.1945 - Belgrado. Tito, pur protestando, firma un accordo con il generale Morgan: il territorio ad occidente della linea Trieste - Caporetto - Tarvisio e gli ancoraggi di Pola e della costa occidentale dell'Istria sono posti sotto controllo diretto degli Alleati. 12.6.1945 - Le truppe jugoslave lasciano Trieste. 22.8.1945 - Il presidente del Consiglio Parri, rendendosi conto che rettifiche sulla frontiera orientale sarebbero state inevitabili e che è impossibile intavolare negoziati diretti con la Jugoslavia, avverte il presidente Truman che una pace ingiusta avrebbe deleterie conseguenze sulla vita politica italiana. 1.9.1945 - Londra. Conferenza dei ministri degli esteri delle potenze alleate. Byrnes propone che l'Italia e la Jugoslavia vengano ad esporre il rispettivo punto di vista sulla questione del confine orientale. 18.9.1945 - Per la Jugoslavia parla Kardelj il quale sostiene che "tutta la Venezia Giulia si riconnette ai Balcani"; che economicamente Trieste "è indispensabile alla Jugoslavia"; che politicamente e moralmente la Yugoslavia "non può permettere che gli italiani si servano di Trieste come di una testa di ponte per minare l'unità dello Stato Jugoslavo e penetrare nei Balcani". De Gasperi risponde consegnando un memorandum che, sulla base delle proposte fatte il 22 agosto, caldeggia un accordo secondo la linea Wilson del 1919 che, sino al 1940, rappresentava il massimo delle aspirazioni jugoslave. 19.9.1945 - Il Consiglio dei ministri degli affari esteri dei Quattro nomina una Commissione di esperti per accertare sul posto i dati etnici ed economici di quelle zone. 24.9.1945 - La delegazione degli Usa, in linea di principio, accetta la proposta di prendere come base di trattativa la linea Wilson. Propone che la frontiera con la Jugoslavia segua l'andamento degli insediamenti etnici, con i necessari adattamenti per preservare l'economia della regione e dando Trieste, trasformata in porto franco, all'Italia. 9.3/5.4.1946 - Gli esperti si intrattengono nella Venezia Giulia. Ciascuna delle quattro delegazioni che compongono la Commissione presenta una propria relazione. Tutte sono identiche nella sostanza, ma propongono quattro diverse linee di frontiera, delle quali la francese dalle porte di Trieste voltava subito a Ovest sottraendo all'Italia tutta l'Istria, aggregando a Trieste il tratto di costa a Sud della città fino a Cittanova. Da questo progetto nascerà l'idea del Territorio libero di Trieste. Aprile 1946 - Consegna della relazione finale degli esperti che, a parte le discordanti soluzioni per il tracciato del confine, riconosce l'esattezza di quanto sostenuto dall'Italia: nei distretti di Tarvisio, Gorizia, Basso Isonzo, Trieste e nell'Istria occidentale e meridionale la maggioranza etnica è italiana. 26.4.1946 - Kardelj dichiara di non poter accettare alcuna delle proposte degli esperti e mantiene le richieste presentate a Londra nel settembre del 1945. 3.5.1946 - De Gasperi sottolinea il valore del riconoscimento della tesi etnica sostenuta dall’Italia, specie perché gli esperti non hanno accolto l'invito dei Governo italiano "perché l'inchiesta fosse estesa a tutta la zona contestata ed in particolare alle regioni popolate in modo preponderante da italiani". Molotov, di fronte all'opposizione anglo-americana di abbandonare Trieste alla Jugoslavia, propone alternativamente: a) trasformare Trieste in stato autonomo sotto la sovranità jugoslava con statuto internazionale, b) creare uno stato autonomo con due governatori uno italiano e uno jugoslavo. Da qui il compromesso disastroso per l’Italia. I Quattro abbandonano il principio del confine su basi etniche e adottano la linea di confine francese ma sottraendo all'Italia il territorio che avrebbe costituito il Territorio libero di Trieste. 3.7.1946 - Questa decisione è definitivamente adottata dai Quattro, malgrado ogni protesta sia dell'Italia che della Jugoslavia. 10.8.1946 - De Gasperi, ministro degli Esteri, dice: "La linea francese era già una linea etnica nel senso indicato dalle decisioni di Londra… ma, per quanto inaccettabile, era comunque una frontiera italo-jugoslava che attribuiva Trieste all'Italia. Che cosa è avvenuto sul tavolo dei compromessi durante il mese di giugno perché, il 3 luglio, il Consiglio dei Quattro facesse tabula rasa della decisioni di Londra e facesse della linea francese non la frontiera tra l’Italia e la Jugoslavia bensì la frontiera tra il cosiddetto "Territorio libero di Trieste", dotato di uno speciale Statuto internazionale e la Jugoslavia?" 20.8.1946 - La delegazione italiana consegna al segretario della Conferenza di pace una memoria in cui, fra l'altro, si propone di estendere il Territorio libero di Trieste fino a Pola e Brioni, smilitarizzando queste città in modo da restituire all’Italia i cinquantamila italiani della costa istriana e di includere nel Territorio libero di Trieste l'isola di Lussino. Tali proposte non sono accolte. Sett. 1946 - La delegazione italiana alla Conferenza di pace tenta, a più riprese, di far riprendere in considerazione come frontiera fra l'Italia e la Jugoslavia la linea etnica e propone 4’una libera consultazione delle volontà delle popolazioni interessate" secondo i principali della Carta atlantica. Inutilmente. 28.9.1946 - La Commissione politica territoriale della Conferenza di pace approva la linea francese. 3.11.1946 – Il governo italiano si appella ai Quattro perché "si proceda alla delimitazione della frontiera orientale secondo il criterio della linea etnica… e si ricorra al plebiscito nelle zone in contestazione… Il Governo italiano rivendica lo stesso principio nell'eventualità che venga creato il Territorio libero di Trieste perché le sue frontiere si estendano almeno sino alla zona indiscutibilmente italiana di Parenzo e di Pola". 4/5.11.1946 - Incontro Togliatti-Tito per un'intesa fra l’Italia e la Jugoslavia: baratto di Trieste con Gorizia; concessione all’Italia di un corridoio verso Trieste. 28.11.1946 - i Quattro, raggiunto l'accordo sulle frontiere del futuro Territorio libero di Trieste, autorizzano la Jugoslavia a mantenere cinquemila uomini armati nella Zona B. 10.2.1947 - Firma del Trattato di pace. Sforza, ministro degli Esteri, in una nota di protesta per il trattamento impostoci, manifesta il proposito di chiedere la revisione del Trattato. La Jugoslavia dichiara di non rinunciare ai "propri diritti" su tutta la Venezia Giulia e progetta di rioccupare Trieste, il presidente Truman ordina l'invio di rinforzi militari. In base al Trattato di pace, la Jugoslavia amministra la Zona B a "titolo temporaneo" e deve limitarsi alla normale amministrazione con assoluta imparzialità tra i gruppi etnici. La Jugoslavia applica invece tutti i possibili mezzi per cancellare ogni aspetto italiano nella zona. 1947 - Il Consiglio di sicurezza dell’ONU, cui spetta la nomina del Governatore di Trieste, condizione per la creazione del Territorio libero di Trieste, non riesce ad accordarsi. La Francia suggerisce che l’Italia e la Jugoslavia si ,accordino fra loro: nessuna delle due parti si dichiara consenziente sui candidati proposti dall’altra. Il problema torna al Consiglio di sicurezza che se ne occupa, senza risultati, tra la fine del 1947 e la primavera del 1948. 20.3.1948 - Constatata l'impossibilità di pervenire alla nomina di un Governatore e valutata l'azione snazionalizzatrice svolta dalla Jugoslavia nella Zona B, le potenze occidentali emettono la Dichiarazione tripartita per cui Stati Uniti, Regno Unito e Francia invitano il Governo sovietico e quello italiano ad accordarsi "in vista di un protocollo addizione al Trattato di Pace con l’Italia per ricondurre sotto sovranità italiana l'intero Territorio libero di Trieste". 9.4.1948 - Il Governo italiano accetta la dichiarazione tripartita. 16.4.1948 - Il Governo jugoslavo respinge la proposta. La Russia manifesta un netto rifiuto. 4.5.1948 - Bevin, ministro degli Esteri di Gran Bretagna, dichiara ai Comuni che "Trieste dovrebbe essere restituita all’Italia" e che "se il Territorio libero, che è territorio italiano, fosse restituito all’Italia con la popolazione italiana che vi risiede esso rappresenterebbe una buona frontiera…" 28.6.1948 - Il Cominform scomunica il Partito comunista jugoslavo. 21.2.1949 - All'Onu, Austin, delegato americano, dichiara al Consiglio di sicurezza che l'art. 2 dello Statuto del Territorio libero di Trieste costituisce una pietra miliare per la salvaguardia dei diritti dell'uomo "violati dal governo poliziesco operante in Zona B". Il delegato inglese conferma che "una forma di governo poliziesco è stata estesa dalla Jugoslavia alla zona che essa deve amministrare, con tutte le caratteristiche di un governo totalitario. Ciò rende impossibile l'unificazione di questa zona con la zona anglo-americana in vista della formazione di un territorio indipendente e democratico secondo le linee previste dal Trattato di pace. In questa condizione l'istituzione di un territorio indipendente significherebbe la creazione di una zona aperta alle aggressioni dirette, secondo i metodi così spesso messi in pratica nell'Europa orientale". Luglio 1949 - La Jugoslavia, introducendo il "dinaro" nella Zona B come unica moneta, conferma di voler dar vita ad un atto unilaterale di annessione. 11.2.1950 - Roma. Colloqui del conte Sforza con il ministro Ivekovic che propone quale base per la soluzione del problema del Territorio libero di Trieste l'accordo Tito- Togliatti del novembre 1946. Sforza rifiuta. 8.4.1950 - Milano. Sforza muove caute avances accolte freddamente dalla Jugoslavia. 28.4.1950 - Tito, in una intervista, risponde a Sforza che sulla base delle "avances" non è possibile "iniziare trattative" che, al caso, vanno sviluppate sulla base dell'accordo con Togliatti. 1.5.1950 - Sforza ribatte la necessità di un accordo fra Italia e Jugoslavia. Colloqui esplorativi con il rappresentante di Belgrado a Roma. Ottiene un rifiuto. Il ministro degli Esteri jugoslavo, in due successivi discorsi, afferma che l'Italia vuole creare un'atmosfera di minacce e di pressioni. 23.12.1950 - Stipula dell'accordo economico bilaterale con la Jugoslavia per la sistemazione delle pendenze finanziarie derivanti dal Trattato di pace. Tito, all'Ansa, dichiara che Trieste non è "una grossa questione" ma che, per risolverla, occorre stabilire "una frontiera ben chiara ed accettata da ambo le parti". 13/14-3-1951 - Londra. Incontro del ministro degli Esteri italiano con il Premier inglese: vi si esprime "l’ansia di raggiungere un accordo amichevole con il governo jugoslavo" sulla questione del Territorio libero di Trieste. 11.7.1951 - De Gasperi, al Senato, conferma la volontà dell'Italia di riottenere in un'atmosfera di amicizia con la Jugoslavia. 13.7.1951 - Tito, commentando il dibattito al Senato, accusa il Governo italiano di coltivare "piani di reazione fascista". 28.9.1951 - Kardelj dichiara all'Assemblea jugoslava che fra le contrapposte tesi, bisogna trovarne una terza, ma non precisa quale. Febbraio 1952 - Tito si dichiara favorevole alla creazione del Territorio libero di Trieste, con un Governatore alternativamente italiano e jugoslavo e con un vice governatore dell'altra Nazione. De Gasperi risponde che "questo progetto condurrebbe alla esasperazione dei contrasti interni tra i due gruppi e ad una continua lotta imperniata su tali contrasti il che avrebbe come conseguenza di rendere acuti e permanenti i contrasti tra i due Paesi confinanti". 17.3.1952 - Nota verbale del governo italiano a quelli della Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti: denuncia delle misure prese da Belgrado nella Zona B in violazione del Trattato di pace. 20.3.1952 - Quarto anniversario della Dichiarazione tripartita. Incidenti con morti e feriti a Trieste in un conflitto fra cittadini e forze di polizia. Il Governo italiano promuove una energica azione per ottenere un sostanziale miglioramento nell'amministrazione della Zona A. 9.5.1952 - Londra. Firma dell'accordo tra Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia che consente una più larga partecipazione italiana nell'amministrazione della zona. Mosca protesta. Belgrado adotta ulteriori misure poliziesche nella Zona B peggiorando ancora la situazione degli italiani colà residenti. 8.8.1952 - Nota verbale del Governo italiano a quelli della Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, essendo stati introdotti nella Zona B di Trieste leggi e provvedimenti jugoslavi con un blocco di tredici ordinanze. Nota verbale del Governo italiano a quelli della Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, essendo stati introdotti nella Zona B di Trieste leggi e provvedimenti jugoslavi con un blocco di tredici ordinanze.30.10.1952 - L'Italia propone alla Jugoslavia di sottoporre al giudizio della Corte internazionale dell’Aja la legittimità dei provvedimenti estesi alla Zona B. Belgrado, affermando che la questione è politica e non giuridica, si sottrae al giudizio della Corte internazionale dell'Aja. 19.8.1953 - Pella, presidente del Consiglio dei ministri, nella dichiarazione programmatica al Parlamento riafferma una "determinazione altrettanto ferma nella difesa degli interessi nazionali". 28.8.1953 - L'Agenzia Jugo-press considera le dichiarazioni di Pella una dimostrazione che l'atteggiamento conciliante e indulgente della Jugoslavia di fronte alla presa di posizione non costrittiva di Roma non può condurre ad una soluzione del problema di Trieste". L'Agenzia United-Press riporta: "Nessuna notizia è fin qui pervenuta.. circa il proponimento del Governo jugoslavo di procedere all’annessione della Zona B. Se la Jugoslavia compisse effettivamente un simile gesto, inconsulto e irresponsabile, la reazione italiana sarebbe senza dubbio quella che la coscienza del suo popolo esigerebbe". 30.8.1953 - La Tanjug ritiene provocatorie le notizie e i commenti della stampa circa la intenzione jugoslava di annettere la Zona B del Territorio libero di Trieste. 1.9.1953 - Nota di protesta jugoslava per il movimento di truppe italiane alla frontiera. Il Governo italiano nello stesso giorno risponde di essere stato costretto a prendere tali misure "di carattere precauzionale protettivo". 4.9.1953 - La delegazione jugoslava a Roma respinge la risposta italiana aggiungendo: "grazie unicamente alla estrema pazienza del Governo jugoslavo non è stato dato fino a questo momento l'ordine per contromisure corrispondenti". 6.9.1953 - Discorso aggressivo di Tito a San Basso per cristallizzare a proprio favore la situazione della Zona B: "devo dire... a tutti che la questione triestina è stata portata in un vicolo cieco. Riconoscendo la necessità di liquidare questo problema, credo che l'unico modo di risolverlo sarebbe quello di fare di Trieste una città internazionale e che il retroterra venga annesso alla Jugoslavia". Roma, notte. Nota ufficiosa che tra l’altro rileva: "nella sua megalomania egli (Tito) indica ora una sola soluzione da prendere o lasciare: l'annessione pura e semplice alla Jugoslavia dell'intero Territorio... tutto ciò appare talmente incredibile che viene naturale domandarsi quali siano i veri intendimenti del dittatore jugoslavo". 13.9.1953 - Pella, presidente del Consiglio, dal Campidoglio, ripropone il plebiscito su tutto il Territorio libero di Trieste e la convocazione di una conferenza a cinque. Rivolgendosi agli Stati Uniti ed alla Gran Bretagna dice: "È dunque tempo che essi riconoscano l'anacronismo della loro attuale posizione" sia nel Territorio libero di Trieste che nei confronti dell'Italia. La proposta Pella è portata a conoscenza di Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e del Governo jugoslavo. 2.10.1953 - Pella alla Associated press: "prima della ratifica del trattato a sei per l'esercito europeo, deve essere equamente risolta la questione di Trieste". 6.10.1953 - Pella alla Camera: "La ratifica del trattato della Ced da parte del Parlamento italiano sarà molto facilitato da una previa soluzione del problema di Trieste". 8.10.1953 - Gli ambasciatori degli Usa e della Gran Bretagna comunicano che i rispettivi governi hanno deciso: "tenuto conto del preminente carattere italiano della Zona A, di rimettere l’amministrazione di quella zona al Governo italiano". 9.10.1953 - Pella alla Camera: "la comunicazione fatta dai governi americano e britannico… non pregiudica in alcun modo i riconosciuti diritti dell’Italia sull'insieme del territorio, né pregiudica la facoltà del Governo italiano di farli valere e di perseguirne la realizzazione nelle forme più idonee… Posso dichiarare nel modo più formale che il fatto dell'accettazione di amministrare la Zona A non implica alcun abbandono delle rivendicazioni relative alla Zona B da parte italiana". 5.10.1954 - Londra. Brosio per l'Italia, Thompson per gli Usa, Harrison per l'Inghilterra, Velebit per la Jugoslavia, siglano il Memorandum d'intesa. Posso dichiarare nel modo più formale che il fatto dell'accettazione di amministrare la Zona A non implica alcun abbandono delle rivendicazioni relative alla Zona B da parte italiana". 5.10.1954 - Londra. Brosio per l'Italia, Thompson per gli Usa, Harrison per l'Inghilterra, Velebit per la Jugoslavia, siglano il Memorandum d'intesa. 4.11.1954 - L'Italia riassume la diretta amministrazione della Zona A e la Jugoslavia assume quella della Zona B, Su ambedue le zone permane incontestabilmente la sovranità italiana. 25.9.1956 - Belgrado. Riunione della Commissione mista italo-jugoslava per definire gli aspetti economici derivanti dal Memorandum di Londra e per il libero trasferimento delle persone già residenti nelle Zone A e B. 1958 - Nuova crisi fra paesi comunisti e Jugoslavia. 1958-1959 - Intensificazione dei rapporti economici fra Italia e Jugoslavia ma non di quelli politici. 4.12.1960 - Popovich, ministro degli Esteri jugoslavo, a Roma. Il comunicato: "È stata riaffermata da ambo le parti la precisa volontà, nell'interesse dei due Paesi, di far quanto possibile per sviluppare i rapporti di buon vicinato". 1.7.1961 - Segni, ministro degli Esteri a Belgrado, sue dichiarazioni: "Siamo riusciti a compiere ulteriori notevoli progressi sulla via intrapresa in questi ultimi tempi nella reciproca comprensione e collaborazione… evidentemente ognuno dei due Paesi, per circostanze comprensibili, segue metodi diversi… In vari punti abbiamo rilevato che i due governi sono ispirati da preoccupazioni e da intendimenti analoghi… Questo compito richiede, naturalmente, una chiara, meditata e realistica valutazione delle proprie possibilità e una graduale e costante opera di realizzazione". 1962-1963 - Stasi nei rapporti italo-jugoslavi. Marzo 1964 - Invito a Moro di recarsi a Belgrado. 3.3.1965 - Il "Combat" di Parigi annuncia negoziati fra Roma e Belgrado e parla di Zona B definitivamente assegnata alla Jugoslavia. La Farnesina smentisce. 8/12.11.1965 - Moro, presidente del Consiglio, a Belgrado. Dai colloqui sarebbero escluse le questioni strettamente territoriali. 10/16.12.1965 - Riunione a Belgrado del Comitato misto per le minoranze. 24/25.5.1966 - Zagabria. Riunione dei Comitato misto per le minoranze. Gennaio '67 - Trattato commerciale con la Jugoslavia. Rottura delle trattative per il rinnovo. Il Ministro Tolloy, a Trieste, lascia intendere che la rottura è da ascriversi ad azioni di elementi jugoslavi che avevano violato il Memorandum d'intesa nella Zona B. 5.1.1967 - Belgrado. Il "Borba", ricordando le dichiarazioni del segretario agli Esteri jugoslavo Nikezie: "gli interessi dei singoli o di alcuni gruppi politici non devono prevalere su quelli generali", denuncia "una corrente di freddezza" fra Italia e Jugoslavia. 10.5.1967 - Protesta di Belgrado a Roma per il raduno degli alpini a Treviso. 13/23.11.1967 - Belgrado: riunione della Commissione mista per la tutela delle minoranze. 8/10.1.1968 - Visita a Roma del premier Spiliak e del ministro elegli Esteri Nikezic. Colloqui con Saragat, con Moro, presidente del Consiglio e con Fanfani, ministro degli Esteri, dedicati a problemi di interesse bilaterale. il "Borba" analizza le relazioni italo- jugoslave rilevando una volontà di non soffermarsi sul passato ma di guardare all'avvenire. Il comunicato ufficiale dice che le parti manifestano l'intenzione di promuovere ulteriori miglioramenti nei rapporti bilaterali e di rendere sempre più costruttiva la politica di buon vicinato nel rispetto dei reciproci interessi e perseguendo con fervida volontà gli obiettivi comuni della pace della convivenza operosa e distensiva". 24.4.1968 - Zagaria. Il " Vjesnik' denuncia la campagna svolta "dai settori della destra italiana per ottenere la restituzione dell’Istria all'Italia". Cita brani della "Discussione" relativi al "biblico Esodo di trecentomila istriani, fiumani e dalmati" che hanno abbandonato le loro terre nel timore che l'occupazione jugoslava potesse, oltre che separarli dalla madrepatria, privarli della civiltà cristiana e delle libertà democratiche". 9.1.1969 - Brioni: Tito esalta i rapporti di buon vicinato con l’Italia. 25.5.1969 - Kardelj, a Umago d'Istria: "La regione dell'Istria offre un contributo specifico all’arricchimento del pensiero e della cultura dei popoli jugoslavi ed alla creazione di un clima di comprensione e di accostamento con il vicino popolo italiano". 26/29.5.1969 - Nenni, ministro degli Esteri, a Belgrado: "La frontiera aperta tra l'Italia e la Jugoslavia è un fatto esemplare in questo momento di tensione che l’Europa e il mondo stanno attraversando". 22.9.1969 - Trieste. Il presidente della Repubblica slovena, ricevuto dal presidente Berzanti, visita ufficialmente la Giunta regionale di Trieste. Dichiara di seguire con molta attenzione quanto succede nel Friuli - Venezia Giulia avendo le due regioni "molti interessi in comune". 2.10.1969 - Saragat, presidente della Repubblica e Moro, ministro degli Esteri a Belgrado. Tito al brindisi: "L'attuale grado di feconda collaborazione fra l'Italia e la Jugoslavia ha potuto essere raggiunto grazie al coerente rispetto dei principi di completa eguaglianza, di non interferenza negli affari interni… Moro, al ritorno, dichiara che sono stati trattati i problemi delle comunicazioni nel goriziano. Tali comunicazioni interessano, però, soltanto la popolazione jugoslava di confine. 4.10.1969 - Conferenza stampa di Tito che, invece, afferma: "Oggi lo stato dei rapporti è tale da consentire, a differenza del passato, la discussione di problemi delicati come quello dei confini". 6.12.1970 - Improvviso annullamento della visita a Roma di Tito perché l'Ansa comunica che il ministro degli Esteri Moro, rispondendo ad interrogazioni di deputati e senatori missini e democristiani, riguardanti le sorti della Zona B e del mancato Territorio libero di Trieste, ha affermato che, in occasione delle note visite effettuate da parte italiana in Jugoslavia, non sono state affrontate questioni attinenti alla sovranità sulla Zona B. "Tali questioni esulano dagli argomenti da trattarsi nel corso delle prossime visite in Italia del presidente della Repubblica socialista federativa jugoslava… Il Governo non prenderà in considerazione nessuna rinuncia ai legittimi interessi nazionali". 21.1.1971 - Tepavac, ministro degli Esteri jugoslavo, commentando un discorso di Moro sulle relazioni fra i due paesi: "Il Governo italiano e quello jugoslavo credono nei rapporti esistenti tra i due Paesi, incluso il Memorandum del 1954 e le sue implicazioni territoriali…". 23.3.1971 - Visita di Tito a Roma. Incontro Moro-Tepavac. Nel comunicato: "Fedeli agli accordi internazionali stipulati, essi hanno tenuto a ribadire la determinazione di continuare a basare i loro rapporti sul reciproco rispetto dell'indipendenza, della sovranità e delle integrità territoriale e sul principio della non interferenza negli affari interni". 28.6.1971 - Ribicic, presidente del Consiglio jugoslavo in un comizio a Predbor: "In particolare, dato il rafforzamento della fiducia tra i nostri due paesi, sia noi sia gli italiani esprimiamo la speranza che con la buona volontà saranno risolti anche gli ultimi problemi rimasti ancora aperti". 15.11.1971 - Moro, ministro degli Esteri, alla commissione Esteri della Camera, illustra la posizione dell’Italia in relazione ai rapporti italo-jugoslavi. Fragoljub Vujika, portavoce di Belgrado, dice che a Belgrado il discorso di Moro "è stato accolto con molto favore… i tentativi di riesumare forze aggressive di Irredentismo e di rivendicazioni territoriali, promosse da forze che in passato arrecarono clanno ai due paesi, hanno richiamato l'attenzione della opinione pubblica jugoslava, che è giustamente sensibile a questi fatti". 16.12.1971 - Belgrado. Dichiarazioni di Tito al Parlamento jugoslavo: "Durante la mia visita ufficiale in Italia… abbiamo confermato la reciproca decisione di continuare la politica dell’amicizia e della cooperazione fra vicini. Nello stesso tempo sono state create le condizioni per comporre le questioni pendenti fra i due paesi". 21.4.1972 - Il "Combat", da Parigi, dà notizia di trattative fra Roma e Belgrado per un accordo in merito alla Zona B. Smentita della Farnesina. - Il "Combat", da Parigi, dà notizia di trattative fra Roma e Belgrado per un accordo in merito alla Zona B. Smentita della Farnesina.5.5.1972 - Alcuni giornali parlano di accordi con la Jugoslavia in merito alla Zona B. Ulteriore smentita della Farnesina. 29.12.1972 - Tito parlando agli attivisti montenegrini della Lega dei comunisti, denuncia l'azione dei profughi istriani residenti in Italia che tendono ad impossessarsi di parte del territorio jugoslavo; pretendono la reintegrazione all’Italia della Zona B; esercitano pressioni sul Governo italiano affinché non venga raggiunto alcun accordo con la Jugoslavia. "Naturalmente la Zona B è nostra e a noi non importa nulla di quanto vanno cianciando… ; altri vorrebbero riprendere tutta l'Istria, Zara e tutta la Dalmazia". Tito chiede che il Governo italiano prenda nette distanze "da queste organizzazioni che nutrono aspetti revanscisti sul nostro territorio". 16.4.1974 - Tito a Sarajevo dichiara: "La Zona B non esiste più e se qualcuno deve denunciare la questione delle ex zone, quelli siamo noi e non gli italiani. Ma questo noi non lo faremo perché con la nostra rinuncia a Trieste abbiamo creato le condizioni per una atmosfera che non esisteva "in nessuna altra parte dell'Europa". Il segretario generale del ministero degli affari esteri, a Roma, Gaja, con una nota a Belgrado chiede "informazioni e chiarimenti" sul discorso di Tito perché "non si comprende… l’inopportuno accenno ad una riapertura della questione di Trieste" e deve sottolineare "l’esigenza che da parte jugoslava non vengano prese iniziative unilaterali… come è inammissibile il linguaggio non cortese usato in alcune frasi della nota verbale jugoslava in data 30 marzo 1974". 1.10.1975 - Il ministro per gli affari esteri Rumor dà notizia al Parlamento della necessità per l'Italia di rinunciare alla sovranità sulla Zona B in favore della Jugoslavia. Questi i fatti che condussero all’esodo di 350.000 nostri connazionali. Per anni disconosciuto, come il dolore e l’oltraggio vissuto da chi una volta giunto in Italia venne accolto da traditore o da fascista. Come quegli esuli in transito che vennero ricevuti dallo sciopero e dagli insulti dei ferrovieri della stazione di Bologna. Per anni fu oscurata l’assurda condizione in cui si trovarono coloro che dopo aver lasciato la loro casa e i loro averi, furono costretti da vigliacche logiche politiche ad affrontare in silenzio la loro tragedia. A loro è dedicato il ricordo. Al loro sacrificio, e ad una Nazione che non deve dimenticare è rivolta la legge che istituisce nel 10 febbraio “il Giorno del ricordo” in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano dalmata, delle vicende del confine orientale”. Legge 30 marzo 2004, n. 92 "Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati" pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 86 del 13 aprile 2004 Art. 1. 1. La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terredegli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. 2. Nella giornata di cui al comma 1 sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero. 3. Il «Giorno del ricordo» di cui al comma 1 è considerato solennità civile ai sensi dell’articolo 3 della legge 27 maggio 1949, n. 260. Esso non determina riduzioni dell’orario di lavoro degli uffici pubblici né, qualora cada in giorni feriali, costituisce giorno di vacanza o comporta riduzione di orario per le scuole di ogni ordine e grado, ai sensi degli articoli 2 e 3 della legge 5 marzo 1977, n. 54. 4. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Art. 2. 1. Sono riconosciuti il Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, con sede a Trieste, e l’Archivio museo storico di Fiume, con sede a Roma. A tale fine, è concesso un finanziamento di 100.000 euro annui a decorrere dall’anno 2004 all’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata (IRCI), e di 100.000 euro annui a decorrere dall’anno 2004 alla Società di studi fiumani. 2. All’onere derivante dall’attuazione del presente articolo, pari a 200.000 euro annui a decorrere dall’anno 2004, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2004-2006, nell’ambito dell’unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2004, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al medesimo Ministero. 3. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio. Art. 3. 1. Al coniuge superstite, ai figli, ai nipoti e, in loro mancanza, ai congiunti fino al sesto grado di coloro che, dall’8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947 in Istria, in Dalmazia o nelle province dell’attuale confine orientale, sono stati soppressi e infoibati, nonché ai soggetti di cui al comma 2, è concessa, a domanda e a titolo onorifico senza assegni, una apposita insegna metallica con relativo diploma nei limiti dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 7, comma 1. 2. Agli infoibati sono assimilati, a tutti gli effetti, gli scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati. Il riconoscimento può essere concesso anche ai congiunti dei cittadini italiani che persero la vita dopo il 10 febbraio 1947, ed entro l’anno 1950, qualora la morte sia sopravvenuta in conseguenza di torture, deportazione e prigionia, escludendo quelli che sono morti in combattimento. 3. Sono esclusi dal riconoscimento coloro che sono stati soppressi nei modi e nelle zone di cui ai commi 1 e 2 mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia. Art. 4. 1. Le domande, su carta libera, dirette alla Presidenza del Consiglio dei ministri, devono essere corredate da una dichiarazione sostitutiva di atto notorio con la descrizione del fatto, della località, della data in cui si sa o si ritiene sia avvenuta la soppressione o la scomparsa del congiunto, allegando ogni documento possibile, eventuali testimonianze, nonché riferimenti a studi, pubblicazioni e memorie sui fatti. 2. Le domande devono essere presentate entro il termine di dieci anni dalla data di entrata in vigore della presente legge. Dopo il completamento dei lavori della commissione di cui all’articolo 5, tutta la documentazione raccolta viene devoluta all’Archivio centrale dello Stato. Art. 5. 1. Presso la Presidenza del Consiglio dei ministri è costituita una commissione di dieci membri, presieduta dal Presidente del Consiglio dei ministri o da persona da lui delegata, e composta dai capi servizio degli uffici storici degli stati maggiori dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica e dell’Arma dei Carabinieri, da due rappresentanti del comitato per le onoranze ai caduti delle foibe, da un esperto designato dall’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata di Trieste, da un esperto designato dalla Federazione delle associazioni degli esuli dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, nonché da un funzionario del Ministero dell’interno. La partecipazione ai lavori della commissione avviene a titolo gratuito. La commissione esclude dal riconoscimento i congiunti delle vittime perite ai sensi dell’articolo 3 per le quali sia accertato, con sentenza, il compimento di delitti efferati contro la persona. 2. La commissione, nell’esame delle domande, può avvalersi delle testimonianze, scritte e orali, dei superstiti e dell’opera e del parere consultivo di esperti e studiosi, anche segnalati dalle associazioni degli esuli istriani, giuliani e dalmati, o scelti anche tra autori di pubblicazioni scientifiche sull’argomento. Art. 6. 1. L’insegna metallica e il diploma a firma del Presidente della Repubblica sono consegnati annualmente con cerimonia collettiva. 2. La commissione di cui all’articolo 5 è insediata entro due mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge e procede immediatamente alla determinazione delle caratteristiche dell’insegna metallica in acciaio brunito e smalto, con la scritta «La Repubblica italiana ricorda», nonché del diploma. 3. Al personale di segreteria della commissione provvede la Presidenza del Consiglio dei ministri. Art. 7. 1. Per l’attuazione dell’articolo 3, comma 1, è autorizzata la spesa di 172.508 euro per l’anno 2004. Al relativo onere si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2004-2006, nell’ambito dell’unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2004, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al medesimo Ministero. 2. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio. 3. Dall’attuazione degli articoli 4, 5 e 6 non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. 2. Le domande devono essere presentate entro il termine di dieci anni dalla data di entrata in vigore della presente legge. Dopo il completamento dei lavori della commissione di cui all’articolo 5, tutta la documentazione raccolta viene devoluta all’Archivio centrale dello Stato. Art. 5. 1. Presso la Presidenza del Consiglio dei ministri è costituita una commissione di dieci membri, presieduta dal Presidente del Consiglio dei ministri o da persona da lui delegata, e composta dai capi servizio degli uffici storici degli stati maggiori dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica e dell’Arma dei Carabinieri, da due rappresentanti del comitato per le onoranze ai caduti delle foibe, da un esperto designato dall’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata di Trieste, da un esperto designato dalla Federazione delle associazioni degli esuli dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, nonché da un funzionario del Ministero dell’interno. La partecipazione ai lavori della commissione avviene a titolo gratuito. La commissione esclude dal riconoscimento i congiunti delle vittime perite ai sensi dell’articolo 3 per le quali sia accertato, con sentenza, il compimento di delitti efferati contro la persona. 2. La commissione, nell’esame delle domande, può avvalersi delle testimonianze, scritte e orali, dei superstiti e dell’opera e del parere consultivo di esperti e studiosi, anche segnalati dalle associazioni degli esuli istriani, giuliani e dalmati, o scelti anche tra autori di pubblicazioni scientifiche sull’argomento. Art. 6. 1. L’insegna metallica e il diploma a firma del Presidente della Repubblica sono consegnati annualmente con cerimonia collettiva. 2. La commissione di cui all’articolo 5 è insediata entro due mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge e procede immediatamente alla determinazione delle caratteristiche dell’insegna metallica in acciaio brunito e smalto, con la scritta «La Repubblica italiana ricorda», nonché del diploma. 3. Al personale di segreteria della commissione provvede la Presidenza del Consiglio dei ministri. Art. 7. 1. Per l’attuazione dell’articolo 3, comma 1, è autorizzata la spesa di 172.508 euro per l’anno 2004. Al relativo onere si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2004-2006, nell’ambito dell’unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2004, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al medesimo Ministero. 2. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio. 3. Dall’attuazione degli articoli 4, 5 e 6 non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. posted by Masterofpuppets |
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martedì, 08 febbraio 2005 Norma Cossetto, infoibata.
Norma Cossetto era una splendida ragazza di 24 anni di San Domenico di Visinada. Il padre, Giuseppe Cossetto aderì al Fascismo per il suo programma d'italianità. Fu segretario politico e podestà di Visinada, commissario governativo delle casse rurali dell'Istria. Le terre della famiglia Cossetto erano lavorate a mezzadria da contadini che erano trattati più come familiari che da dipendenti. Norma ebbe una sorella di tre anni più giovane di lei, entrambe studiarono in collegio a Gorizia. Una volta superato l'esame di maturità con ottimi voti, s'iscrisse alla facoltà di Lettere all'Università di Padova. In quel periodo girava in bicicletta per i comuni dell'Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo "L'Istria Rossa" (Terra rossa per la bauxite). Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa (espropriazione proletaria). Entrarono perfino nelle camere, sparando sopra i letti per spaventare le persone. Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capibanda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri parenti, conoscenti ed amici tra i quali Eugenio Cossetto, Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada Riosa vedova Mechis in Sciortino, Maria Valenti, Urnberto Zotter ed altri, tutti di San Domenico, Castellier, Ghedda, Villanova e Parenzo. Dopo una sosta di un paio di giorni, vennero tutti trasferiti durante la notte e trasportati con un carnion nella scuola di Antignana, dove Norma iniziò il suo vero martirio. Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, ubriachi e esaltati. Dopo che ebbero finito, le pugnalarono i seni, le conficcarono un paletto nella vagina e con i polsi legati con il filo di ferro, ancora agonizzante, venne gettata nella foiba di Villa Surani, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani non prima di essere costretta a pulire il proprio sangue dal pavimento usando un Tricolore. Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio gemiti e lamenti, verso sera, appena buio, osò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udí, distintamente, invocare la mamma e chiedere da bere per pietà. Il padre di Norma venuto a sapere dell'arresto si recò subito a San Domenico. Là i partigiani lo rassicurarono sulla già avvenuta liberazione della figlia. La sera stessa Giuseppe Cossetto cadde vittima insieme ad un suo congiunto, Mario Bellini (invalido di guerra, sposato da un anno ed in attesa di un figlio) del solito vile agguato partigiano. Entrambi vennero "infoibati" a Castellier di Visinada. Il 13 ottobre 1943 a San Domenico ritornarono i tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, recuperarono la sua salma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate. Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite d'arma da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri". Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, presi in seguito da militari italiani istriani, si seppe che Norma, durante la prigionia venne violentata da molti. Un'altra deposizione aggiunge i seguenti particolari: "Cossetto Norma, rinchiusa da partigiani nella ex caserma dei Carabinieri di Antignana, fu fissata ad un tavolo con legature alle mani e ai piedi e violentata per tutta la notte da diciassette aguzzini. Venne poi gettata nella Foiba. La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellerier. Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e obbligati a passare l'ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, alla luce tremolante di due ceri, nel fetore acre della decomposizione di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima, nell'attesa angosciosa della morte certa. Soli, con la loro vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba caddero con gli altri, giustiziati a colpi di mitra ...." posted by Masterofpuppets |
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lunedì, 07 febbraio 2005 60 anni fa la strage di Porzus.
Il 7 Febbraio 1945 a Malga Porzus, in provincia di Udine, i partigiani "verdi" della "Osoppo", una brigata della resistenza non comunista, vennero massacrati.
Mario Toffanin "Giacca", l'esecutore materiale della strage Riportiamo qui di seguito due testimonianze una di Guido, l’altra di Pierpaolo Pasolini che ci raccontano l’accaduto. Immagine tratta da Porzus di R. Martinelli, 1997 Guido Pasolini "[...] Negli stessi giorni giunge una missione slovena inviata da Tito: si propone l’assorbimento della nostra divisione da parte dell’Armata slovena , i garibaldini fanno di tutto per indurci a togliere le mostrine tricolori, a Memicco un commissario garibaldino mi punta sulla fronte la pistola perché gli ho gridato in faccia che non ha idea di cosa significhi essere uomini liberi e che ragionava come un federale fascista, infatti nelle file garibaldine si è "liberi" di dire bene del comunismo, altrimenti sei trattato come un "nemico del proletariato" oppure "idealista che succhia il sangue al popolo", senti che roba!, "il 7 Novembre, anniversario della rivoluzione russa, in tutti i reparti garibaldini si festeggia l’avvenuta unione con le truppe slovene. Immagine tratta da Porzus di R. Martinelli, 1997 Pierpaolo Pasolini "[...] da alcuni mesi un gruppo di traditori si dava tanto da fare per tradire la causa di quella libertà, e vendersi a Tito, gli osovani di quella zona, a capo dei quali era De Gregori (Bolla) col suo stato maggiore a cui apparteneva Guido, non volevano piegarsi alle richieste slavo-comuniste di passare nelle file del nostro nemico Tito. Questo fin dal Novembre ’44: ora le cose si erano tese: quando senza scopo, senza una razione plausibile, se non l’odio ed un loro ripugnante egoismo, un gruppo di facinorosi che militavano tra i garibaldini della zona, fingendosi scampati da un rastrellamento, si fanno ospitare da "Bolla" e i suoi, poi improvvisamente gettano la maschera, fucilano "Bolla", gli levano gli occhi, massacrano "Enea", prendono prigionieri tutti quegli altri poveri ragazzi, circa 16 o 17, e ad uno ad uno li ammazzano tutti: questo avvenne in alcune malghe presso Musi. Nota: sabato mattina, poco prima delle annuali celebrazioni, la malga è stata imbrattata con la vernice rossa in segno di spregio. Segno che i nostalgici della dittatura comunista slava non si sono ancora pentiti dei loro crimini... posted by Masterofpuppets |
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venerdì, 04 febbraio 2005 Il cuore nel pozzo. Domenica e lunedì andrà in onda su RAI 1 "Il cuore nel pozzo", la prima fiction televisiva incentrata sulla tragedia delle Foibe e sulla pulizia etnica operata dai partigiani slavocomunisti di Tito ai danni delle popolazioni civili della Venezia Giulia, dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia. Alcuni, che hanno assistito alle proiezioni riservate, affermano che la ricostruzione storica dei fatti lascia alquanto a desiderare quanto a precisione. Mi riservo di vedere l'opera, conscio del fatto che, tutto sommato, essa ha il pregio di rompere a quasi sessant'anni di distanza dai fatti, il colpevole muro di gomma dell'omertà dei mezzi di comunicazione di massa. E, una volta aperta questa strada, piano piano tutta la Verità potrà finalmente emergere, prorompente come un fiume in piena... Perchè "la Verità è rivoluzionaria"! posted by Masterofpuppets |
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giovedì, 03 febbraio 2005 Avviso ai naviganti. La Direzione della GAD (o FED, o Alleanza - non nazionale! -, o ex-Ulivo, o ex-Uniti per l'ulivo più altri cespugli, insomma: il centrosinistra o come diavolo volete capirlo) informa il popolo di internet che: "Il vero indirizzo del sito del Professor Prodi è governareper.it e non già governare.com, che altro non è che una vile provocazione reazionaria, il frutto della disinformazione nazifascista, volta a screditare le forze progressiste con volgari buffonate e a traviare il popolo impegnato nella guerra antifascista di resistenza al Governo delle Destre." Un tanto per essere precisi... ![]() posted by Masterofpuppets |
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Per chi non vuol dimenticare.
Di seguito la lettera di adesione al "Comitato 10 febbraio". Io aderisco, e tu? Carissimo, Il “Comitato 10 Febbraio” nasce in concomitanza con la prima celebrazione della “Giornata del Ricordo dei martiri delle foibe e degli esuli istriani, giuliani e dalmati”. Finalmente dopo troppi decenni di oblio il Parlamento italiano ha approvato la legge di istituzione della “Giornata del ricordo”, restituendo così dignità alla memoria delle migliaia di italiani trucidati barbaramente sul confine orientale e dei 350.000 connazionali costretti all'esilio dalle terre natie di Istria, Fiume e Dalmazia per sfuggire alla repressione dei partigiani del Maresciallo Tito e alla sistematica pulizia etnica attuata nei confronti dei cittadini italiani. Tra pochi giorni la Repubblica Italiana celebrerà ufficialmente questa ricorrenza, e questa dovrà essere l'occasione per dimostrare che la storia non può e non deve essere strumento di lotta politica, ma parte integrante della cultura e della tradizione di un popolo, senza amnesie né colpevoli dimenticanze. A tal proposito il “Comitato 10 febbraio” nasce per creare una sinergia tra tutti coloro i quali intendano celebrare la giornata del ricordo, sensibilizzando le migliaia di italiani che pur non avendo letto questa storia sui loro libri di testo, sono consapevoli di come un popolo che dimentica i suoi martiri non possa considerarsi tale. Il Comitato - al quale si inviteranno ad aderire Associazioni, movimenti, organizzazioni giovanili di partito e non, sindacati, enti locali e personalità del mondo della politica, della cultura e dello spettacolo, dello sport - si prefigge di: • pubblicizzare le iniziative in programma per le celebrazioni del 10 Febbraio; • sostenere la Amministrazioni locali nell'organizzazione e nel coordinamento di iniziative volte a dare la massima diffusione e conoscenza alla “Giornata del Ricordo”; • raccogliere le adesioni di importanti personalità del mondo dell'arte, dello spettacolo, della cultura, dello sport, dell'economia e della politica al fine di divulgare presso il più vasto pubblico l'importanza delle celebrazioni del 10 Febbraio; • diffondere presso le giovani generazioni, attraverso i canali della scuola e dell'università, la memoria della tragedia dell'esodo e del genocidio degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia; • redigere e pubblicare volumi di approfondimento, filmati e mostre tematiche. In occasione delle prossime celebrazioni il Comitato produrrà un grande quantitativo di spille tricolori che diventeranno il simbolo di riconoscimento per tutti quegli italiani che vorranno con questo semplice gesto ricordare il 10 Febbraio, siano essi cittadini comuni o personalità. Attraverso lo strumento della spilla tricolore, il Comitato si prefigge l'obiettivo di creare un meccanismo di condivisione, di partecipazione e di moltiplicazione del messaggio affinché questo possa raggiungere quanti più italiani possibile. A tal fine, saremmo lieti di poter contare sulla sua adesione e sulla sua convinta partecipazione. Il Comitato Organizzatore posted by Masterofpuppets |
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Preghiamo per Te!
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mercoledì, 02 febbraio 2005 San Sabba: qual'è la verità?
Sulla Risiera di San Sabba di Trieste si è detto e scritto di tutto. Considerata come unico campo di sterminio tedesco in Italia, è stata più volte usata come contrappeso dei crimini perpetrati dagli slavocomunisti ai danni degli italiani della Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia alla fine della Seconda Guerra Mondiale. I dubbi sulla sua reale funzione (nessuno mette in discussione che si trattasse di un campo di concentramento...) vi sono sempre stati. Personalmente, ho avuto testimonianza diretta da parte dei miei nonni, che furono anche a Trieste in quel periodo, che difficilmente sarebbe passata inosservata la cremazione quotidiana di decine di cadaveri. Così, anche il nipote di un deportato ad Aushwitz, ebreo come il suo congiunto, mi ha testimoniato che altro non era che un campo di transito verso i veri campi di sterminio. E' chiaro che le colpe dell'Olocausto non si cancellano, ma personalmente spero solo che, finalmente, cominci finalmente a farsi spazio a distanza di oltre sessant'anni la Verità, per poter finalmente costruire anche in Italia e in Europa una storia condivisa, indispensabile per poter sperare in un futuro migliore. Riporto quindi un testo su cui riflettere. "Con questo nome si intende un vecchio complesso industriale per la raffinazione del riso, situato in un quartiere semiperiferico di Trieste, che, nell'ottobre 1943, fu trasformato in Polizeihaftlager (cioè in "Campo di detenzione di polizia")... Furono, quindi, realizzate, sotto la direzione di Christian Wirth, le strutture necessarie: una caserma, una prigione per resistenti e civili deportati dalle regioni limitrofe (soprattutto dai vicinissimi territori slavi...) e un campo per gli ebrei destinati alla deportazione... Altro non era, infatti, che un luogo di transito e di smistamento... Eppure, molto tempo dopo la fine della guerra, quando cominciarono a circolare un po’ troppe notizie circa le foibe di Basovizza e Monrupino, improvvisamente (forse per par condicio), venne fuori che la Risiera di San Sabba era stata anche un centro per uccisioni individuali e di massa... Ferruccio Fölkel, nel volume La Risiera di San Sabba. L'Olocausto dimenticato: Trieste e il Litorale Adriatico durante l'occupazione nazista, cercò per primo di dare parvenza pseudo-scientifica a tale dogmatico assunto, ma le sue "argomentazioni" risultarono facilissime da confutare... Cosa che ho fatto l'ottimo Carlo Mattogno nel volumetto La Risiera di San Sabba, un falso grossolano (Sentinella d'Italia, Monfalcone 1985 L. 6.500)... Per dare una pallida idea dell'infondatezza di quanto affermato dalla vulgata, e tralasciando un'analisi nel dettaglio, basti pensare alla coerenza delle "prove" circa la fantomatica "camera a gas" ... Il testimone Schiffner affermò, infatti, che, nella "stanza della morte", non c'erano impianti a gas e che, probabilmente, si procedeva mediante impiccagione. Il testimone Wachsberger, invece, confermando la versione tradizionale, tenne a precisare che, durante le gasazioni, la porta restava aperta per l'intero pomeriggio (!)... Quindi si trattava di una camera a gas davvero singolare... senza gas ma nella quale si gasava lo stesso, però con la porta aperta... Non parliamo, poi, del forno crematorio... Fölken scrive che la struttura era interrata e che misurava 20 metri x 15, per un'area 300 m²; peccato che dalla pianta in scala della Risiera, fuori testo nel suo stesso libro, si evinca che, invece, misurava 10,5 metri x 9,5, per un'area di 99.75 m²... Sembra, inoltre, che questo forno avesse caratteristiche tecniche miracolose... Sorvolando sui gustosi eccessi di un articolo recentemente comparso su Liberazione (secondo cui era capace di smaltire 50-70 cadaveri al giorno... La stessa "fonte" afferma, inoltre, che le vittime dell'olocausto sarebbero state, complessivamente, dieci milioni... E pensare che a Norimberga erano "solo" cinque milioni... Come avranno fatto a raddoppiare in meno di cinquant'anni? ), diciamo che, "entrato in servizio" poco prima del giugno 1944, nel tempo che intercorre fra questa data e la notte fra il 28 e il 29 aprile 1945 (quando i tedeschi lo avrebbero fatto saltare in aria, per "cancellare le prove"...) sarebbe riuscito a smaltire circa cinquemila cadaveri (e buon divertimento a chi conosce la reale capacità di un forno crematorio...) , i cui resti non si capisce che fine abbiano fatto, dal momento che furono ben poche le ceneri ritrovate... Nell'aprile 1976, a distanza di "soli" trent'anni, si concluse dunque il processo ai responsabili dei "crimini" di San Sabba. Alla sbarra l'avvocato August Dietrich Allers di Amburgo (peraltro deceduto nel marzo 1975...) e Joseph Oberhauser, un birraio di Monaco di Baviera; quest'ultimo era il comandante della Risiera, il primo il suo diretto superiore. Di Oberhauser, causa impedimenti connessi agli accordi italo-tedeschi, non fu neppure chiesta l'estradizione... Come previsto, fu condannato all'ergastolo e morì nel 1979."
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Foibe ed Esodo in televisione. In attesa del 10 febbraio, 'Giorno della memoria e della testimonianza' in ricordo delle terre d'Istria, di Fiume e della Dalmazia, nonché degli esuli giuliano-dalmati, la Spett.le Direzione ha deciso di pubblicare quotidianamente su codesto blog gli appuntamenti televisivi in cui si parlerà di questa tragica pagina di Storia patria. Perchè non vi sia più censura comunista su questi temi! Ore 20.30 La7. A "otto e mezzo" partecipa Marcello Veneziani. Ore 23.15 Rai 1. "Porta a porta". Ci sarà l'on. Ministro Maurizio Gasparri. posted by Masterofpuppets |
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Tu vuò fa l'ammerikano...
Cosa non farebbe "Wuolter" Veltroni per riuscire ad essere considerato accettabile come candidato alla Presidenza del Consiglio per le sinistre al posto di Prodi, ormai sostenuto solo da se stesso? Vediamo... Premio "Amerikanino" 2005: "L'URSS è sempre stata da considerare come un avversario, un nemico" Premio "Jan Palach" alla carriera: "Nel 1968 stavo con Jan Palach e Dubcek e condividevo lo spirito liberale di quel tempo". Nota: infatti nel 1970 si iscrisse al Partito Comunista Italiano... Premio "Faccia di Tolla" 2005: "Per lunghi anni su questa vicenda (quella delle Foibe, n.d.m.o.p.)è calato, nel nostro Paese, un sostanziale oblio. Ha contribuito a tale colpevole rimozione una parte della cultura di sinistra, rimasta prigioniera dell'ideologia, subalterna - per dirlo con chiarezza -alle esigenze del comunismo internazionale, a un presunto realismo politico". Ricordiamo che Veltroni ha da sempre preso parte attiva riguardo ai temi culturali del PCI, del PDS e poi dei DS fino ad essere addirittura direttore del giornale di partito, "l'Unità"... Premio "Un Colpo al Cerchio e uno alla Botte" 2004/2005: In occasione della sua recente visita a Trieste, oltre a presenziare alle celebrazioni sui luoghi della tragedia giuliana (la Foiba di Basovizza, la Risiera di San Sabba, elevata da pochi anni a campo di sterminio tedesco quando non fu altro che uno dei tanti campi di concentramento sorti nel corso della guerra in tutto il mondo...), "Wuolter" si è anche recato a omaggiare quattro terroristi sloveni. Con questa gaffe si è fatto bello anche di fronte alla minoranza slavofona, ma ha fatto un po' incazzare la maggioranza italiana, visto che i quattro banditi a cui è dedicato il cippo di Basovizza (eretto durante la tragica occupazione slavocomunista di Trieste e dell'area giuliana del 1945) erano stati giustiziati a seguito del loro attentato terroristico alla redazione del "Popolo d'Italia", in cui persero la vita il direttore e diversi giornalisti. Il sempre ottimo e puntuale on. Roberto Menia ha così sugellato la gaffe che è valsa l'ambito riconoscimento a Veltroni: "Inamissibile la visita del sindaco. I quattro sloveni erano e restano terroristi, spioni che lavoravano per la Iugoslavia". Insomma, aridatece i comunisti veri!!! posted by Masterofpuppets |
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martedì, 01 febbraio 2005 License to kill.
Ebbene, la notizia che sucita il mio sdegno è questa: la Corte d'Appello di Roma ha dichiarato 'estinte per prescrizione' le condanne degli assassini del rogo di Primavalle. Era il 16 aprile 1973 quando morirono arsi vivi i fratelli Mattei di 22 e 8 anni, "colpevoli" solo di essere figli del segretario della locale sezione del Msi. Gli assassini (Clavo, Grillo e Lollo) erano di Potere Operaio - formazione contigua alla sinistra radicale - e non scontarono mai un giorno di galera. E' questa la "giustizia" delle toghe rosse. Ora i no global e gli autonomi potranno cantare "Uccidere un fascista non è reato / la Corte d'Appello lo ha confermato", parafrasando gli ormai anziani genitori, conniventi ai tempi degli assassini di Primavalle. Intanto quegli stessi assassini, da anni "esuli" in ameni paesi come il Brasile che non ha mai concesso l'estradizione (porci!), fanno sapere di non dover chiedere scusa alla famiglia delle vittime! Questa è il paese delle sinistre e delle toghe rosse, dove si scarcerano i terroristi islamici e si pretende la grazia per Sofri, che, invece di umiliarsi a chiederla al Presidente della Repubblica, continua a pontificare dalle pagine dei giornali senza un briciolo di pentimento per i propri crimini. E intanto si tiene in cella ingiustamente il novantenne Priebke per un presunto reato di cui in passato è già stato dichiarato unico colpevole un suo superiore... E' il paese ipocrita che promuove migliaia di manifestazioni in ricordo dello sterminio degli ebrei gridando "Mai più!" e cinque minuti dopo festeggia quando un deficiente di palestinese si fa saltare in aria in una pizzeria o su un autobus di Tel Aviv mandando al Creatore donne e bambini israeliani. Questo è il paese che io deploro e combatto, fatto di ingiustizia e arbitrio, a cui si contrappone invece l'idea nobile e bella di Patria. In ricordo dei fratelli Mattei, uccisi prima dalla follia di tre banditi comunisti senza onore e poi dalla partigianeria di magistrati che fanno politica percependo lo stipendio dallo Stato - cioè da noi tutti -, una vecchia canzone della Compagnia dell'Anello: LA BALLATA DEL NERO E, signor giudice, tu hai la toga posted by Masterofpuppets |
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