"Le radici profonde non gelano"


venerdì, 26 maggio 2006
 

Le responsabilità del PCI

Ricevo e volentieri pubblico:

Il PCI, che doveva a tutti i costi evitare di far entrare nella 
coscienza
comune l'idea che alcuni dei suoi leader potessero aver dato un tacito
appoggio agli autori degli infoibamenti e delle deportazioni, negò 
sempre,
anche di fronte all'evidenza, quanto stava accadendo in quelle terre,
tacciando di falso chi tentò di renderlo noto all'opinione pubblica.

Studiando attentamente la documentazione e le informazioni sulla storia
giuliana che stanno via via venendo alla luce, appare logica ed 
evidente la
conclusione che il PCI fosse totalmente appiattito sulla posizione di 
Tito.

Da un lato questo atteggiamento poteva essere spiegato con lo spirito
internazionalista che caratterizzava il PCI, alimentato tra l'altro 
dalla
comune ideologia e dalla necessità di combattere un comune nemico come 
il
nazi-fascismo. Ma dall'altro non si può non rilevare che questa 
sudditanza
contribuì notevolmente ad assecondare le mire espansionistiche di Tito 
nei
confronti della Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia. Questa
sudditanza, infatti, favorì l'occupazione e la sottrazione di parte del
territorio nazionale da parte della Jugoslavia e avallò la persecuzione
della popolazione giuliano dalmata, che non risparmiò neanche 
antifascisti o
compagni di partito contrari all'annessione slava.

Indicativi la vicenda della strage di Porzus ed i numerosi casi di
"delazioni utili" all'eliminazione di coloro che si opponevano al 
monopolio
di Tito sul movimento partigiano.

Significativa anche la lettera scritta dal vicepresidente dei Ministri
Palmiro Togliatti il 7 febbraio 1945 al Presidente Ivanoe Bonomi, con 
la
quale il leader comunista minacciò 25 persino la guerra civile se il 
CLNAI
avesse ordinato ai partigiani italiani di prendere sotto il proprio
controllo la Venezia Giulia, impedendo così l'occupazione e 
l'annessione
jugoslava.

Mi è stato detto che da parte del collega Gasparotto sarebbe stata 
inviata
al C.L.N.A.I. una comunicazione, in cui si invita il C.L.N.A.I. a far 
sì che
le nostre unità partigiane prendano sotto il controllo la Venezia 
Giulia,
per impedire che in essa penetrino unità dell'esercito partigiano 
jugoslavo.
Voglio sperare che la cosa non sia vera... è a prima vista evidente che 
una
direttiva come quella che sarebbe contenuta nella comunicazione di
Gasparotto è non solo politicamente sbagliata, ma grave, per il nostro
paese. Tutti sanno, infatti, che nella Venezia Giulia operano oggi 
unità
partigiane dell'esercito di Tito, e vi operano con l'appoggio unanime 
della
popolazione slovena e croata. Esse operano, s'intende, contro i 
tedeschi e i
fascisti. La direttiva che sarebbe stata data da Gasparotto 
equivarrebbe
quindi concretamente a dire al C.L.N.A.I. che esso deve scagliare le 
nostre
unità partigiane contro quelle di Tito, per decidere con le armi a 
quale
delle due forze armate deve rimanere il controllo della regione. Si
tratterebbe, in sostanza, di iniziare una seconda volta la guerra 
contro la
Jugoslavia. Questa è la direttiva che si deve dare se si vuole che il 
nostro
paese non solo sia escluso da ogni consultazione o trattativa circa le 
sue
frontiere orientali, ma subisca nuove umiliazioni e nuovi disastri
irreparabili.

Quanto alla nostra situazione interna, si tratta di una direttiva di 
guerra
civile, perché è assurdo pensare che il nostro partito accetti di 
impegnarsi
in una lotta contro le forze antifasciste e democratiche di Tito. In 
questo
senso la nostra organizzazione di Trieste ha avuto personalmente da me
istruzioni precise e la maggioranza del popolo di Trieste, secondo le 
mie
informazioni, segue oggi il nostro partito. Non solo noi non vogliamo 
nessun
conflitto con le forze di Tito e con le popolazioni jugoslave, ma 
riteniamo
che la sola direttiva da dare è che le nostre unità partigiane e gli
italiani di Trieste e della Venezia Giulia collaborino nel modo più 
stretto
con le unità di Tito nella lotta contro i tedeschi e i fascisti.

Solo se noi agiremo tutti in questo modo creeremo le condizioni in cui,
dimenticato il passato, sarà possibile che le questioni della nostra
frontiera siano affrontate con spirito di fraternità e collaborazione 
fra i
due popoli e risolte senza offesa nel comune interesse.

.credo sia bene ti abbia precisato qual è il proposito della nostra
posizione, la sola, io ritengo, che rifletta i veri interessi della 
Nazione
italiana. Soltanto a questa posizione corrisponderà l'azione del nostro
partito nella Venezia Giulia e non a una direttiva come quella 
accennata,
soprattutto poi se emanata senza nemmeno la indispensabile previa
consultazione del Gabinetto. (

L'atteggiamento del PCI nei confronti dei profughi giuliani, in linea 
con la
posizione dei compagni slavi, fu di condanna totale e coloro che 
fuggirono
dal comunismo vennero additati come fascisti.

Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si 
sono
riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico
incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o 
coincideva
con l'avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, 
i
profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le
ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non
meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane 
e
spazio che sono già così scarsi.(59)

L'ostilità del partito si manifestò anche con atti di perfidia.

Famosa in tal senso fu la manifestazione di ostilità dei ferrovieri di
Bologna, i quali, per impedire che un treno carico di profughi 
provenienti
da Ancona potesse sostare in stazione, minacciarono uno sciopero. Il 
treno
non si fermò e a quel convoglio, carico di umanità dolente, fu 
rifiutata
persino la possibilità di ristorarsi al banchetto organizzato dalla
Pontificia Opera Assistenza.

I "comitati d'accoglienza" organizzati dal partito contro i profughi
all'arrivo in Patria furono numerosi. All'arrivo delle navi a Venezia e 
ad
Ancona, gli esuli furono accolti con insulti, fischi e sputi e a tutti
furono prese le impronte digitali.

A La Spezia, città dove fu allestito un campo profughi, un dirigente 
della
Camera del lavoro genovese durante la campagna elettorale dell'aprile 
1948
arrivò ad affermare "in Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui 
abbiamo i
banditi giuliani".

Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le
offendono con la loro presenza e con l'ostentata opulenza, che non 
vogliono
tornare ai paesi d'origine perché temono d'incontrarsi con le loro 
vittime,
siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai 
criminali.

Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro 
che
sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si
presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. 
Non
possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e
torturato, coloro che con l'assassinio hanno scavato un solco profondo 
fra
due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali,
bensì farci complici. (60)

L'unica piccola concessione che venne fatta dal quotidiano fu il
riconoscimento che, in effetti, tra coloro che fuggirono vi potessero 
essere
anche persone non criminali, terrorizzate, però, non tanto dagli orrori
subiti o di cui furono spettatori, bensì "da fantasmi".

Ma dalle città italiane ancora in discussione, non giungono a noi 
soltanto i
criminali, che non vogliono pagare il fio dei delitti commessi, 
arrivano a
migliaia e migliaia italiani onesti, veri fratelli nostri e la loro 
tragedia
ci commuove e ci fa riflettere. Vittime della infame politica fascista,
pagliuzze sbalestrate nel vortice dei rancori che questa ha scatenato 
essi
sono indotti a fuggire, incalzati dal fantasma di un terrorismo che non
esiste e che viene agitato per speculazione di parte.

È doveroso precisare che i profughi non crearono mai, in nessun luogo 
dove
trovarono rifugio, problemi di criminalità. Al contrario si distinsero 
per
la laboriosità e per il rispetto delle leggi.

Il PCI ha enormi responsabilità anche nella vicenda dei loro più fidati
compagni di partito, come lo furono gli operai monfalconesi (e non solo 
per
aver organizzato un controesodo allo scopo di fornire manovalanza
specializzata ai compagni slavi), bensì perché, dopo aver fatto leva 
sui
loro sogni, sulla loro passione, sul loro entusiasmo e sulla loro buona
fede, li ha dapprima abbandonati nel gulag di Goli Otok e poi, ai 
superstiti
che riuscirono a rientrare in Italia, ha riservato un crudele 
trattamento.
Queste persone furono, infatti, trattate come una vergogna da 
nascondere,
fastidiosi testimoni di un fallimento che a molti costò non solo la 
perdita
di un sogno romantico a cui avevano dedicato l'intera esistenza, ma la 
vita
stessa.

L'atteggiamento di acquiescenza ed omertà verso i crimini commessi dai
"compagni slavi" del PCI è proseguito nell'immediato dopo guerra, ma 
anche
nei decenni successivi. Un indirizzo politico fatto proprio anche da
numerosi storici vicini al partito.

Il dibattito sulla faziosità dei libri di testo

Il dibattito sui libri di testo faziosi ebbe inizio solo nel febbraio 
del
1997 quando, in occasione del cinquantenario del Trattato di Pace, il
''Comitato per il diritto alla verità storica" promosso da Marcello De
Angelis61 e da Francesco Storace, presidente della Regione Lazio, 
organizzò
a Roma, insieme a numerose organizzazioni di esuli, un sit-in ''per
denunciare la vergognosa latitanza dello Stato italiano nella difesa e 
nella
memoria delle terre perdute", citando esplicitamente l'esempio delle 
foibe.

In quell'occasione emerse che nei principali manuali di storia in uso 
presso
i licei non si faceva menzione "della più grande tragedia che ha 
colpito il
nostro popolo in questo secolo: il genocidio subito dagli italiani 
della
Venezia Giulia ad opera dei partigiani comunisti slavi''.

Gli esponenti di "Area" citarono alcuni dei più diffusi manuali di 
storia e
sostennero che la mancanza di notizie sulle foibe era una chiara
dimostrazione che ''sono scritti da storici faziosi o incompetenti 
''.(62)
Una petizione per la messa al bando dalle scuole dei testi in 
questione,
inoltre, alla quale avevano aderito in molti, venne inviata al ministro
Luigi Berlinguer.

Contro le iniziative di Alleanza Nazionale, che dalla Regione Lazio si
estendevano un po' in tutte le regioni, furono sottoscritti anche 
numerosi
appelli.

"Giustizia e libertà" raccolse migliaia di firme con un appello 
(riportato
di seguito) scritto da Umberto Eco e firmato anche da Gae Aulenti, 
Giovanni
Bachelet, Enzo Biagi, Alessandro Galante Garrone, Franzo Grande 
Stevens,
Claudio Magris, Guido Rossi, Giovanni Sartori, Umberto Veronesi.

I Garanti di "Libertà e Giustizia" assistono con viva preoccupazione 
alla
proposta ventilata in commissione parlamentare di un controllo 
esercitato
dal Ministero della Pubblica Istruzione sui manuali di storia per le 
Scuole.
Rilevano che l'idea di un controllo governativo sulle idee espresse da 
libri
di testo evoca stagioni evidentemente non ancora remote, in cui i 
regimi
fascista, nazista e stalinista esercitavano tale diritto censorio, e
giudicano l'idea indegna di un paese democratico. La responsabilità 
della
stesura dei libri di testo compete agli editori e agli autori e la
responsabilità della loro adozione compete agli insegnanti, alla cui
oggettività e senso critico si delega il compito di giudicare se un 
testo
sia valido, e in che misura possa essere eventualmente criticato e 
integrato
in sede di lezione, addestrando così gli studenti non solo ad 
apprendere ma
anche a giudicare le loro fonti di apprendimento. Questo è l'unico 
controllo
che in un paese libero si può e si deve esercitare sui manuali
scolastici. .si confida che la proposta rimanga semplicemente nel limbo
delle cattive intenzioni. Tuttavia non si può fare a meno di rilevare 
che il
fatto stesso che qualcuno l'abbia ventilata suscita serie 
preoccupazioni
sullo stato di salute del nostro sistema democratico. 
(www.cgilscuola.it).

Altri appelli per contrastare le "campagne contro i libri di testo 
faziosi"
vennero sottoscritti anche da numerosi esponenti politici, 
sindacalisti,
professori universitari, scrittori e associazioni.

Le opinioni degli storici

Giorgio Spini, , che lo citò tra gli storici ''faziosi o incompetenti o
tutte e due le cose insieme'', si difese parlando di ''sciocchezze che 
si
condannano da sole'' e di polemica ''messa su un piano inaccettabile e 
con
un linguaggio che rivela la matrice nazista. E coi nazisti, che 
purtroppo
esistono, non si discute''.

Per quel che riguarda il discorso storico sulle foibe, che, secondo 
Spini, i
manuali comunque affrontano, egli invitò a (.) ricordarci di tutte le
aggressioni e atrocità commesse dagli italiani nell'ultima guerra a
cominciare da quelle seguite alla conquista fascista dei Balcani. 
L'atroce
reazione, che nessuna persona civile può approvare, con infoibamento di
italiani, spesso innocenti, venne appunto dopo che furono gli italiani 
a
gettare nelle foibe in notevole quantità i balcanici.

Aggiungendo anche che, se dopo la guerra (.) ci fu in Italia tendenza a
oscurare un po' quegli avvenimenti, fu perché altrimenti avremmo dovuto
consegnare come criminali di guerra gli italiani che lì si erano 
macchiati
di orrendi delitti (63) Un'ammonizione chiara a chi volesse rivisitare 
la
storia in quel modo.

Gabriele De Rosa, dopo aver messo in guardia l'opinione pubblica dal 
rischio
dei "roghi", si dichiarò disponibile ad un confronto sui temi proposti, 
ma
non a rispondere ad una condanna di precisa provenienza politica e
ideologica, assolutamente illegittima. Sostenne inoltre che, 
considerato che
i manuali parlavano di quel periodo, per tornarci sopra con più 
chiarezza
bisognava ricordarsi di farlo con una ricostruzione globale, che 
tenesse
conto del prima e del dopo e quindi anche degli "orrori di quella 
guerra e
del fascismo ''.

Rosario Villari dichiarò di aver dato conto sul suo manuale delle
"modificazioni politico-territoriali provocate dalla seconda guerra
mondiale, la cui responsabilità risale primariamente al nazifascismo, e
sulle tragiche conseguenze che esse hanno avuto in Italia e in altri 
paesi"
e di averlo fatto nella misura e nei termini da lui ritenuti 
convenienti
alla trattazione manualistica, sulla base delle informazioni tratte 
dalle
opere storiche citate nella bibliografia.

Le prese di posizione dei politici

Il presidente della Camera Luciano Violante, in un confronto tenutosi 
presso
il Teatro Verdi a Trieste il 14 marzo '98 Pochi sanno che questa terra 
ha
avuto la deportazione, l'esodo e l'esilio. Non so se nel resto d'Italia 
si
sa che questa terra è quella che ha pagato di più in termini di vite 
umane,
di violenze. Non tutti sanno che la sconfitta della Seconda guerra è 
stata
pagata qui e solo qui.

Qui c'è stato un dolore non condiviso dall'altra parte d'Italia. Un 
dolore
che si è separato e che è stato separato.(64)

I presidente di Rifondazione Comunista Armando Cossutta replicò 
duramente
alle dichiarazioni di Violante sostenendo che fosse (.)

una ignobile revisione della storia (.) Noi di Rifondazione siamo 
disposti a
discutere dei crimini, delle violenze e delle tragedie di cui si sono
macchiati i comunisti in tutto il mondo. Ma in Italia i fascisti hanno
portato la guerra e la dittatura. Mentre, sempre qui, in Italia, i
comunisti - ha chiesto polemicamente - di cosa dovrebbero vergognarsi? 
(65)

L'incontro di Trieste venne fortemente contestato da Rifondazione 
Comunista,
anarchici e centri sociali, che lo definirono il "culmine di una 
campagna
tendente a falsificare la storia con fini pacificatori", un episodio 
del
revisionismo storico congruo "alla necessità per Fini di incassare una
definitiva legittimazione dopo Verona e al tentativo di Violante di
strappare un consenso anche a destra in vista della corsa verso la
presidenza della Repubblica".

Una risposta alle dichiarazioni di Violante arrivò anche da ben 75 
storici
italiani, che espressero in merito un netto dissenso, sottolineando in 
un
documento

"l'infondatezza storica dell'argomentazione e l'inconsistenza delle
richieste avanzate".

(.)sarebbe tanto semplicistico quanto unilaterale far ricadere la
responsabilità delle foibe, soltanto sui partigiani dell'esercito di
liberazione jugoslavo. (.) Non si può dimenticare, infatti, che la
responsabilità della trasformazione di frizioni e conflitti 
interetnici,
consueti e scontati in zone di confine, in contrapposizioni politiche
irriducibili e risolvibili solo con la violenza, ricade prima di tutto 
sul
regime monarchico-fascista che resse l'Italia dal 1922 in poi. (.) 
Delle
foibe e delle espulsioni di massa deve essere considerato almeno
corresponsabile il fascismo mussoliniano, con la sua politica imperiale 
ed
aggressiva. (.) Iniziative come quella di Trieste sono incompatibili 
con la
verità storica e con i valori fondamentali della Costituzione e suonano 
come
un'offesa alla memoria di quanti hanno pagato con la vita la 
costruzione
della democrazia in questo paese e nel resto d'Europa. (.) Faremo di 
tutto
per impedire che delle mistificazioni diventino il fondamento della 
nuova
memoria collettiva degli italiani. (66)

(documento firmato, tra gli altri, da Aldo Agosti, Francesco 
Barbagallo,
Cesare Bermani, Luciano Canfora, Enzo Collotti, Luigi Cortesi, Domenico
Losurdo, Salvatore Lupo, Gianni Oliva e Claudio Pavone)

Al documento replicò Violante: Consentitemi di esprimere il mio
rincrescimento per la leggerezza con la quale un gruppo di autorevoli
storici ha sottoscritto un documento contenente falsità facilmente
verificabili.

Risulta evidente che se i toni ed i metodi utilizzati per denunciare la
faziosità dei libri di testi e le numerose omissioni possono essere 
stati in
alcuni casi discutibili, al contrario l'utilità ed i risultati positivi 
di
tale azione sono chiaramente riscontrabili dando un'occhiata alle 
edizioni
dei libri di testo pubblicate dopo al dibattito.

58 Tratta da "Libero", 7/2/2004.
59 P. Montagnani, "L'Unità" (Organo del Partito Comunista Italiano),
Edizione dell'Italia Settentrionale - Anno XXIII - N. 284, Sabato 30
novembre 1946, tratto da www.digilander.it.
60 P. Montagnani, "L'Unità".
62 ANSA, 7/2/1997.
63 ANSA, 12/2/1997.
64 ANSA, 14/3/1998.
65 ANSA, 15/3/1998.
66 ANSA, 18/3/1998.

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